01/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Testimonianze da Baghdad: la strage più asssurda di questa guerra
Daud Mustafà (il cognome è inventato per motivi di sicurezza) ha 37 anni. E' laureato in studi strategici. Fa il manager per una grande azienda irachena. Era, come decine di migliaia di persone, sul ponte che ieri è crollato.
 
I disperati soccorsi in riva al Tigri"Si celebrava una occasione molto importante per gli sciiti, la commemorazione del settimo imam, ucciso oltre mille anni fa.
Ieri, ogni sciita in Iraq sentiva il bisogno di essere nella moschea di Kadhimiya. Molte persone sono arrivate a Baghdad a piedi da Najaf o Karbala, oltre cinquecento chilometri, tre giorni di cammino per arrivare a Baghdad. Vedo questo spettacolo di fedeli ogni anno, ma questa volta la gente era molta di più. Tre milioni di persone che si trovavano lì non solo per motivi di fede, ma anche per lanciare un messaggio: “Sappiamo che volete ucciderci, che ci sparate per strada e ammazzate i civili, ma non ci fate paura, perché quando camminiamo vediamo la libertà. E quella libertà la vogliamo.
Quello che è successo ieri è un vero disastro. La maggior parte degli iracheni come è noto sono sciiti, ma il grande problema che c’è oggi in Iraq sono i wahabiti, vengono dalla Siria e dall’Arabia Saudita per uccidere gli sciiti iracheni. Sostengono che per raggiungere il paradiso uno wahabita deve uccidere almeno dieci sciiti”.

Disperazione intorno alla moscheaPresagi e voci.
La procedura di sicurezza era allertata da ieri, la strada sul ponte era ostacolata da delle specie di barriere di cemento per impedire il passaggio delle auto. Un provvedimento che poi si è rivelato controproducente. Mi ricordo l’immagine del ponte sovraffollato, c’era una gran ressa e tutti spingevano, donne, bambini e molte persone anziane.
A un certo punto alcuni, che dovevano essere wahabiti, hanno iniziato a gridare “C’è una bomba sotto al ponte! Crollerà tutto”. Immediatamente molte persone hanno iniziato a saltare in acqua, un volo di quasi dieci metri che per molti è stato fatale. La maggior parte di loro non sapeva nemmeno nuotare, ma il panico li ha spinti comunque al salto.
Poche ore prima c’erano stati altri tre incidenti nello stesso quartiere, questo aveva reso l’atmosfera elettrica ancora prima che i wahabiti iniziassero a gridare alla bomba. Il primo attacco è stato con dei colpi di mortaio che avevano ucciso sette persone, poi un altro, forse dei razzi, che ne aveva uccise altre otto, almeno così si diceva tra la folla. C’è stato anche l’episodio degli avvelenamenti. La gente che attraversava il fiume era stanca e accaldata dal lungo tragitto e dal sole sulla testa, che questa mattina sfiorava i 50 gradi. I wahabiti hanno approfittato dell’occasione per mettere del veleno nelle scorte di acqua e cibo che venivano distribuite lungo la via. Cento persone sono morte e io ho personalmente visto diversi anziani e bambini morire per avvelenamento all’ospedale Yarmuk. Ma erano giorni che girava la voce che acqua e cibo nei banchetti lungo la strada sarebbero stati avvelenati.

La moschea di KadimyaPanico e urla. Questa mattina mi trovavo dunque alla moschea, insieme ad altri tre milioni di sciiti, civili venuti in pace, ognuno dei quali sapeva di affrontare il terrorismo. E sapeva che se fosse morto sarebbe andato direttamente in paradiso.
Avevo appena attraversato il ponte quando ho sentito un gran frastuono di urla e sono tornato sui miei passi per vedere. Scene di autentico panico, gente che urlava, soprattutto le donne, persone che saltavano nel Tigri e altre che cercavano di tirare fuori dall’acqua i superstiti. La polizia con i megafoni raccomandava di non lasciarsi prendere dal panico, ma tra la folla c’erano anche gli wahabiti che continuavano a paventare esplosioni.
I soccorsi sono stati caotici. Ho visto diversi sunniti che sono accorsi per portare aiuti. C’era anche l’esercito, la polizia. E chiunque arrivasse cercava di capire come fare a essere utile. Ma non era affatto facile capire anche solo come raggiungere la riva del Tigri.
Al Kadhimia è un piccolo centro, non c’erano sufficienti ambulanze. Come si poteva, del resto, soccorrere mille persone saltate da un ponte?

Guerra civile. Io sono sciita, ogni mattina quando vado a lavorare penso che potrei morire a causa di un'autobomba o di una sparatoria. So che molti sunniti ci accettano e vogliono un’autorità centrale. Ma molti, molti altri, quando sentono parlare di governo rispondono: “No, noi siamo sunniti, abbiamo governato per trent’anni, gli sciiti non ci ruberanno il potere”.
Queste persone odiano gli sciiti. Sono molto amici dei wahabiti, li ospitano e danno loro cibo e soldi. Ho paura di loro, perché temo che se la situazione rimarrà come è adesso la guerra civile sarà inevitabile.

i soccorsiPaura ogni giorno. La minaccia è ancora più pressante adesso, perché la fazione sunnita rifiuta la costituzione, e ora che rischiano di doverla subire potrebbero dichiarare guerra alle altre componenti della società irachena.
È un rischio che si tocca con mano quotidianamente. Ogni giorno, anche a Baghdad molte persone vengono uccise solo per il fatto che sono sciite. Famiglie intere che nei sobborghi e nei villaggi vengono svegliate nella notte da miliziani che sfondano le porte delle loro case. Vengono sterminate per il solo essere sciite.
Anche ad Adhamiyah, il quartiere dall'altra parte del ponte, la gente sunnita dice: “Non vogliamo sciiti qui”. Ma non vedrai mai accadere una cosa del genere a Najaf: nel sud del paese la gente, gli arabi, vivono assieme come fratelli, sunniti e sciiti. Questa è la realtà. Sono deluso, sono molto triste. Sono veramente arrabbiato".
 
le migliaia di scarpe delle vittimeCome vi sentireste voi?"Siamo stanchi di veder morire la nostra gente". “E’ orribile veder morire così la nostra gente. Come vi sentireste voi italiani se ogni giorno, nel vostro Paese, uccidessero decine, centinaia di italiani? Siamo stanchi di tutto questo. Siamo stanchi della violenza, della guerra”, dice al telefono Ali, impiegato del Baghdad Hotel, in Sadoon Street, dalla hall dell’albergo mentre segue le notizie alla televisione, perché il luogo del disastro è lontano dal centro. “Noi iracheni vogliamo solo una cosa: tornare ad avere una vita normale. Alla gente normale non interessa assolutamente niente se uno è musulmano, cristiano, ebreo, sunnita o sciita. Noi vogliamo vivere in pace con tutti. Vogliamo solo vivere in pace”.

Giù dal ponte. "Sono saltata giù dal ponte...". “Eravamo sul ponte. Era così affollato... Ero circondata da migliaia di persone”, racconta Fadhel Ali, 28 anni, scalza e inzuppata d’acqua dopo essersi salvata dalle acque del Tigri. “Abbiamo sentito che un kamikaze era tra la folla, e tutti hanno iniziato a gridare, così sono saltata giù dal ponte nelle acque del fiume, e ho raggiunto la riva. Ho visto donne, bambini e anziani cadere nel fiume dopo di me”.

 

 

La disperazione della genteIl veleno. "Hanno avvelenato i pellegrini". “Prima dell’incidente sul ponte, erano già morte più di cento persone. Avvelenate”, dice Mustafah Hakmed, insegnante di italiano a Baghdad. “Pare infatti che lungo il percorso dei pellegrini fossero state allestite delle stazioni di ristoro con cibo e acqua che sono stati avvelenati dai terroristi. Inoltre, sempre prima dell’incidente erano stati sparati contro la moschea 4 colpi di mortaio e alcuni razzi katiusha che avevano causato 15 morti. Al Zarqawi in precedenza aveva minacciato attentati lungo la via per la moschea di Khadimiya”.
“Adesso – continua Hakmed - la città è interamente sotto presidio militare, specialmente nei quartieri popolari. La tv sta trasmettendo ancora le scene dal luogo dell’incidente e mostra che la gente sta continuando ad affluire nella zona. Lo fanno sia per continuare le celebrazioni che per portare soccorsi. Il rischio di una vendetta da parte degli sciiti contro i fedeli sunniti non mi pare verosimile: gli sciiti in queste occasioni si comportano pacificamente. I sunniti godono del loro rispetto e non vengono confusi con i wahabiti e i seguaci di Bin Laden. Inoltre i sunniti hanno aiutato la gente a uscire dall’acqua, hanno portato soccorso e trasportato la gente fino all’ospedale di Adamiyah”.

Le celebrazioni di oggiDal Kurdistan. “Temo la guerra civile”. “Sono sconvolto. Oggi c’erano tre milioni di persone per le strade intorno alla moschea. E già da ieri girava la voce di non bere e di non mangiare dai baracchini lungo le strade perché si diceva che il cibo e l'acqua sarebbero stati avvelenati”, dice Hawar Mustafa, curdo iracheno che ha appena sentito al telefono suo fratello a Baghdad. “Ho davvero paura che in città scoppi la guerra civile”.
 
 
Red
Categoria: Guerra
Luogo: Iraq
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