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"Si celebrava una occasione molto importante per gli sciiti, la commemorazione
del settimo imam, ucciso oltre mille anni fa.
Presagi e voci. La procedura di sicurezza era allertata da ieri, la strada sul ponte era ostacolata
da delle specie di barriere di cemento per impedire il passaggio delle auto. Un
provvedimento che poi si è rivelato controproducente. Mi ricordo l’immagine del
ponte sovraffollato, c’era una gran ressa e tutti spingevano, donne, bambini e
molte persone anziane.
Panico e urla. Questa mattina mi trovavo dunque alla moschea, insieme ad altri tre milioni di
sciiti, civili venuti in pace, ognuno dei quali sapeva di affrontare il terrorismo.
E sapeva che se fosse morto sarebbe andato direttamente in paradiso.
Paura ogni giorno. La minaccia è ancora più pressante adesso, perché la fazione sunnita rifiuta
la costituzione, e ora che rischiano di doverla subire potrebbero dichiarare guerra
alle altre componenti della società irachena.
Come vi sentireste voi?"Siamo stanchi di veder morire la nostra gente". “E’ orribile veder morire così
la nostra gente. Come vi sentireste voi italiani se ogni giorno, nel vostro Paese,
uccidessero decine, centinaia di italiani? Siamo stanchi di tutto questo. Siamo
stanchi della violenza, della guerra”, dice al telefono Ali, impiegato del Baghdad
Hotel, in Sadoon Street, dalla hall dell’albergo mentre segue le notizie alla
televisione, perché il luogo del disastro è lontano dal centro. “Noi iracheni
vogliamo solo una cosa: tornare ad avere una vita normale. Alla gente normale
non interessa assolutamente niente se uno è musulmano, cristiano, ebreo, sunnita
o sciita. Noi vogliamo vivere in pace con tutti. Vogliamo solo vivere in pace”.
Giù dal ponte. "Sono saltata giù dal ponte...". “Eravamo sul ponte. Era così affollato... Ero circondata da migliaia di persone”, racconta Fadhel Ali, 28 anni, scalza e inzuppata d’acqua dopo essersi salvata dalle acque del Tigri. “Abbiamo sentito che un kamikaze era tra la folla, e tutti hanno iniziato a gridare, così sono saltata giù dal ponte nelle acque del fiume, e ho raggiunto la riva. Ho visto donne, bambini e anziani cadere nel fiume dopo di me”.
Il veleno. "Hanno avvelenato i pellegrini". “Prima dell’incidente sul ponte, erano già
morte più di cento persone. Avvelenate”, dice Mustafah Hakmed, insegnante di italiano
a Baghdad. “Pare infatti che lungo il percorso dei pellegrini fossero state allestite
delle stazioni di ristoro con cibo e acqua che sono stati avvelenati dai terroristi.
Inoltre, sempre prima dell’incidente erano stati sparati contro la moschea 4 colpi
di mortaio e alcuni razzi katiusha che avevano causato 15 morti. Al Zarqawi in
precedenza aveva minacciato attentati lungo la via per la moschea di Khadimiya”.
“Adesso – continua Hakmed - la città è interamente sotto presidio militare, specialmente
nei quartieri popolari. La tv sta trasmettendo ancora le scene dal luogo dell’incidente
e mostra che la gente sta continuando ad affluire nella zona. Lo fanno sia per
continuare le celebrazioni che per portare soccorsi. Il rischio di una vendetta
da parte degli sciiti contro i fedeli sunniti non mi pare verosimile: gli sciiti
in queste occasioni si comportano pacificamente. I sunniti godono del loro rispetto
e non vengono confusi con i wahabiti e i seguaci di Bin Laden. Inoltre i sunniti
hanno aiutato la gente a uscire dall’acqua, hanno portato soccorso e trasportato
la gente fino all’ospedale di Adamiyah”.
Dal Kurdistan. “Temo la guerra civile”. “Sono sconvolto. Oggi c’erano tre milioni di persone
per le strade intorno alla moschea. E già da ieri girava la voce di non bere e
di non mangiare dai baracchini lungo le strade perché si diceva che il cibo e
l'acqua sarebbero stati avvelenati”, dice Hawar Mustafa, curdo iracheno che ha
appena sentito al telefono suo fratello a Baghdad. “Ho davvero paura che in città
scoppi la guerra civile”.