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Nonostante la pesante censura del Cremlino, un anno dopo la strage alla scuola numero 1 di Beslan sono emerse le gravissime
responsabilità russe in quell’ecatombe di ostaggi. E’ venuto alla luce anche il
controsequestro di civili ceceni messo in atto in quei giorni dalle forze armate
russe in Cecenia. Ma soprattutto, proprio l’autore di quell’azione, il terrorista
Basayev, è diventato il nuovo leader degli indipendentisti ceceni, che hanno così
definitivamente abbandonato la via del dialogo. Per colpa di Putin, che ha ucciso
il moderato Maskhadov. Ma anche delle democrazie occidentali, che per dieci anni
hanno ignorato la tragedia cecena e i ripetuti appelli alla pace provenienti dagli
indipendentisti. Ora la parola, in Cecenia e in tutto il Caucaso del Nord, è tornata
solo alle armi: unica lingua che Putin e Basayev capiscono. E che a tutti e due
conviene parlare per mantenere e rafforzare il proprio potere.
Armi di distruzione di massa. Un anno dopo la strage, le madri di Beslan rivolgono il loro rancore non più
contro i soli terroristi, ma anche e soprattutto contro il presidente Russo Vladimir
Putin. Dalle inchieste indipendenti ancora aperte, dal processo a Nurpashi Kulayev,
unico terrorista sopravvissuto, dai racconti dei testimoni è emerso senza più
ombra di dubbio quello che per molti era evidente fin dall’inizio:
l’ecatombe di ostaggi fu in gran parte colpa delle armi distruttive
usate dalle forze russe durante l’attacco alla scuola. L’utilizzo -
ammesso dal vice procuratore generale russo Nikolay Shepel - dei
lanciafiamme termobarici ‘Shmel’ (vietati dalle convenzioni
internazionali come armi di distruzione di massa) e di granate al
napalm sparate dai cannoni dei carri armati T-72 dimostrano che “quel
giorno l’obiettivo delle forze russe era uccidere trenta banditi, non
salvare centinaia di bambini e civili innocenti”, come lo scorso marzo
disse a PeaceReporter Visarion Aseiev, coordinatore del Comitato insegnanti di Beslan.
La vittoria di Basayev. Un anno dopo la strage, il terrorista ceceno che ha rivendicato la paternità
del sequestro, Shamil Basayev, è diventato di fatto il nuovo leader degli indipendentisti
ceceni, prendendo il posto del defunto leader moderato Aslan Maskhadov, che invece
aveva preso le distanze da quell’azione condannandola fermamente e affermando addirittura che un giorno Basayev avrebbe dovuto rispondere di
questo crimine di guerra davanti a un tribunale. Ciononostante, l’ex presidente
ceceno Maskhadov (che nel frattempo aveva anche dichiarato una tregua unilaterale nei combattimenti) è stato ucciso dalle forze speciali russe lo scorso 8 marzo, il giorno della
festa della donna: “Un regalo – disse Kadyrov – alle donne di Beslan”. La conseguenza,
come prevedibile, è stata la radicalizzazione dell’indipendentismo ceceno sotto
al guida del sanguinario Basayev, che invece continua stranamente a sfuggire ai
servizi segreti russi (ma non ai giornalisti che lo vogliono intervistare). Così
il successore di Maskhadov, il giovane integralista Abdul-Halim Sadulayev, ha
subito riallacciato i rapporti con Basayev nominandolo (con decreto del 23 agosto) vice primo ministro del ‘governo ombra’ indipendentista.
…e di Putin. Pochi giorni prima Sadulayev aveva licenziato il ‘negoziatore di Maskhadov’,
Ilyas Akhmadov, affermando che la diplomazia e il dialogo hanno fallito. Un dato
di fatto imputabile non solo a Putin ma anche alle diplomazie dei Paesi europei
e degli Usa, che mai in questi ultimi dieci anni hanno preso sul serio i ripetuti
appelli al dialogo di Maskhadov, Akhmadov e compagnia. Enrico Piovesana