Frei Betto, teologo e storico attivista dei movimenti sociali, racconta la crisi in Brasile
scritto per noi da
Pietro Orsatti
"Quello che si sta verificando oggi in Brasile rappresenta la più grave crisi
nella storia della nostra democrazia. E quello che è successo nel PT, il partito
dei lavoratori, è di una gravità enorme. Dirigenti del partito che si corrompono
per corrompere dei parlamentari. Neanche in dieci anni la destra sarebbe riuscita
a fare altrettanti danni in pochi mesi come queste persone hanno fatto al governo,
al partito, al Paese”.
Frei Betto, frate domenicano, teologo e attivista storico dei movimenti sociali
in Brasile e per due anni nel governo Lula come responsabile del programma Fame
Zero, è furibondo e non lo nasconde. Lo scandalo di due dirigenti nazionali del
PT, il segretario e il tesoriere del partito, che insieme almeno ad altri 5 esponenti
di spicco del partito avrebbero negli scorsi mesi comprato il consenso di alcuni
parlamentari dell'opposizione per garantire l'approvazione di vari testi di legge,
ha causato una crisi di dimensioni inimmaginabili, la più grave che abbia mai
colpito il governo di Inacio Lula Da Silva. Betto, uscito dal governo lo scorso
dicembre in disaccordo con le politiche economiche dell'esecutivo, oggi si trova
nella duplice e difficile posizione di amico e sostenitore di Lula e di rappresentante
di quei movimenti sociali che nei primi anni '80 contribuirono alla nascita del
partito di cui Lula è stato finora il leader indiscusso e carismatico. E' stato
raggiunto per una intervista nel corso del Festival di Letterature diretto da
Gianni Minà 'Carovane',(
www.carovane.pc.it) in Piacenza

dal 28 agosto al 3 settembre.
Ora il PT è arrivato a un punto difficilissimo della sua esistenza. Una crisi,
uno scandalo, che parte proprio da uno dei punti chiave dei valori fondanti dell'organizzazione,
la questione morale.
Esattamente. Le radici del PT erano basate principalmente su due punti: il legame
stretto con i movimenti sociali e il rigore morale. In questi ultimi anni, prima
è saltato il rapporto con la base sociale e ora questo scandalo svela una crisi
etica di dimensioni inaccettabili. La situazione è gravissima. La rielezione di
Lula, che io tuttora credo necessaria e ancora possibile, sarà molto difficile.
Questo gruppo dirigente, l'attuale direzione nazionale del PT, ha messo il governo
e il Paese in una situazione gravissima. E lo hanno fatto non certo per aiutare,
anche se in maniera distorta, il governo. Lo hanno fatto solo per il loro carierrismo
personale, per millantare successi e conquistare potere.
Lei crede che Lula sia in qualche modo coinvolto in questo scandalo?
Assolutamente no. Non è stato dimostrato, e non è assolutamente possibile. E
infatti Lula ha subito condannato lo scandalo, intervenendo su tutte le televisioni,
chiedendo rigore e chiarezza subito. E chiedendo scusa al Paese per quanto è costretto
a subire. Ne sono certo, il presidente è assolutamente estraneo a tutto quello
che è successo.
Un dato impressionante di questa crisi sono le accuse, ancora non dimostrate,
verso José Dirceu, che oltre ad essere uno dei fondatori del PT insieme a Lula,
nel governo ricopriva una carica fondamentale ovvero di Ministro della Casa Civil.
José Dirceu è stato accusato, e credo ingiustamente, e costretto alle dimissioni.
Non è stato dimostrato nulla nei suoi confronti e credo che ciò non avverrà. Altro
caso, invece, quello di due membri della direzione nazionale che hanno ammesso
le loro responsabilità. Ripeto, responsabilità enormi, che non hanno alcuna giustificazione
e che aprono una gravissima crisi istituzionale che di fatto rimette in discussione
le forme della nostra democrazia.
Una soluzione possibile a questa crisi?
E’ evidente la necessità di un progetto che si basi in particolare sulla trasparenza
dell'acquisizione dei fondi, sulla riforma del finanziamento pubblico e sul controllo
dei bilanci dei partiti politici. Una riforma indispensabile, già a partire dai
prossimi mesi. Ma non basta. Parlo in particolar modo del PT. E' necessario un
processo di rinnovamento e di pulizia, pubblico, veloce e profondo.
E' possibile che Lula venga costretto alle dimissioni?
Non, non credo. Anche se l'estrema sinistra e l'estrema destra unissero i loro
voti per far cadere il Presidente, non ci sono i numeri in parlamento. E qui vorrei
specificare una cosa. Un giornale italiano, la Repubblica, recentemente ha dichiarato
che io sono contrario al governo Lula. E’ falso. Mi hanno messo in bocca parole
che non ho mai detto. Non sono contrario al Governo. Credo che per il Brasile
non esistano altre possibilità oltre a Lula. Io sono pienamente in sintonia con
la politica estera e con le politiche sociali del governo. Ma sono uscito dal
governo a dicembre perché ero in disaccordo con le politiche economiche espresse
finora. Sentivo la necessità di farlo, di potermi sentire libero di esprimere
il dissenso su questa parte specifica delle politiche dell'esecutivo.
E per quanto riguarda il PT?
A settembre verrà eletto il nuovo gruppo dirigente. Credo che i vari gruppi della
sinistra interna del partito non riusciranno alla prima votazione ad acquisire
la maggioranza necessaria ad assumere la direzione. Allo stesso tempo neppure
l'attuale gruppo che detiene la direzione nazionale, a cui Dirceu appartiene e
questa è la sua unica responsabilità, non riuscirà a mantenere in questa situazione
la maggioranza. Sarà necessario un secondo turno. E spero che l'attuale opposizione
vinca. Io farò di tutto per ottenere questo risultato.
Questo significa che Frei Betto entra direttamente in politica?
No. Non nel PT. Non sono un iscritto. Ho contribuito a fondarlo. Sono un suo
elettore. E questo significa che farò di tutto perché venga riformato, rinnovato.
Sono un attivista dei movimenti sociali non un politico. E nel congresso di dicembre,
credo che sarà indispensabile riscrivere una nuova politica di rapporto stretto
con la base sociale del Paese.
Pensa che le pressioni dei movimenti che in questo momento si stanno moltiplicando
nella richiesta di un rinnovo generale del sistema politico brasiliano possano
davvero essere utili a risolvere l'attuale crisi?
I movimenti sono importanti. Il PT senza i movimenti sociali, senza i sindacati,
senza la società civile, non ha senso. I segnali già ci sono. L'ingresso del presidente
della CUT (il più grande sindacato dell'America Latina) Luis Marinho al Ministero
del Lavoro è già un avanzamento. Ma non basta. Io sono uscito dal governo non
perché in totale disaccordo con Lula e il suo programma, continuo a ripeterlo,
ma avevo forti critiche verso le scelte economiche del suo esecutivo. Queste scelte
economiche sono alla base del forte disincanto della società verso il governo
ancor più dei casi orribili di corruzione scoperti oggi. E continuo a dire verso
il governo e non Lula. Basta guardare lo MST, il movimento dei sem terra: sono
fortemente critici verso le politiche economiche ma non hai mai rotto con Lula,
non hanno mai interrotto il dialogo.
E se oggi mutassero queste scelte economiche? L'ingresso di Marinho sembra indicare
un cambiamento.
Non per questa legislatura. In questa situazione se Lula toccasse le politiche
economiche si andrebbe si a una situazione insostenibile per la sopravvivenza
dell'esecutivo. Le forze più conservatrici all'interno della coalizione non lo
permetterebbero.
Lei dice che le prossimi elezioni presidenziali l'unico candidato possibile continua
ad essere Lula.
Si, lo ripeto, ma l'elezione di Lula, la sua candidatura sarà molto problematica.
La destra non ha candidati forti e credibili. Lula ha ancora possibilità. E non
credo che da qui a un anno, data delle prossime elezioni, la destra riesca ad
esprimere un candidato credibile. Non certo Serra, l'attuale prefetto di Sao Paolo,
che è solo il prestanome dell'ex-presidente Cardoso sconfitto rovinosamente da
Lula tre anni fa.
E se non vincesse?
La situazione sarebbe di colpo esplosiva. Si rischierebbe l'emersione drammatica
di tutte le crisi sociali che finora sono state in qualche modo tamponate dalle
politiche di integrazione sociale portate avanti in questi anni. Se Lula cadesse
riemergerebbero la repressione, le diseguaglianze che in qualche modo in questi
anni si è tentato di affrontare e soprattutto riemergerebbero quelle tendenze
antidemocratiche mai davvero sopite dopo la fine della dittatura militare. E'
a rischio non solo un programma di governo e un uomo e un gruppo politico, ma
la nostra stessa democrazia.
Credo che uno scenario del genere potrebbe portare a una situazione di tale
tensione e drammaticità da provocare addirittura forme di lotta estreme fino ad
arrivare a casi di resistenza armata. Credo che potrebbe essere davvero possibile.