Due dei teologi tra i più prestigiosi al mondo, Frei Betto e Giulio Girardi,
ci hanno spiegato la Teologia della liberazione, “nata negli anni Sessanta dalla
base, prima in Perù poi in Brasile, da religiosi convinti che non si possa insegnare
la parola di Gesù senza insegnare quali sono i diritti delle persone, quale coscienza
si deve avere per essere cittadini, per avere diritti dei propri diritti”.
Li abbiamo incontrati a Piacenza, nell’ambito della manifestazione “Carovane,
le città invisibili”, (www.carovane.pc.it)una settimana di incontri con la letteratura, la poesia e il cinema dei paesi
del sud del mondo.
Data la complessità del tema, PeaceReporter ha scelto di dedicare due articoli
distinti ai due grandi teologi, che con approcci diversi spiegano, approfondiscono,
raccontano cos’è la Teologia della Liberazione e cosa significhi viverla oggi.

Fratel Betto, al secolo Carlos Alberto Libanio Christo, è un
frei domenicano di 62 anni, che da anni scrive libri e trattati. Amico fraterno di
Lula, è entrato anche in politica per sostenerlo nel progetto sociale Fame Zero,
che adesso però non segue più direttamente. Da qualche mese è uscito dal governo
“per due motivi”: “Perché volevo avere il tempo per scrivere e perché non condivido
la politica economica del governo”. Ha un fare gentile e un aspetto sereno e deciso.
Il suo volto disteso è segnato da guizzi di profonda ironia che testimoniano la
sagace intelligenza.
Con semplicità ci ha spiegato la Teologia della Liberazione, cos’è, cosa ha dato
alla gente più povera e miserabile, e perché ancora oggi, dopo quasi 40 anni,
continui a sollevare tanti dubbi e preoccupazioni nella Chiesa di Roma.
Cos’è. “In America Latina la maggior parte della gente vive nella povertà e la maggioranza
è di fede cristiana. Quindi la domanda principale di questa gente è: Dio vuole
che noi rimaniamo in questa sofferenza? Oppure, come sta scritto nella prima pagina
della Bibbia, ha creato il mondo in modo che fosse un giardino, un meraviglioso
giardino con uccelli, fiori, acqua cristallina? La Teologia della liberazione,
non è una teoria, non è un qualcosa nato nelle biblioteche, alle scrivanie, nelle
accademie, nelle università religiose… No! E' la sistematizzazione dell’esperienza
di fede dei poveri alla ricerca della loro liberazione”.
Perché stupirsi? Secondo frei Betto, in un mondo d’oppressione, in cui vogliamo credere nel Dio
della vita – e la vita è il dono maggiore di Dio – la Teologia della liberazione
significa coniugare la visione della fede con l'anelito alla liberazione. “Penso
che ogni cristiano che viva il mistero della fede con gioia, con senso di liberazione,
che vive l’amore, l’impegno per la lotta per la giustizia, pratichi la Teologia
della liberazione”, precisa. “Una volta un vescovo mi chiese: “Ma perché cercare
un’altra teologia quando c’è già la teologia della Chiesa di Roma?” E io gli risposi:
“Nel Vangelo ci sono quattro teologie diverse, quella di Matteo, di Giovanni,
di Luca e di Marco. E se ci sono già queste quattro visioni diverse di Gesù, queste
quattro diverse visioni della chiesa, perché stupirsi proprio della Teologia della
liberazione?”.
La speranza. “Vivere la fede in America Latina è avere la speranza di superare la miseria
e la povertà”, continua il domenicano. “La gente incontra nella Bibbia, nella
parola di Dio, il proprio alimento per capire meglio se stessi, per capire la
lotta che sta vivendo e per trovare soluzioni. Faccio una metafora per spiegare
meglio questo concetto. Per molta gente aprire la Bibbia è come aprire una finestra
su interessanti fatti del passato. Nelle comunità ecclesiali di base, invece,
la gente povera, quando apre la Bibbia, è come se guardasse se stessa in uno specchio,
lo fa per riuscire a capirsi meglio, qui e ora”.
E per aiutare la gente a capire meglio le scritture, la vita di Gesù, nella prospettiva
liberatrice, Betto ha scritto anche un libro “Uomo fra gli uomini”, una vera e
propria lettura popolare del Vangelo.
I cambiamenti. “Molti qui in Italia mi chiedono cosa sarà della nostra Teologia adesso, con
Papa Ratzinger – racconta fratel Betto - Beh, devo dire che questa cosa ogni volta
che vengo in Italia mi

sconcerta: voi siete molto vicini al Papa, mentre noi in America Latina siamo
molto vicini a Dio. Dovete capire, che molto spesso quello che avviene a Roma
non ha molto riflesso nella Chiesa dell’America Latina. Anche le nomine di vescovi
conservatori molte volte non provocano reazioni, perché c’è così tanto sfruttamento,
così tanta sofferenza – tanto per dirne una nel mio Paese c’è ancora il lavoro
in schiavitù – che tutto il dolore della gente parla più alto, parla direttamente
a Cristo. Per questo la Teologia della liberazione nasce proprio in America Latina.
E comunque, io non credo che il rinnovamento della Chiesa venga dall’alto, spero
arrivi dal basso. Credo che lo Spirito Santo lavori dal basso.
L’unica cosa che so – incalza - è che trent’anni fa era soltanto la Teologia
della liberazione che parlava di debito estero, di colonialismo, di neoliberismo,
che criticava l’imperialismo, la politica estera degli Stati Uniti. Adesso questi
temi appaiono nei documenti finali di Giovanni Paolo II. Eppure era un papa che
aveva tollerato la guerra di Bush in Iraq del 1991, e che poi è arrivato a condannare
l’invasione dell’Iraq di Bush figlio. Sono solito dire, infatti, che la Teologia
della liberazione è arrivata a Roma. Roma può pure non averne coscienza, ma è
così. Se si pensa che il Papa ha mobilitato 150mila persone contro il G8 a Genova!
E’ esattamente quello che noi della Teologia della liberazione avremmo voluto
fare”. Poi conclude, accennando alle tante contraddizioni del Vaticano: “Giovanni
Paolo II stesso aveva una contraddizione: era un uomo con la testa di destra e
il cuore di sinistra, perché era molto ortodosso nella dottrina, ma molto sensibile
ai temi sociali”.
Ortodossia. “Gesù predicava il regno di Dio, ma purtroppo quello che è venuto dopo è la
Chiesa”, riprende e, riferendosi all’incontro della Gioventù di Colonia, sottolinea:
“Il Papa ha ricordato l’importanza per i giovani di leggere il catechismo della
Chiesa, ma io avrei preferito che avesse sottolineato l’importanza di leggere
il Vangelo. Dobbiamo ricordare che Dio non ha religione. Non è tanto importante
avere fede in Gesù, quanto avere la fede di Gesù. Il messaggio centrale di Gesù
è non tanto quello di avere fede quanto quello di mettere in pratica l’amore liberatorio”.
Secondo frei Betto se si analizzano i quattro Vangeli ci sono principalmente
due domande che vengono rivolte a Gesù. La prima è: ‘Signore, che devo fare per
guadagnare la vita eterna?’. “Ecco – spiega il frate - mai questa domanda esce
dalla bocca di un povero. Esce sempre da coloro che si sono assicurati la vita
terrena e che quindi pensano ad assicurarsi anche l’al di là. È la domanda tipica
dell’uomo ricco, che vuol sapere come poter comprare anche il paradiso. E tutte
le volte che Gesù ascolta questa domanda si sente a disagio, irritato. E ha anche
reagito in modo un po’ aggressivo quando un ricco, nel porgli la domanda, lo adula
apostrofandolo: ‘Buon maestro’. ‘Io non sono il maestro, il buon maestro è Dio’,
gli risponde Gesù.
La seconda domanda che si incontra è invece: ‘Signore, come devo fare per avere
una vita in questa vita?’. Ecco, questa viene solamente dalla bocca dei poveri.
‘Le mie mani sono inerti, hanno bisogno di lavorare. Sono cieco, ho bisogno di
vedere. Sono paralitico, voglio camminare. Mio fratello è morto, vorrei vivesse.
Mia figlia è malata, vorrei che guarisse’. I poveri chiedono a Gesù vita in questa
vita. E a loro Gesù risponde sempre con misericordia e compassione. Perché lui
stesso ha detto io sono venuto qui perché tutti abbiano vita, e una vita piena”.
Tutto sbagliato. Per il teologo brasiliano, tutto il mondo in cui viviamo oggi è una grande offesa
al progetto di Dio. Perché in nessun versetto della Bibbia sta scritto che la
povertà è gradita agli occhi di Dio. La povertà è una maledizione. È frutto dell’ingiustizia.
Per questo Gesù si pone dalla parte dei poveri e li chiama beati: li considera
i protagonisti della conquista di una società in cui tutti veramente avranno una
vita.
“Dobbiamo riconoscere la presenza di Dio in tutte le tradizioni religiose. Eppure
noi cristiani soffriamo del complesso di superiorità che ci fa pensare di essere
migliori rispetto a tutte le altre confessioni. Ed è un vero e proprio peccato.
I migliori sono coloro che amano come Gesù amava. Migliore era Francesco di Assisi,
che si spogliò delle sue ricchezze per andare con i poveri”. E per frei Betto
era addirittura migliore Che Guevara, “uomo ricco che si è dedicato ai poveri.
E non era un credente”, precisa il frate. Poi aggiunge: “Sicuramente, quando il
Che è salito al cielo Gesù gli avrà detto: ‘Sei il benvenuto. Io avevo fame e
tu mi hai dato da mangiare, hai lottato per questo’. E lui avrà risposto: ‘Guarda
Signore, io non ero credente, e non ti ho mai incontrato perché non ho mai messo
piede in una chiesa’. E Gesù gli avrà risposto: ‘Ogni volta che hai lottato per
i poveri, hai lottato per me’. L’importante – asserisce – è dunque che ognuno
di noi ami per la nostra capacità di amare, solo così ci salveremo. La fede serve
solo per capire questa dimensione di amore. Nella prima lettera di Giovanni si
dice che Dio era amore. Chi ama conosce Dio. C’è molta gente che va in chiesa
e non ama. Mentre chiunque ami conosce Dio, fa esperienza di Dio, perché Dio è
amore”.
L’ideale dell’evangelizzazione secondo il teologo della liberazione è quando
un giovane di 16/17 anni, davanti alla prima esperienza di amore riconosce che
questa è anche esperienza di Dio. Non c’è un amore di Dio e un amore umano, tutte
le forme di amore sono divine. “E questo lo sanno ben spiegare i poeti – conclude
- Una volta in Nicaragua conobbi il poeta, che è ormai morto, José Coronel Utrecho.
Era già molto vecchio, ma era ancora molto innamorato della moglie, Julia, alla
quale aveva dedicato tutti i suoi poemi. Ecco, c’è una poesia in cui descrive
la loro luna di miele. La prima notte di nozze, in albergo, aveva dato ordine
di non essere disturbato per nessun motivo. Una volta pronto per il letto nuziale,
una persona ha bruscamente bussato alla porta. Che succede? Si è chiesto. Ci sarà
un incendio nell’hotel, eppur sono io quello incendiato. Apre la porta e si trova
davanti Dio, che gli chiede: ‘Josè il letto è molto grande?’, ‘Sì Signore venga
pure, ci entriamo tutti e tre’. Ma il Dio gli risponde: ‘Josè, tre siamo già noi’
e il poeta ribatte: ‘Signore non c’è problema, venite pure tutti e tre. Qui c'è
posto per tutti’. E il poema termina con: ‘E’ stata una notte di una grande orgia
spirituale’.”