30/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Tre donne raccontano il loro passaggio per le carceri della dittatura militare. E le difficoltà che sono seguite
scritto per noi
da Gianluca Ursini
foto di Gianluca Ursini
 
Il viaggio nell’orrore è una lenta discesa agli inferi, come i cerchi dell’inferno in cui Dante divise il suo immaginario oltretomba. Girone dopo girone, si scoprono i sequestri di persona in piena notte, i bambini strappati dal grembo materno dai poliziotti ‘represores’, le case confiscate, l’umiliazione del rientro in una società indifferente che vuole solo dimenticare quegli anni. A farci da Virgilio è il Direttore del Museo della memoria, Ruben Chababo, che come il poeta latino per Dante, può aggiungere particolari, spiegare aspetti della detenzione illegale delle ‘sobrevivientes’ che le intervistate hanno magari omesso per inconsueta pudicizia verso l’orrore. Devono compiere uno sforzo di nervi per riportare alla realtà un incubo che non vogliono affidare solo alle loro notti. Queste sono le storie di tre ‘sopravvissute’ alla ‘desaparicion’, salvate dal caso o dalla tenacia delle loro famiglie. Hanno chiesto l’anonimato per raccontare il loro passaggio attraverso una ‘Guerra Sucia’, sporca, di repressione segreta.
 
Volontarie del Museo della MemoriaLaila, studentessa, prelevata nel marzo 1976. “La paura, tra di noi, è ancora molto forte; qualcuno ha cancellato il proprio passato, per questo le nostre testimonianze sono importanti: per recuperare la memoria che si sta perdendo. C’è gente che per non avere problemi sul lavoro, non vuole che si sappia cosa le è successo in passato, quasi fosse una colpa essere stati ingiustamente carcerati. Tra le famiglie di operai, anche allora, durante la dittatura, pochissimi sporsero denuncia. Sapevano che era inutile.
 
 
Una immagine della mostra al Museo sulla Censura
Il nemico più pericoloso. La negazione di quel che è successo è il nostro vero nemico.Alcuni di noi hanno fatto delle liste degli amici scomparsi. Il nostro lavoro al Museo (di volontarie che cercano di aggiornare le liste dei ‘desaparecidos’, oltre a rintracciare le salme dei morti accertati ndr.) è cercare di convincerli a darci un amano per recuperare dal passato chiunque sia potuto scomparire per motivi politici. Non molti ci vogliono svelare quello che sanno. In fondo il problema è che non c’è solidarietà tra noi sopravvissuti; non c’è coscienza storica di quel che è successo; l’atteggiamento più diffuso è chiudersi in se stessi e pensare che non è successo, oppure, per chi non lo ha vissuto in prima persona, classificarlo come “una cosa successa ad altri” e chiudere il discorso. Io invece voglio che si parli del Terrorismo di Stato, uno stato che se non era pianificatore, era comunque complice, perché non ci ha protetti. Solo ora la coscienza si sta formando: per esempio le associazioni studentesche erano mute fino al 2000.
 
La ex questura di Rosario, dove venivano torturati i desaparecidosLa tortura, poi una’opportunità’. "Sono stata incarcerata per 17 mesi fino all’ottobre 1977. Facevo parte di un collettivo studentesco. Se mi sono salvata è solo grazie alla costanza della mia famiglia, che era influente e chiese alla procura che io venissi messa ‘a disposizione della magistratura’. Era la formula magica della salvezza. Voleva dire ‘riemergere’, come dicevamo in gergo. Non eri più ‘desaparecida’ I miei andarono alla ‘Alcaldià de la Jefatura’ (pressappoco la nostra questura, ndr.) a chiedere che venissi incarcerata ufficialmente. Così furono avvisati quando sono stata trasportata nel campo di raccolta di Deboto (luogo di detenzione fuori Buenos Aires esclusivamente per donne). Mi ricordo la liberazione: eravamo dentro da troppo tempo, una detenzione ingiustificabile. Il generale Gualtieri (Leopoldo Gualtieri, membro della Junta, subentrato a Jorge Videla alla guida del Paese, ultimo dittatore) ci radunò nel piazzale della caserma e ci disse che ci veniva 'data una opportunità di reinserimento nella società... ma appena avessimo dato motivo di dubitare della nostra redenzione...' e ha mimato il gesto della mitragliata, facendo il rumore del fucile con la bocca. Visto che avevo la fortuna di essere ‘in contatto’ con la magistratura, dopo i primi interrogatori mi è stata risparmiata la tortura più dura".
A questo punto della ricostruzione il suo corpo, già scosso periodicamente da alcuni tic al viso, diventa un sussulto continuo, tentativi di reprimere quel che si agita nella sua mente, un convulso contorcersi di tanti fremiti. “A me sono toccati solo alcuni ‘submarinos’ (i sottomarini, in cui al torturato viene messa la testa sott’acqua, per indurre il terrore del soffocamento) e dei pestaggi, a la notte nelle cantine in cui ci buttavano, sentivo ben altri racconti dalle mie compagne di cella. Una di noi venne portata via in un altro centro e sappiamo che è stata uccisa per sottrarle i suoi due figli”.
 
Scultura donata al MuseoGuerre tra diseredati. Matilde è una signora mite, dai capelli bianchi. La sua voce tremolante, da anziana, ti porta a chiederti come sia uscita da 6 anni e mezzo consecutivi di prigionia. “Io mi considero vittima del terrorismo di stato, che mi ha portato a combattere contro altri cittadini sfavoriti. Sono stata imprigionata con mio marito nel 1975. Sono uscita nel tardo 1981. Nessuno aveva controllato casa nostra mentre eravamo via. Quando siamo usciti ci abbiamo trovato dentro una famiglia di immigrati irregolari boliviani. Mio marito è dovuto rimanere nella clandestinità, c’era sempre il rischio che lo arrestassero di nuovo. E’ morto di cancro quando era tornata la democrazia, nel 1985. Io ho recuperato casa mia nell’89. Mi dispiace per quella famiglia, vorrei per loro che avessero tutto quel che desiderano, ma desideravo solo tornare in casa mia, nient’altro. Ora voglio sfruttare la mia fortuna per denunciare il terrorismo di stato. Hanno annullato una generazione: 30mila desaparecidos e altri 10mila incarcerati che sono riusciti a uscire, come me. Ma io ho avuto una fortuna: sono riuscita a entrare nel regime Pen (lo stesso delle altre) ‘a disposizione dell’esecutivo e della magistratura’, e  passare gli ultimi 4 anni e mezzo da ‘riemersa’.
 
 
Volontari al gruppo di ricerca dei DesaparecidosDue cuori e una galera. Maria, due figli cresciuti in prigionia. Un sorriso costante sulle labbra. E’ evidente che si sforza di  nascondere il suo nervosismo. “Ero nella gioventù peronista,  ‘montoneros’, mi davo da fare per migliorare la vita nel nostro quartiere. Quando abbiamo saputo che stavano effettuando un rastrellamento, siamo scappati con mio marito. Pensavamo di essere salvi dopo esserci rifugiati nella provincia di Cordoba, avevamo anche avuto un figlio. Poi ci trovarono e ci incarcerarono, nel 1979. La mia odissea è durata fino all’anno scorso quando ho ottenuto un permesso di buona condotta per venire a lavorare qui al museo.
Devo ringraziare il mio avvocato se siamo vivi. E’ riuscito a rintracciare il luogo dove eravamo detenuti e ha letteralmente contrattato che non ci ammazzassero. Ci avevano portati nella caserma del Battaglione 121, nessuno sapeva niente di noi, negavano ai nostri familiari che fossimo detenuti. Ci avevano messi in una cella grande quanto un cesso, tutti e tre. Dopo due mesi ci hanno portato a Rosario, dove abbiamo subito un processo militare, al termine del quale siamo stati condannati a dieci anni. Per tre anni abbiamo scontato la condanna in un ‘Instituto de resocialisaciòn’, destinato ai prigionieri con famiglia e una educazione superiore, insieme ad altri 50 nuclei familiari. E’ stata una tortura psicologica permanente dall’agosto 1979 all’agosto 1982".
 
Il direttore del Museo, Rubén ChababoLa colpa di essere vivi. "Lì ci sono nati altri due figli, uno è morto in prigione nel ’79 per una vaccinazione sbagliata. La cosa più dura, quando siamo usciti, è stato riabituarci a vivere in una casa da soli, senza altre persone. Ma la cosa forse più difficile è stata trovare un lavoro: siamo stati quasi tutti condannati all’economia sommersa, i contratti in nero, fino alla maturità. La tranquillità ci richiedeva il nostro anonimato: ci siamo trasferiti nell’85 in una casa nuova, e credo che fino al ’90 nessun vicino abbia saputo niente di noi. Una maestra dei miei bimbi con cui andavo molto d’accordo, per esempio, la ho incontrata anni dopo nella commissione degli ex prigionieri, tra lo stupore delle due. Adesso però abbiamo il problema psicologico più grande: dobbiamo superare la colpa di essere rimasti vivi”. 
Categoria: Diritti, Donne, Tortura
Luogo: Argentina