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Un giornalista cileno, insieme con tre colleghi europei (un olandese e
due tedeschi), abbandona la stampa “seria”, interessata solo alle
notizie con sapore di scandalo, per fondare un’agenzia giornalistica
alternativa “che si occupasse soprattutto dei problemi ecologici che
affliggono l’ambiente , e che ribattesse alle bugie usate dalle nazioni
ricche per giustificare il saccheggio dei paesi poveri. Saccheggio non
solo di materie prime, ma del futuro stesso”. E ancora: “quando una
nazione ricca installa una discarica di rifiuti chimici o nucleari in
un paese povero sta saccheggiando il futuro di quell’agglomerato umano,
perché se i rifiuti sono, come dicono, ‘inoffensivi’, per quale ragione
non hanno installato la discarica sul proprio territorio?”. Sono parole
di Luis Sepùlveda, o meglio del protagonista del suo romanzo “Il mondo
alla fine del mondo”, un giornalista cileno appunto.
Il ritorno sul mare del passato. Il libro risale al 1989, ma i sedici
anni passati dalla sua pubblicazione non rendono desuete le
affermazioni contenute ed è particolarmente attuale il tema trattato:
caccia alle balene. L’agenzia giornalistica infatti viene a conoscenza
dell’arrivo in un porto cileno di una nave giapponese, Nishin Maru, una
nave con un passato di caccia alle balene. Una nave però che dovrebbe
appartenere al passato, in quanto risulta ufficialmente demolita a
Timor ormai diversi anni prima. Il giornalista cileno torna quindi dopo
molti anni di assenza nella sua terra di origine, torna a bordo di una
nave a solcare i mari che aveva percorso da ragazzino, quando
affascinato dal libro Moby Dick era riuscito a imbarcarsi su una
baleniera. Erano i tempi in cui la caccia alle balene seguiva regole
ben precise, in cui esisteva una sorta di rispetto da parte dell’uomo per
la natura e gli animali, dove era vietato uccidere una balena femmina,
a maggior ragione se incinta. Tempi passati, come la presenza del
Nishin Maru sembra testimoniare.
Valeria Confalonieri