03/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Luis Sepùlveda, TEA, 2003
Un giornalista cileno, insieme con tre colleghi europei (un olandese e due tedeschi), abbandona la stampa “seria”, interessata solo alle notizie con sapore di scandalo, per fondare un’agenzia giornalistica alternativa “che si occupasse soprattutto dei problemi ecologici che affliggono l’ambiente , e che ribattesse alle bugie usate dalle nazioni ricche per giustificare il saccheggio dei paesi poveri. Saccheggio non solo di materie prime, ma del futuro stesso”. E ancora: “quando una nazione ricca installa una discarica di rifiuti chimici o nucleari in un paese povero sta saccheggiando il futuro di quell’agglomerato umano, perché se i rifiuti sono, come dicono, ‘inoffensivi’, per quale ragione non hanno installato la discarica sul proprio territorio?”. Sono parole di Luis Sepùlveda, o meglio del protagonista del suo romanzo “Il mondo alla fine del mondo”, un giornalista cileno appunto.

Il ritorno sul mare del passato. Il libro risale al 1989, ma i sedici anni passati dalla sua pubblicazione non rendono desuete le affermazioni contenute ed è particolarmente attuale il tema trattato: caccia alle balene. L’agenzia giornalistica infatti viene a conoscenza dell’arrivo in un porto cileno di una nave giapponese, Nishin Maru, una nave con un passato di caccia alle balene. Una nave però che dovrebbe appartenere al passato, in quanto risulta ufficialmente demolita a Timor ormai diversi anni prima. Il giornalista cileno torna quindi dopo molti anni di assenza nella sua terra di origine, torna a bordo di una nave a solcare i mari che aveva percorso da ragazzino, quando affascinato dal libro Moby Dick era riuscito a imbarcarsi su una baleniera. Erano i tempi in cui la caccia alle balene seguiva regole ben precise, in cui esisteva una sorta di rispetto da parte dell’uomo per la natura e gli animali, dove era vietato uccidere una balena femmina, a maggior ragione se incinta. Tempi passati, come la presenza del Nishin Maru sembra testimoniare.

Dalla fantasia alla realtà. Sepùlveda conduce così sul mare, attraverso i fiordi, nella Terra del Fuoco, sfruttando ogni spunto fornito dall’inchiesta del giornalista per parlare della storia delle terre cilene, dei popoli indio e del loro destino, della natura e degli animali e dell’intervento dell’uomo. Il risultato è un romanzo che, nel dipanarsi della vicenda fino al finale che non delude, apre gli occhi su situazioni spesso ignorate dai media. Guarda caso, motivo che ha portato alla nascita dell’agenzia giornalistica alternativa fondata dal protagonista della storia.
 

Valeria Confalonieri

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità