20/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Ursula Rütter Barzaghi, TEA, 2004
“Mi è molto difficile dare credito a chi sostiene di non aver saputo cosa stesse accadendo in Germania quando io, bambina di soli cinque anni, conoscevo persino i dettagli delle persecuzioni perpetrate dai nazisti. Se ne parlava, altrimenti come si spiega la mia paura degli ebrei, la certezza che si nascondessero persino nella nostra caserma, la convinzione che venissero catturati per essere portati con un treno in ‘prigione?’”. Cinque anni era l’età di Ursula Rütter Barzaghi, quando la sua vita scorreva relativamente tranquilla nella caserma di Lubln, in Lorena, con un padre che credeva fosse un semplice militare: solo tempo dopo ha intuito che probabilmente faceva parte delle SS, anche se non ha mai voluto cercarne le prove.

Bandiera con il simbolo nazista Fantasia e realtà. Il libro “Un bambino piange ancora” mostra gli anni dell’orrore attraverso i suoi occhi di bambina, anch’essa vittima inconsapevole degli eventi, pur se dalla parte degli oppressori. “I bambini, credo, dovrebbero avere il diritto di spaventarsi e divertirsi con le favole; gli adulti il dovere di non sostituirsi agli orchi e alle streghe”, scrive: i mostri negli incubi dei bambini nella caserma erano i russi con la sciabola affilata in agguato nei cespugli oltre il muro di recinzione per tagliare la testa ai bambini o gli ebrei, di cui però non dovevano preoccuparsi perché i loro papà li stavano catturando e mettendo su un treno che li portava in prigione. Ma gli orchi dell’autrice avevano anche la voce di un uomo che urlava ordini nel campo di addestramento in caserma: “L’eco di quella micidiale violenza verbale raggiungeva le mie orecchie come uno schiaffo, facendomi rabbrividire. Non ho mai cercato di capire cosa stesse gridando, il senso delle parole non aveva importanza quando il tono diceva già tanto. Ma la voce di quell’uomo non l’avrei mai più dimenticata”. Mai, tanto da ricordarla ascoltando alla televisione un ebreo scampato allo sterminio che imitava gli ordini ricevuti, da sconvolgerla nel risentire una voce simile, o forse la stessa, molti anni dopo in Afghanistan, dove aveva seguito il padre, emigrato per lavoro come molti connazionali.

Il campo di Dachau, dove si è recata l'autrice L’immagine degli ebrei. L’autrice racconta che uno dei giochi preferiti del gruppo di amici in caserma era far paura ai più piccoli, raccontando storie raccapriccianti sugli ebrei: “Non avevo mai visto un ebreo e non riuscivo a farmi un’idea precisa di come fossero. Alcune volte me li immaginavo mentre tentavano di nascondere la coda nei pantaloni, oppure con lunghi peli lisci appiccicati su tutto il corpo. Avevo consultato i miei libri, ma tra l’orco, il lupo e le streghe gli ebrei non c’erano”. Ha dovuto fare i conti con tutto questo nella sua infanzia. Eppure è rimasta inorridita qualche anno dopo a scuola, alla vista di un’immagine di un camion carico di corpi ammassati, pelle e ossa, nudi e rasati, che i suoi amici si passavano l’un l’altro e uno diceva : “Ma dai, non fare così, erano soltanto ebrei”.

Lo spazio per le lacrime.
In un Paese che cercava di riprendersi dal conflitto, fra persone che provavano a ricostruire una vita e a fare i conti con sé stessi e il proprio passato, anche cercando di seppellirlo, Ursula Rütter Barzaghi non ha voluto seppellire niente: ha messo ordine fra i ricordi talora confusi dalla sua giovane età, fino a rendersi conto di non essere ancora riuscita a piangere per i morti: “Le vittime del nazismo erano per noi un’entità astratta: non avevano volto né qualcuno che piangesse per loro. Nessuno ci raccontava la loro storia personale; esistevano soltanto al plurale. Avevo visto di sfuggita i loro miseri corpi su una fotografia ; il cassone di un camion, senza croce e senza fiori, era la loro bara. Li avevano derubati dei capelli, dei vestiti e delle loro lacrime. Ma le loro anime fluttuavano nell’aria, si rispecchiavano negli occhi dei nostri genitori, in attesa di approdare alla nostra coscienza”. La bambina diventata adulta ha sentito il bisogno di piangere ed è andata a Dachau, accompagnata dal padre, che non è poi riuscito a oltrepassare l’ingresso: dentro il campo, ha pianto per lui.
 

Valeria Confalonieri

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