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“Mi è molto difficile dare credito a chi sostiene di non aver saputo
cosa stesse accadendo in Germania quando io, bambina di soli cinque
anni, conoscevo persino i dettagli delle persecuzioni perpetrate dai
nazisti. Se ne parlava, altrimenti come si spiega la mia paura degli
ebrei, la certezza che si nascondessero persino nella nostra caserma,
la convinzione che venissero catturati per essere portati con un treno
in ‘prigione?’”. Cinque anni era l’età di Ursula Rütter Barzaghi,
quando la sua vita scorreva relativamente tranquilla nella caserma di
Lubln, in Lorena, con un padre che credeva fosse un semplice militare:
solo tempo dopo ha intuito che probabilmente faceva parte delle SS,
anche se non ha mai voluto cercarne le prove.
Fantasia e realtà. Il libro “Un bambino piange ancora” mostra gli anni
dell’orrore attraverso i suoi occhi di bambina, anch’essa vittima
inconsapevole degli eventi, pur se dalla parte degli oppressori. “I
bambini, credo, dovrebbero avere il diritto di spaventarsi e divertirsi
con le favole; gli adulti il dovere di non sostituirsi agli orchi e
alle streghe”, scrive: i mostri negli incubi dei bambini nella caserma
erano i russi con la sciabola affilata in agguato nei cespugli oltre il
muro di recinzione per tagliare la testa ai bambini o gli ebrei, di cui
però non dovevano preoccuparsi perché i loro papà li stavano catturando
e mettendo su un treno che li portava in prigione. Ma gli orchi
dell’autrice avevano anche la voce di un uomo che urlava ordini nel
campo di addestramento in caserma: “L’eco di quella micidiale violenza
verbale raggiungeva le mie orecchie come uno schiaffo, facendomi
rabbrividire. Non ho mai cercato di capire cosa stesse gridando, il
senso delle parole non aveva importanza quando il tono diceva già
tanto. Ma la voce di quell’uomo non l’avrei mai più dimenticata”. Mai,
tanto da ricordarla ascoltando alla televisione un ebreo scampato allo
sterminio che imitava gli ordini ricevuti, da sconvolgerla nel
risentire una voce simile, o forse la stessa, molti anni dopo in
Afghanistan, dove aveva seguito il padre, emigrato per lavoro come
molti connazionali.
L’immagine degli ebrei. L’autrice racconta che uno dei giochi preferiti
del gruppo di amici in caserma era far paura ai più piccoli,
raccontando storie raccapriccianti sugli ebrei: “Non avevo mai visto un
ebreo e non riuscivo a farmi un’idea precisa di come fossero. Alcune
volte me li immaginavo mentre tentavano di nascondere la coda nei
pantaloni, oppure con lunghi peli lisci appiccicati su tutto il corpo.
Avevo consultato i miei libri, ma tra l’orco, il lupo e le streghe gli
ebrei non c’erano”. Ha dovuto fare i conti con tutto questo nella sua
infanzia. Eppure è rimasta inorridita qualche anno dopo a scuola, alla
vista di un’immagine di un camion carico di corpi ammassati, pelle e
ossa, nudi e rasati, che i suoi amici si passavano l’un l’altro e uno
diceva : “Ma dai, non fare così, erano soltanto ebrei”.
Valeria Confalonieri