Scritto per noi
da Enza Roberta Petrillo

L'ultimo lavoro del regista kosovaro Isa
Qosja, presentato al Sarajevo Film Festival terminato lo scorso 27
agosto, smentisce chi crede che in condizioni disagiate e senza
finanziamenti ingenti non si possa dirigere e produrre un film.
Lontano dalla macchina da presa da diciassette anni Qosja, montenegrino
di nascita e kosovaro d'adozione, è tornato alla ribalta
con "Kukumi", un film che racconta la sua storia e quella di Hasan e
Mara, tutti e tre usciti da un centro psichiatrico e alle prese
con il nuovo volto del Kosovo post-bellico. Le tensioni tra serbi e
albanesi, la burocrazia delle Nazioni Unite, le truppe straniere
stanziate nella provincia, sono lo scenario in cui si muovono
frastornati i tre protagonisti, coscienti che soltanto essendo uniti
tra loro riusciranno a far fronte a un mondo così radicalmente cambiato.
Una storia-metafora. In una trama lineare, le vicende dei tre si
confondono con quelle vissute dalla gente del Kosovo negli ultimi
sei anni . "Tutto il film è una metafora. La libertà c'è quando
si è in grado di aiutare e capire l'altro" ha dichiarato Qosja durante
la conferenza stampa seguita alla proiezione. Parole che
lasciano trasparire una condanna decisa dell'abbruttimento umano e
civile portato dalla guerra. Dichiaratosi scosso dalla "generale
disumanizzazione degli ultimi anni" il regista ha infatti voluto
mettere in scena la propria interpretazione dei fatti. Un
percorso difficile in cui a dare l'esempio sono proprio i tre ex
internati, gli unici a comprendere la necessità e il significato
dell'essere solidali in un contesto così tragicamente violato dalla
storia.
Per niente semplicistiche, le storie di tutti i giorni vissute
dai protagonisti, nel Kosovo delle zone interdette e delle
enclavi, portano anche ad interrogarsi su come si sia arrivati a un
tracollo umano di questa portata. Senza alcun vittimismo, Qosja
racconta la storia di un paese e di un'umanità sottratta non solo dalla
presenza delle forze internazionali, ma anche dalla mancanza di
prospettive e di fiducia nel futuro.
Il sogno di un mondo diverso. Kukumi, testimonianza artistica e
civile di un regista convinto che sognare un mondo diverso non
sia soltanto un diritto ma anche un dovere, lascia intendere
esattamente chi può ancora restituire la speranza a quelle terre. Messi
al bando da una società civile che continua ad escluderli per la loro
infermità mentale, proprio i tre protagonisti sono
gli unici in grado di comprendere quanto sia importante superare le
divisioni per il bene comune.
Hasan, Mara e Kukumi, marginali solo all'apparenza, dell'interminabile
dopoguerra del Kosovo sembrano infatti averne capito più di chiunque
altro. Loro, estranei alle tensioni e agli odi che
infiammano il paese, osservano lo scorrere degli eventi interpretandoli
con tutta la purezza della loro condizione. Le mille contraddizioni del
Kosovo appaiono ai loro occhi come delle storture incomprensibili
e impossibili da sopportare. Per questo, l'assassinio accidentale di
Kukumi e il ritorno di Mara e Hasan nella casa di cura, il solo
luogo in cui ritrovare l'umanità perduta, segna solo in apparenza un
epilogo amaro.
Per Isa Qosja la speranza per il Kosovo parte proprio da chi è ai margini.