Scritto per noi da
Alessandro Orrù

Al momento del golpe, già da un anno i militari avevano costruito centri di detenzione
clandestina a Tucumán, dove ammazzavano e torturavano dissidenti politici e coloro
che venivano sospettati di essere guerriglieri. Se però nel 1976 vi erano già
500 desaparecidos e i campi di concentramento risultavano essere uno dei modi
possibili con i quali fino ad allora i militari avevano attuato la repressione,
con il “Processo di riorganizzazione nazionale” questi divenirono di gran lunga
il più utilizzato dagli apparati dello Stato. Un metodo che lasciava aperta la
speranza che la persona scomparsa fosse ancora viva e che riuscisse a tornare.
Questo nella maggior parte dei casi, assicurava per un certo tempo il silenzio
delle famiglie.
Una nuova Auschwitz. L’efficiente apparato della repressione era formato da trecentoquaranta centri
clandestini che talvolta potevano essere enormi e contenere centinaia di persone
come quello di
Campo de Mayo oppure essere minuscoli commissariati di periferia e semplici garage (come l’
Olimpo che ispirò il film di Marco Bechis), innocui a passarci accanto camminando per
la strada. Di certo questa contraddizione ha la sua migliore incarnazione nella
Escuela de mecánica de la armada (ESMA) di Buenos Aires, il campo più famoso.
Per tutto il periodo della dittatura l’ESMA continuò a funzionare come prima,
formando le reclute della Marina e dedicandosi alle funzioni abituali di qualsiasi
altra scuola, ma una parte si era occultata, cioè si era staccata dalla struttura
per formare il campo segreto di concentramento e morte che si chiamava in codice
Selenio. Nel campo di concentramento vennero imprigionate durante la dittatura circa
4700 persone, solo 350 sopravvissero.
Ordini dall’alto. In questi centri l’uso della tortura fu sistematico e scientifico, molti venivano
per esempio esaminati da un medico durante le violenze, per determinare quanto
ancora potevano subire. Tra le tante torture ormai tristemente famose ricordiamo
il “sottomarino”, immersione fino al limite del soffocamento in recipienti di
acqua sporca, a volte con escrementi; la “
Picana”, uno strumento con la corrente elettrica; ustioni con acidi, sigarette, fiamma
ossidrica e bisturi elettrico; mutilazioni; fucilazioni simulate; violenze sessuali,
più alle donne ma anche agli uomini. Frequentemente anche i familiari venivano
sequestrati per ricattare il detenuto o per farlo addirittura assistere allev
iolenze su di loro. Non mancarono episodi di antisemitismo feroce, attribuiti
alla presenza come istruttori, di anziani nazisti rifugiati in Argentina nel dopoguerra.
Più in generale, s’indovina a monte un internazionale di studi e tecniche accuratamente
testate. Si comincia oggi a parlare di responsabilità di specialisti francesi,
formatisi in Algeria, nell’iniziazione dei militari argentini alle pratiche della
tortura e si conoscono i centri d’addestramento statunitensi che avrebbero “laureato”
torturatori, terroristi e dittatori non solo argentini ma di altri paesi latinoamericani
come El Salvador, Guatemala, Cile, Perù, Colombia. Roberto Viola, Leopoldo Galtieri,
i panamensi Manuel Noriega e Omar Torrijos, il peruviano Juan Velasco Alvarado
e l'ecuadoriano Guillermo Rodriguez, si sono infatti tutti avvalsi dell'addestramento
ricevuto nella “Scuola delle Americhe”, a
Fort Benning, in Georgia.