Nella guerra al terrore, il prezzo più alto lo paga chi finisce nella rete della giustizia
In occasione della giornata del Desaparecido, Amnesty International ha scelto di puntare l’attenzione sul problema di tutte
quelle persone che, negli ultimi anni, sono state arrestate e trattenute segretamente,
dagli Usa o dai loro alleati, in nome della guerra al terrorismo. Senza che ne
fossero divulgate le generalità o le imputazioni, private della possibilità di
avere contatti con il mondo esterno, queste persone sono sostanzialmente scomparse.
Tralasciando il complicato status legale dei prigionieri detenuti nel carcere
extraterritoriale di Guantanamo, che non possono tecnicamente essere definiti
dei desaparecidos, i casi di questo tipo accaduti altrove in seguito all’11 settembre 2001 sono
numerosi.
Vicende emblematiche in questo senso sono ad esempio quelle di due Yemeniti:
Muhammad Faraj Ahmed Bashmilah e Nasser Salim Ali, arrestati e trattenuti in località
sconosciute, in totale isolamento per oltre un anno e mezzo senza che avvocati
e famigliari ne abbiano avuto notizie. I loro casi, per quano paradossali, sono
quantomeno noti ad Amnesty, una organizzazione umanitaria che può se non altro
fare pressione mediatica affinchè non vengano dimenticati. In situazioni simili
alle loro, anzi peggiori, si trovano nello stesso tempo un gran numero di altre
persone che le organizzazioni non governative ancora non conoscono. Vite semplicemente
sparite nelle carceri e nei centri di detenzione segreta di chissà quali paesi.
Muhammad Faraj Ahmed Bashmilah. É un trentasettenne yemenita residente in Indonesia, nel 2003 si recava in Giordania
per accompagnare la madre bisognosa di cure mediche quando venne fermato all’immigrazione
dell’aeroporto di Amman e arrestato per il solo fatto di essere stato in passato
in Afghanistan. Muhammad venne trasportato in una località segreta dove per circa
6-8 mesi subì interrogatori sulle sue attività in Afghanistan e Indonesia e venne
torturato. In seguito viene trasferito in un altro carcere e in un altro ancora
fuori dal paese. Nello Yemen. Qui il suo status di detenuto ha cessato di essere
segreto, ma la sua prigionia non è terminata e nel giugno 2005 dalla prigione
di Aden, dove ha potuto incontrare degli operatori umanitari, ancora lamentava
di non avere imputazioni a proprio carico né un processo in vista.
Le autorità yemenite ammettono di non avere ragioni proprie per tattenerlo, ma
sostengono di avere ricevuto la richiesta da parte delle autorità statunitensi.
Nasser Salim Ali. Ha 27 anni ed è stato arrestato nell’agosto del 2003 in Indonesia, dove viveva
con la moglie. Nasser ha raccontato di essere stato trasportato in Giordania dove
venne interrogato e torturato per quattro giorni. In seguito venne trasferito
in una località segreta dove rimase confinato in isolamento per circa 6 mesi e
poi ancora, in elicottero, verso un altro istituto di pena sotterraneo. Anche
Salim Ali, nel maggio 2005 è stato trasferito nello Yemen, e anche nel suo caso,
pur senza avere accuse a suo carico non è stato rilasciato. Le autorità yemenite
indicano come ragione per la sua detenzione, una richiesta statunitense. Oggi
Nasser Salim ha una figlia di due anni che non ha mai visto e non sa se vedrà
mai.