Scritto per noi da
Alessandro Orrù

Se si vuole analizzare quello che fu l’atteggiamento del
Corriere della Sera nei riguardi dei desaparecidos argentini è alla storia personale di Giangiacomo
Foà, il corrispondente del giornale da Buenos Aires, che bisogna fare riferimento.
Quando i militari presero il potere con la forza era da anni che gli occhi del
prestigioso giornale erano, come quelli di tutti i media, puntati sul paese sudamericano
e nell’anno che seguì il colpo di stato il quotidiano milanese fu senz’altro in
prima linea nell’informare gli italiani di quanto stesse accadendo: si scrisse
dell’esponenziale aumento della violenza nel paese e di tutti gli italiani arrestati,
si raccontarono le azioni violente delle forze armate e ci furono testimonianze
dei sopravvissuti ai primi casi di tortura. Niente venne taciuto. Quando però
Giangiacomo Foà di fronte all’ennesima minaccia nell’estate del 1977 andò via
dall’Argentina, l’unico corrispondente stabile di un giornale italiano lasciò
il paese e fu qui che la storia del giornale di Via Solferino si intrecciò con
quella della Loggia massonica Propaganda 2.
La P2 in Via Solferino. Oltre che per l’Argentina quelli furono gli anni più bui anche per il giornale
milanese. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta la P2 perseguì l’obbiettivo
di infiltrazione e di controllo del gruppo
Rizzoli. Questo rientrava in un piano per la “rinascita democratica” che avrebbe consentito
di controllare l’opinione pubblica italiana al fine di ottenerne l’appoggio per
i propri scopi. In quel periodo il gruppo editoriale presentava tutte le condizioni
ottimali per la riuscita del piano: risultava proprietario di un quotidiano di
grandi tradizioni, ma era anche appesantito da una difficile situazione finanziaria.
Il controllo sul giornale milanese risultò essere pressoché totale soprattutto
dopo che Franco Di Bella divenne direttore, “una nomina voluta espressamente da
Licio
Gelli”, avrebbe riferito anni dopo il rapporto della Commissione parlamentare
che indagò sulla loggia. Fu Di Bella -confessò in un’intervista anni dopo Foà-
che disse chiaro e tondo al corrispondente che l’Argentina per lui “non doveva
più esistere”.
A causa dei suoi interessi nel paese sudamericano, dove da poco aveva acquistato
una fetta importante del mercato editoriale con l’
Editorial Abril, la P2 fece scomparire per anni dalle pagine del quotidiano tutto ciò che riguardava
la repressione. Importanti notizie vennero taciute e lo si fece proprio negli
anni in cui il “Processo di riorganizzazione nazionale” stava facendo il maggior
numero di vittime. Furono scelte operate dall’alto e i giornalisti non sapevano
il perché di tutto ciò, anzi numerose volte denunciarono il fatto che non si parlasse
più del Sud America. Questa situazione proseguì per anni, fintanto che le trame
della loggia non vennero alla luce in occasione dell’inchiesta Sindona e il direttore
fu sostituito.
Riaccesa la luce. In quegli anni l’economia argentina era gravata da una delle più pesanti crisi
economiche del ventesimo secolo e la guerra della Falkland diede il colpo di grazia
al già vacillante governo del Generale Galtieri. Intanto con il cambio ai vertici
della dirigenza del giornale cambiò anche la linea editoriale e Foà poté tornare
a Buenos Aires a fare il suo lavoro. Fu a questo punto che il
Corriere pubblicò la lista dei 297 italiani
desaparecidos: questo isolò ancora di più l’Argentina e fu un’ulteriore stoccata per la “
Junta” perché venne spazzato via ogni proposito di far continuare un regime in agonia.
Cittadini di tutti i paesi d’Europa erano scomparsi e per la prima volta gli orrori
della
desapareción venivano sbattuti in prima pagina, toccando anche l’Italia, con i suoi cinquecento
cittadini
desaparecidos ufficialmente accertati.