
Durante il "Processo di riorganizzazione nazionale" soltanto cinque
degli ottanta prelati che facevano parte dell'episcopato argentino
protestarono pubblicamente per la violazione dei diritti umani in atto:
questo semplice dato rivela che anche il clero, come la società stessa,
era profondamente diviso durante il periodo della dittatura. Da una
parte coloro che appoggiarono i militari, dall'altra coloro che invece
manifestarono il loro disaccordo e questa divisione non si manifestò
solo sul piano ideologico. Lo dimostra il fatto che numerose furono le
vittime anche tra i prelati: monsignor Enrique Angelelli, vescovo di La
Rioja, morì in un presunto incidente automobilistico mentre stava
indagando sulla morte di due sacerdoti. Anni dopo Monsignor De Nevares,
vescovo di Neuquén, denunciò che in realtà Angelelli era stato ucciso a
colpi di calcio di fucile sulla nuca. L’11 luglio 1977 anche Carlos de
Ponce de León, vescovo di San Nicolás, morì in un incidente
automobilistico mentre era diretto a Buenos Aires allo scopo di portare
alla Nunziatura Apostolica la documentazione relativa alla repressione
illegale nella sua città. Il caso che non lascia però dubbi su come la
repressione abbia interessato anche il clero argentino fu l’uccisione
di tre sacerdoti e due seminaristi dell’ordine dei Pallottini che
facevano opera di carità nelle baraccopoli. Vennero crivellati di colpi
il 14 luglio 1976 nella chiesa di San Patricio a Buenos Aires. Sulle
pareti fu scritto: "Per aver avvelenato le innocenti menti dei nostri
ragazzi".
L'altra sponda. Ci fu anche una parte del clero dichiaratamente
schierato dalla parte della Junta, tra questi soprattutto Juan Carlos
Aramburu, arcivescovo di Buenos Aires e Raúl Primatesta, arcivescovo di
Cordóba, oltre che monsignor Tortolo, l'allora presidente della
conferenza episcopale. Quest'ultimo arrivò a sostenere con argomenti
medievali la legittimità della tortura, oltre a questi tennero
comportamenti analoghi i vescovi Di Stefano, Plaza, Graselli e Medina.
Per molti comunque l'appoggio non si limitò ad essere puramente
ideologico.
Molti sacerdoti sono infatti stati diffusamente menzionati dai
prigionieri dei campi di prigionia. Erano soliti assistere alle
torture, confessare torturatori ed assassini rassicurandoli che "Dio
stava dalla loro parte, dato che stavano salvando il Cristianesimo". Il
caso più famoso e quello di Christian Von Wernich citato da centinaia
di testimoni.
Anche gli stranieri. La parte rivestita dal clero fu molto importante
in quel periodo, anche quella ricoperta dai non argentini: Pio Laghi,
nunzio apostolico nell'Argentina dei desaparecidos era intimo amico di
Emilio Massera, uno dei membri più influenti della giunta militare che
comandava il più importante di quei campi di concentramento disseminati
in tutto il paese sudamericano: l'Esma dove trovarono la morte quasi
5mila persone. La loro amicizia fu segnata dalle tristemente celebri
partite a tennis. Dal canto suo Pio Laghi ha dichiarato anni fa ad un
quotidiano argentino di "non sapere cosa stesse accadendo" nel paese in
quell'epoca.
Fece invece scoppiare uno scandalo internazionale il caso delle
religiose francesi Alice Doumont e Leonie Duquet, due suore che erano
solite accompagnare un gruppo di parenti di desaparecidos chi si
riuniva nella chiesa di Santa Cruz. Furono viste in un campo
clandestino l’ultima volta. Il loro caso permise la prima condanna
penale da parte di un paese estero.
I dati ufficiali parlano di centoventicinque sacerdoti "inghiottiti",
dalla macchina della repressione dei militari. Ben lungi quindi dal
colpire solo chi appartenesse a gruppi guerriglieri, il fenomeno della
desaparición interessò tutta la società.