Jamal Amer, capo-redattore del settimanale indipendente
yemenita al-Wassat, ha denunciato di essere
stato rapito e torturato, la notte tra il 22 e il 23 agosto scorso a Sanaa,
capitale dello Yemen, da uomini armati e a volto coperto per aver pubblicato
nel giornale per il quale lavora articoli critici verso il governo dello Yemen.
Una brutta avventura.
“Mi hanno bendato e trascinato in
una macchina con le insegne dell’esercito. Dopo avermi portato fuori città,
hanno cominciato a picchiarmi e a interrogarmi. Volevano avere informazioni su
colleghi e fonti che hanno scritto articoli contro il governo negli ultimi mesi”.
Il drammatico racconto della violenza subita da Amer è stato raccolto da
al-Jaazera.net . Le informazioni che i
rapitori di Amer volevano ottenere da quest’ultimo riguardavano in particolare
gli incidenti scoppiati in varie zone del Paese a fine luglio scorso per il
rincaro del prezzo della benzina: 36 dimostranti persero la vita negli scontri
con la polizia che, dalla stampa locale e da quella internazionale, fu accusata
di uso indiscriminato della violenza.
Il Sindacato dei giornalisti dello Yemen ha duramente
condannato l’accaduto, anche perché il governo non ha ritenuto di dover in
nessuna maniera condannare l’episodio. I rapitori non sono direttamente
conducibili alle autorità, ma il fatto che viaggiassero su un veicolo militare
e che interrogassero Amer solo sulle critiche che la stampa rivolge al
Presidente Saleh configurano come minimo una convergenza d’interessi tra il
potere politico yemenita e i picchiatori.
Lo stesso Amer era incappato nelle ire delle autorità
yemenite per un articolo del 2000 e, in primo grado, era stato bandito dalla
professione. La motivazione della condanna era un’inchiesta di Amer sui
rapporti tra la monarchia saudita e il Presidente dello Yemen Saleh rispetto
all’alleanza strategica con gli Stati Uniti. Successivamente era riuscito a
essere perdonato, ma l’aggressione dei giorni scorsi dimostra come il potere
politico yemenita non lo abbia perso di vista.
Un mestiere
difficile. Il caso di Amer non è certo isolato e, come testimonia ogni anno
Reporter Sans
Frontiere, i rapporti tra il potere politico e la stampa in Yemen non sono
mai stati particolarmente rosei. La legge votata subito dopo la riunificazione
del Paese avvenuta nel 1990, nota come Legge nazionale per la Stampa e le
Pubblicazioni, vieta tra l’altro la pubblicazione di testi che, nel giudizio
delle autorità yemenite, offendano la religione islamica o che mettano a
repentaglio la sicurezza dello Stato. Facile immaginare le possibilità
d’interpretazione arbitraria che lascia un testo del genere. Se invece, come
nel caso degli incidenti per il caro petrolio, si esercita solo il diritto di
cronaca, ecco arrivare gli sgherri notturni a volto coperto. Un altro esempio
di quanto sia difficile fare il giornalista in Yemen è il caso di Hisham Basharaheel,
editore del settimanale
indipendente
Al-Ayyam, e di Hassan
Ben Hassainoun, reporter dello stesso giornale.
A maggio del 2000 una corte yemenita ha
condannato entrambi a due anni di reclusione. Ben Hassainoun è stato
accusato
di ‘fomentare lo spirito settario e separatista nel Paese’. La colpa di
Hassainoun e del suo editore? Quella di aver pubblicato il resoconto
degli
scontri nella zona a maggioranza sciita del Paese tra i fedeli di al
Houthi, predicatore che sosteneva la scissione dallo Yemen (a
maggioranza sunnita), e i militari. Cioè facevano solo il loro
mestiere. Ancora
il caso di Jalal al Sharaabi e di due giornalisti che
lavoravano per il settimanale
Al-Shoura,
del
quale al Sharaabi era direttore. Tutti e tre sono stati condannati nel maggio
2003, per aver parlato in pubblico di omosessualità,
alla sospensione dalla professione per sei mesi. Per la magistratura
l’inchiesta, che fra le altre cose conteneva interviste ad omosessuali
incarcerati, violava la moralità, gli usi, i costumi del popolo yemenita.
L’elenco è molto lungo e potrebbe continuare, ma il Presidente dello Yemen
Saleh viene considerato un alleato sicuro nell’area dall’Europa e dagli Stati
Uniti nella ‘guerra al terrorismo’ e, per il momento, la libertà di stampa può
aspettare.