27/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Trovato l'accordo con le multinazionali del petrolio. Ma gli ecuadoriani restano vigili
ManifestazioneLo sciopero è finito. Le due province amazzoniche, teatro delle proteste popolari che hanno messo in subbuglio l’intero mercato mondiale del petrolio, tornano alla normalità. Le centinaia di manifestanti, supportate dalla Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador, dalle Assemblee popolari, dalle organizzazioni sociali, dalle corporazioni, ma anche dalle autorità locali, hanno scelto di accettare gli accordi presi nel tardo pomeriggio di giovedì con il governo e le multinazionali dell'oro nero.
 
Le richieste accettate. Il braccio di ferro di Orellana e Sucumbíos ha dunque dato qualche frutto. Una parte delle loro richieste è stata ratificata. Da ora in poi le compagnie petrolifere assumeranno personale locale e investiranno buona parte dei loro profitti in infrastrutture, salute ed educazione, cominciando  con l’asfaltare 260 chilometri di strade.
 
Reazioni. La linea dura proclamata in primis dalla Conaie, dunque, si è rivelata l’unica possibile per arrivare a ottenere quello che il governo andava promettendo da anni senza mai concederlo, ma ha scatenato la decisa reazione del governo che, senza esitare, ha dichiarato lo stato di emergenza, facendo praticamente invadere l’area dall’esercito. Andare avanti nella protesta, lottare e non cedere alla prepotenza è stato dunque molto difficile. Gli scioperanti hanno toccato i punti nevralgici della produzione del greggio e messo in ginocchio l’intera esportazione. Hanno bloccato pozzi, strade principali, snodi commerciali, facendo sentire la propria voce, imponendo la propria volontà. Fondamentale in questo la ferma guida della Conaie, che ha guidato la massa a maggioranza indigena, supportandola con motivazioni chiare e ufficiali. “Non cederemo se non quando otterremo quanto stabilito”, avevano detto. E così è stato.
 
ManifestazioneLo stato di emergenza ha complicato tutto. La violenza è diventata pane quotidiano, i soldati erano autorizzati a usare la forza pur di placare gli scioperanti. E gli scontri sono stati duri. Tanti manifestanti, infatti, sono stati accusati di atti violenti contro installazioni petrolifere e dovranno affrontare un processo.
L’unica clausola che non è stata accettata al tavolo delle trattative, infatti, è proprio quella che chiedeva il completo ritiro delle accuse a carico dei manifestanti.
 
In attesa. Rientrato l’esercito, trovato l’accordo, adesso non resta che vigilare che quanto promesso venga realizzato. Intanto le autorità regionali e le multinazionali del petrolio hanno suggellato l’intesa con una dichiarazione “di buona volontà”, che impone loro di “cooperare in armonia” per promuovere lo sviluppo della regione.
 
Polizia in assetto anti-sommossaVisto da dentro. “Opporre la forza brutale al malcontento di un popolo affamato e inferocito è come buttare benzina sul fuoco”, ha commentato Maria Augusta Calle, sociologa ecuadoriana e direttrice dell’agenzia stampa Altercom. “Non ci sono altre soluzioni se non quella di stendere un tappeto verde sulla tavola del dialogo. Di un dialogo sensibile e giusto, non tra sordi. Il Paese lo esige, ancor di più, dato che questo governo è nato proprio dalla protesta. In Sucumbíos e Orellana la gente sta lottando per rimanere nel suo territorio, per mangiare, per lavorare, per non andare a incrementare le statistiche dei migranti, dei morti in mezzo al mare. Questo momento esige moderazione. Il principio di autorità, (a cui si appella Palacio ndr.), non è sinonimo di grado militare. È un sentimento di rispetto reciproco, di fiducia in coloro che adesso hanno il potere effimero del quale sono stati investiti in aprile. Rifondiamo il Paese al collasso – continua María Augusta Calle – i nuovi tempi hanno bisogno di nuovi comportamenti. Solo quando l’uguaglianza sarà ammantata da parole quali sovranità e dignità, non piangeremo più i nostri morti in mezzo al mare”.
 

Stella Spinelli

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