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Lo sciopero è finito. Le
due province amazzoniche, teatro delle proteste popolari che hanno messo in
subbuglio l’intero mercato mondiale del petrolio, tornano alla normalità. Le
centinaia di manifestanti, supportate dalla Confederazione
delle nazionalità indigene dell’Ecuador, dalle Assemblee popolari, dalle organizzazioni
sociali,
dalle
corporazioni, ma anche dalle autorità
locali, hanno scelto di accettare gli accordi presi nel
tardo pomeriggio di giovedì con il governo e le multinazionali dell'oro nero.
Lo stato di emergenza ha
complicato tutto. La violenza è diventata pane quotidiano, i soldati erano
autorizzati a usare la forza pur di placare gli scioperanti. E gli scontri sono
stati duri. Tanti manifestanti, infatti, sono stati accusati di atti violenti
contro installazioni petrolifere e dovranno affrontare un processo.
Visto da dentro. “Opporre la forza brutale al malcontento di un popolo affamato e
inferocito è come buttare benzina sul fuoco”, ha commentato Maria Augusta
Calle, sociologa ecuadoriana e direttrice dell’agenzia stampa Altercom. “Non ci
sono altre soluzioni se non quella di stendere un tappeto verde sulla tavola
del dialogo. Di un dialogo sensibile e giusto, non tra sordi. Il Paese lo
esige, ancor di più, dato che questo governo è nato proprio dalla protesta. In
Sucumbíos e Orellana la gente sta lottando per rimanere nel suo territorio, per
mangiare, per lavorare, per non andare a incrementare le statistiche dei
migranti, dei morti in mezzo al mare. Questo momento esige moderazione. Il
principio di autorità, (a cui si appella Palacio ndr.), non è sinonimo di grado
militare. È un sentimento di rispetto reciproco, di fiducia in coloro che
adesso hanno il potere effimero del quale sono stati investiti in aprile.
Rifondiamo il Paese al collasso – continua María Augusta Calle – i nuovi tempi
hanno bisogno di nuovi comportamenti. Solo quando l’uguaglianza sarà ammantata
da parole quali sovranità e dignità, non piangeremo più i nostri morti in mezzo
al mare”. Stella Spinelli