
Oggi è il giorno in cui Enzo Baldoni morì. Il 26 agosto di un anno fa, in tarda
serata, la televisione araba al Jazeera rese noto di essere in possesso di un
video (video che si rivelerà poi essere una semplice immagine fissa) che mostrava
il corpo senza vita del noto pubblicitario e giornalista freelance inviato in
Iraq per il settimanale Diario. Quell’annuncio chiudeva tutte le trattative, più
o meno convinte, che fino a quel momento avevano alimentato le speranze dei suoi
famigliari e riempito le pagine dei giornali, impigriti dalla calura estiva. Nonostante
la (buona?) volontà dei mediatori, nonostante gli appelli del ministro degli Esteri
Franco Frattini e dei figli di Baldoni, Gabriella e Guido – Enzo Baldoni era morto.
Pochi giorni prima era giunta la notizia della morte di Ghareeb, il suo autista
e interprete, un palestinese grande e grosso da taluni ritenuto un doppiogiochista
responsabile del rapimento di Baldoni, e che invece probabilmente è morto cercando
di salvarlo. La verità di quei fatti non uscirà mai, forse. Di quel 26 agosto
non rimase che il cordoglio, lo stupore. E poi i sospetti, le illazioni, i tanti
tentativi di capire, di trovare una verità che potesse placare il dolore o cucirsene
una su misura, per far tacere la coscienza. Non è cambiato poi molto da allora.
È solo passato un anno.
Troppi ficcanaso. Enzo Baldoni è stato definito in molti modi. Alcuni bellissimi, altri così terribili
che non vale la pena di ricordarli. Tra i suoi amici fumettisti Baldoni si firmava
Zonker, come quell’hyppie di mezz’età protagonista della striscia Doonesbury che
Enzo aveva tradotto per vent’anni, nelle pagine della rivista Linus. Invece, una
volta nel suo blog si era definito, non senza una punta di ironia, “un ficcanaso
che va dove si spara”. Non è l’unico: sono tanti i ficcanaso che si sono infilati
in quel caos di pallottole vaganti che è l’Iraq “pacificato” per tentare di riannodarne
qualche filo sospeso, di dare un piccolo contributo alla verità. Forse, troppi
ficcanaso. Un’inchiesta di “Reporter senza frontiere” stima a 65 il numero dei
giornalisti e operatori della comunicazione morti in Iraq dal marzo 2003, data
dello scoppio del conflitto. Ventisei sono i giornalisti rapiti dalla guerriglia,
e le loro differenti nazionalità dimostrano che i loro sequestri non sono necessariamente
legati a motivazioni politiche. La francese Florence Aubenas è l’ultima di una
lunga lista di giornalisti stranieri rapiti allo scopo di intavolare trattative
coi loro paesi di provenienza in cambio di qualche favore. La corrispondente di
Libération, rapita il 5 gennaio scorso, fu rilasciata con il suo interprete iracheno
Hussein Hanoun dopo una serie di trattative durata ben cinque mesi. E conclusasi
bene. Almeno questa volta.
Alla Memoria. E poi ci sono i giornalisti arrestati dall’esercito statunitense o dalle autorità
irachene, con l’accusa di essere coinvolti in attività sovversive o di non collaborare
con le forze della coalizione. Ieri, Reporters senza frontiere ha lanciato un
appello al Generale John Abizaid, comandante delle truppe statunitensi in Iraq,
per chiedere l’immediato rilascio del cameraman della Reuters Abrahem Al-Mashadani,
tenuto agli arresti dal 10 agosto. Al-Mashadani è rimasto detenuto per due settimane
senza alcuna motivazione, senza la possibilità di ricevere visite dai suoi familiari
o dal suo avvocato. I suoi parenti riferiscono che i marines americani lo hanno
arrestato durante un controllo di routine a casa sua, dopo aver visionato alcune
immagini nella sua fotocamera. L’agenzia britannica Reuters sostiene di aver fornito
le prove che il suo cameraman è innocente, tuttavia il commando Usa non ha ancora
rilasciato dichiarazioni riguardo l’arresto. È una delle tante storie di soprusi
nell’Iraq “democraticizzato” di oggi, ancora pieno di tanti ficcanaso che non
la smettono di andare dove si spara. Come Justin Alexander, un ragazzo di Londra
molto impegnato e attento a ciò che succede nel mondo. Anche Justin ha un blog,
come Baldoni, e con lui ha condiviso un’amicizia preziosa con il palestinese Ghareeb.
Recentemente ha costituito la Fondazione Ghareeb per supportare le vittime dell’”occupazione”
americana in Iraq. “Abbiamo già fatto qualcosa a livello informale, - ci dice
Justin -, abbiamo raccolto denaro per una ong a Falluja e per un sindacato a Bassora,
ma stiamo pensando di costituire formalmente una fondazione e registrarla nei
prossimi mesi. Intendiamo invitare la famiglia di Enzo a parteciparvi”.