29/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Come fare scomparire l'opposizione col favore dei media occidentali
Scritto per noi da
Alessandro Orrù

I tre generali della prima giunta militareAll'alba del 24 marzo 1976 un colpo di stato diede inizio ad uno dei periodi più abominevoli della storia argentina. Era il sesto golpe che le forze armate compivano nel giro di neanche trent'anni, ma mai golpe trovò maggiore approvazione di quest'ultimo poiché il discredito di cui godeva il governo della vedova di Perón era tale da far subito beneficiare la "Junta" di un consenso molto ampio, sia a livello nazionale che internazionale. Se nel paese le direzioni dei partiti politici credettero che si trattasse dell’ennesimo golpe e che non appena le forze armate avessero avuto ragione sui guerriglieri ci sarebbero state nuove elezioni, da parte dei militari c’era invece la convinzione che a loro spettasse risolvere i problemi del paese, una volta per tutte.
Fu così che ebbe inizio il “Processo di riorganizzazione nazionale”, ovvero il golpe che doveva farla finita con tutti gli altri ed in un certo senso é proprio questo che avvenne: la repressione “non esisteva” per il solo fatto che nulla veniva mostrato, nessuno sospettava che gli scomparsi sarebbero arrivati ad un numero di 30mila, i militari argentini riuscirono anzi ad accattivarsi la stampa internazionale usando la vetrina degli iniziali successi in campo economico.
 
 
 
 
Guerra totale. Basato il golpe sul concetto di guerra totale contro il nemico interno, la risposta dei militari ai problemi argentini fu un tipo di violenza inedita e superiore a qualsiasi altra conosciuta, un tipo di violenza che per la sua efferatezza non avrebbe potuto che essere subdolamente nascosta, clandestina. Divennero così clandestini l’apparato repressivo, le operazioni e i centri di detenzione; la categoria di nemico venne estesa a qualsiasi persona dissentisse dal regime. La Ford 'Falcon', auto in dotazione all'esercito argentino. E' diventata un simbolo della repressioneA conferma della volontà di mantenere la segretezza, per far sì che nessuno potesse accusare nessuno, la dittatura agì basandosi sulla condivisione delle responsabilità, tanto da coinvolgere nel proprio operato la totalità delle forze armate, della polizia e dei gruppi para-militari, unendoli tramite la guerra contro i gruppi armati e la tortura, facendo in modo che tutti si sporcassero le mani.
Ad essere perseguitati non furono però solo i membri di quelle organizzazioni politiche che praticavano atti di terrorismo, la Conadep, la commissione istituita poco dopo il ritorno della democrazia che si è occupata di far luce sui casi di "sparizione", ha specificato che si contano a migliaia le vittime che non ebbero mai alcun rapporto con tali attività, ma vennero uccisi semplicemente per la loro partecipazione a lotte sindacali e studentesche, per essere dei noti intellettuali che criticarono il terrorismo di Stato, per essere familiari e amici di qualcuno considerato sovversivo o certe volte anche solo per aver il proprio nome iscritto nell’agenda di quest’ultimo. Chiunque poteva essere risucchiato da quella formidabile macchina della repressione organizzata dalle forze armate.
 
 
Le 'Madri di Plaza de Mayo', attirando l'attenzione dei media misero in difficoltà i militariIl meccanismo della repressione. Recita testualmente il rapporto della Conadep: "I centri di detenzione furono circa 340 in tutto il paese e costituirono la base materiale indispensabile per la politica di scomparsa delle persone. Di lì passarono migliaia di uomini e di donne, privati illegalmente della libertà, per periodi che durarono anni o dai quali non sono più tornati.
Lì trascorsero i loro giorni alla mercé di altri uomini e la loro mente era sconvolta dalla pratica della tortura e dello sterminio; nel frattempo le autorità nazionali che frequentavano tali centri rispondevano all’opinione pubblica nazionale ed internazionale affermando che gli scomparsi si trovavano all’estero o che erano stati uccisi durante rese di conti tra loro. Le caratteristiche fisiche di quei centri, la vita quotidiana al loro interno, rivelavano che furono pensati, prima ancora che per dar morte alle vittime, per sottoporle ad un minuzioso e programmato annientamento degli attributi propri di ogni essere umano.
Entrare in quei centri significò sempre smettere di essere: a tal fine si cercò di distruggere l’identità dei prigionieri, si modificarono i loro punti di riferimento spazio-temporali, furono maltrattati i loro corpi e le loro menti oltre ogni limite immaginabile".

 
Categoria: Diritti, Tortura, Storia
Luogo: Argentina
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