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A 11 anni dal crollo del regime
segregazionista bianco il Sudafrica si trova ancora a fare i conti con il
proprio passato. La questione agraria, il problema che sta più a cuore alla
stragrande maggioranza della popolazione, subisce ancora gli effetti delle
infami leggi razziali che permettevano alla maggioranza nera (79% della
popolazione) di possedere solamente il 13% della terra coltivabile. E mentre il
governo sembra incapace di trovare una soluzione al problema, le posizioni
all’interno degli schieramenti si radicalizzano in maniera preoccupante.
Politiche sbagliate. Sotto accusa è in modo particolare la politica
del “willing buyer, willing seller” adottata dal governo, che in sostanza
lascia la questione alla autoregolamentazione del mercato. PeaceReporter ne ha parlato con Buti Chakache, presidente del Nlc
(National Land Committee), una Ong che fa parte dell’associazione
internazionale Land Coalition e da tempo si batte per una più equa
redistribuzione delle terre. “La politica del governo è sbagliata, perché è
ovvio che da un punto di vista strettamente economico la popolazione nera al
momento non ha il denaro sufficiente per acquistare a prezzi di mercato le
terre dai grandi proprietari, in maggioranza bianchi, che possiedono aziende
agricole ormai avviate da tempo e molto efficienti. E’ ovvio che in una
situazione del genere è necessario un programma di assistenza concreto, ma i
fondi stanziati sono insufficienti”.
Tra i due fuochi. In effetti il governo sudafricano si trova
davanti a un problema complesso ma da risolvere in maniera urgente: da una
parte deve obbligatoriamente soddisfare la “fame di terra” della maggioranza
della popolazione, ma dall’altra rischia di inimicarsi la minoranza bianca che
è la maggior produttrice di ricchezza del paese. In particolare, a Pretoria si
teme che il trasferimento delle terre possa causare un pesante calo della
produzione, proprio ora che con il crollo dell’agricoltura in Zimbabwe il paese
è diventato il granaio dell’Africa meridionale.
Appelli e minacce. Su questo punto Chakache getta acqua sul fuoco,
ma le sue dichiarazioni suonano allo stesso tempo come una supplica e una
minaccia da tenere in considerazione: “Il popolo sudafricano non è stupido e lo
ha dimostrato negli ultimi 11 anni. Di certo sapremmo far nostri solo gli
elementi positivi della riforma in Zimbabwe, ma abbiamo bisogno della
cooperazione e dell’aiuto di tutte le parti. Per piacere, non costringeteci a
seguire la stessa via di Mugabe.”Matteo Fagotto