30/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



In Sudafrica dalla fine dell’apartheid solo il 4 per cento delle terre è passato ai neri
A 11 anni dal crollo del regime segregazionista bianco il Sudafrica si trova ancora a fare i conti con il proprio passato. La questione agraria, il problema che sta più a cuore alla stragrande maggioranza della popolazione, subisce ancora gli effetti delle infami leggi razziali che permettevano alla maggioranza nera (79% della popolazione) di possedere solamente il 13% della terra coltivabile. E mentre il governo sembra incapace di trovare una soluzione al problema, le posizioni all’interno degli schieramenti si radicalizzano in maniera preoccupante.
 
Eredità dell’apartheid. La questione agraria è tornata prepotentemente di attualità dopo la conclusione del Land Summit, tenutosi a fine luglio a Johannesburg, che ha sostanzialmente bocciato la politica di trasferimento delle terre operata dal governo del presidente Thabo Mbeki. Mentre infatti la restituzione delle terre espropriate agli antichi proprietari con il Land Act del 1913 (la famosa legge del 13%) prosegue a ritmo serrato, la politica di vendita delle terre alla maggioranza nera è impantanata da tempo, tanto che dal 1994 solamente il 4% delle terre sarebbe stato venduto ai neri.
 
Politiche sbagliate. Sotto accusa è in modo particolare la politica del “willing buyer, willing seller” adottata dal governo, che in sostanza lascia la questione alla autoregolamentazione del mercato. PeaceReporter ne ha parlato con Buti Chakache, presidente del Nlc (National Land Committee), una Ong che fa parte dell’associazione internazionale Land Coalition e da tempo si batte per una più equa redistribuzione delle terre. “La politica del governo è sbagliata, perché è ovvio che da un punto di vista strettamente economico la popolazione nera al momento non ha il denaro sufficiente per acquistare a prezzi di mercato le terre dai grandi proprietari, in maggioranza bianchi, che possiedono aziende agricole ormai avviate da tempo e molto efficienti. E’ ovvio che in una situazione del genere è necessario un programma di assistenza concreto, ma i fondi stanziati sono insufficienti”.
 
Le colpe del governo. “Apprezziamo lo sforzo compiuto dalle autorità sudafricane per affrontare il problema, ma purtroppo l’impegno non è sufficiente – prosegue Chakache -. Servono programmi di formazione più lunghi (quelli attuali durano appena due settimane n.d.r.) e finanziamenti che permettano alla popolazione di acquistare le terre tramite i prestiti delle banche agrarie. Ma andrebbe applicato anche l’Expropriation Act, una legge che dà facoltà alle autorità di espropriare alcune terre in determinate condizioni ma che il governo ha deciso di non usare per quieto vivere”.
 
Una manifestazione del Movimento dei Senza Terra in SudafricaTra i due fuochi. In effetti il governo sudafricano si trova davanti a un problema complesso ma da risolvere in maniera urgente: da una parte deve obbligatoriamente soddisfare la “fame di terra” della maggioranza della popolazione, ma dall’altra rischia di inimicarsi la minoranza bianca che è la maggior produttrice di ricchezza del paese. In particolare, a Pretoria si teme che il trasferimento delle terre possa causare un pesante calo della produzione, proprio ora che con il crollo dell’agricoltura in Zimbabwe il paese è diventato il granaio dell’Africa meridionale.
 
Posizioni radicali. La questione dovrà essere affrontata in breve tempo perché le posizioni dei due schieramenti si stanno pericolosamente radicalizzando: da una parte la AgriSA, l’associazione che raccoglie i grandi proprietari del paese, fa i propri interessi e continua a appoggiare il principio del “willing buyer, willing seller” che le permette sostanzialmente di non privarsi delle terre o di cederle a alti prezzi di mercato. Dall’altra la maggioranza nera comincia a spazientirsi, tanto che recentemente la neo vice-presidente Phumzile Mambo-Ngcuka ha sollevato un vespaio di polemiche dichiarando che il Sudafrica dovrebbe “trarre esempio” dalla riforma agraria di Mugabe in Zimbabwe.
 
Appelli e minacce. Su questo punto Chakache getta acqua sul fuoco, ma le sue dichiarazioni suonano allo stesso tempo come una supplica e una minaccia da tenere in considerazione: “Il popolo sudafricano non è stupido e lo ha dimostrato negli ultimi 11 anni. Di certo sapremmo far nostri solo gli elementi positivi della riforma in Zimbabwe, ma abbiamo bisogno della cooperazione e dell’aiuto di tutte le parti. Per piacere, non costringeteci a seguire la stessa via di Mugabe.”
 

Matteo Fagotto

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