Il pazzo agosto americano, tra Bush assediato dai pacifisti e i piani militari che cambiano
scritto per noi da
Matteo Colombi

Questa America d’agosto è in subbuglio. Lance Armstrong è andato al ranch di
Crawford nel Texas, per fare un giro in bici insieme al presidente Bush e chiedere
più fondi per la ricerca contro il cancro. Lance, che si è portato appresso il
democratico John Kerry nell’ultima tappa del Tour de France, si è opposto alla
politica americana in Iraq. In passato sarebbe rimasto fuori dai cancelli,
persona non grata; ma Bush in questo momento deve far buon viso a cattiva sorte. Almeno Armstrong
va in bici e si trattiene dal dire troppo. Il suo ultimo trionfo in Francia non
graffia l’autostima, ma piuttosto emana una patriottica aura di successo americano
sulla vecchia, arcigna Europa.
Vicino al ranch dei Bush, l’assedio dei pacifisti continua, cresciuto attorno
alla protesta di Cindy Sheehan. In lutto per la morte del figlio in Iraq, e da
poco rientrata in California per assistere la madre, Sheehan ha portato fino alla
casa-vacanze del Presidente la lotta per far tornare a casa tutti gli altri figli
d’America che adesso sono sotto le armi in quel paese. Il partito democratico
avrebbe potuto inoltrare tale mozione, ma è in silenzio, ed è in quel silenzio
che rimbomba il messaggio di Sheehan, poiché il rifiuto della guerra in Iraq è
sempre stato un rifiuto di milioni e milioni di persone, non di minoranze sparute.

Adesso però la stanchezza è palpabile anche tra chi si è fatto trascinare dalla
voglia di guerra che imperversava nel 2002, e prende due vie, l’indifferenza e
la rabbia. Cindy Sheehan esprime la rabbia ed il rifiuto, e lo fa articolando
una critica prettamente politica, non da madre disperata, ma da madre violata
dai potenti. Il dolore le appartiene pre-politicamente, e dunque non la si può
azzerare facilmente; il culto delle famiglie dei militari, così spesso usato per
accusare di tradimento chi ha criticato l’imperialismo americano, si è ritorto
contro i mandanti.
Dinanzi a tale spettacolo il presidente ha deciso di andare in vacanza in Idaho;
l’eterno ragazzo bene, arrogante e rilassato, alla mano perché condiscendente,
perché libero dalle manie piccolo borghesi di mostrarsi ben-arrivati, ha poco
da offrire al Paese, se non altre esortazioni a ‘finire il lavoro iniziato’ e
a rammentare che la maggioranza delle famiglie militari sostiene lo sforzo militare
e richiedono al resto della popolazione fede nella missione, e dunque silenzio.
Intanto scappa da Crawford, probabilmente per deflettere e sgonfiare l’attenzione
mediatica catturata da Sheehan e altri irriducibili. I repubblicani già temono
smottamenti elettorali nelle elezioni parziali per la Camera del 2006, e chiedono
gesti ‘concreti’.

Il Pentagono, dunque, sta dando i numeri: si annunciano riduzioni di personale
dopo le elezioni irachene, ma intanto si punta ad aumentare le unità dispiegate
in Iraq ed Afghanistan durante le prossime elezioni. Si ridefinisce la definizione
di successo in Iraq sino a poter comprendere entro tale definizione qualsiasi
esito, dalla repubblica islamica alla frantumazione dello stato. Si impongono
agli iracheni ulteriori marce forzate verso una Costituzione, per poter usare
la sequenza mediatica di eventi come dimostrazione di successo.
Ma questo senso di sconfitta (elettorale a casa e sul campo in Iraq) che spinge
a definire una exit strategy, un ritiro veloce, con cui almeno evitare il cedimento del blocco di voti Repubblicani,
rimane in contrasto con altre politiche attive. Il Pentagono sta stilando piani
militari per una permanenza di almeno 100.000 unità in Iraq fino al 2009. L’elite
bipartisan non ha ancora accettato un pieno ritiro militare dalla zona, e sta
solo considerando opzioni che riaprano spazi di manovra sia a livello domestico,
dinanzi ad un opinione pubblica stanca, sia a livello regionale. L’ipotesi più
credibile è quella di un ritiro parziale, venduto come l’inizio di una vera ‘exit
strategy’, consolidando posizioni difendibili e strategiche rispetto al petrolio.

Senza ritiro completo, la presenza americana tenderà a trascinarsi per altri
anni ancora. La chiave di volta dunque rimane il partito democratico, perché è
qui che si trova il pantano del volere l’una e l’altra cosa, dello non scegliere.
Cindy Sheehan ha mostrato che a volte basta dire di no per scoprire che non si
è soli. Howard Dean ha scalato la Segreteria Nazionale del partito, contro i voleri
dei ‘grandi saggi’, ma non ha molto potere nei loro confronti. Altri elementi
della coalizione dei democrat si stanno scollando, reclamando una militanza più
aggressiva: l’AFL-CIO, la confederazione sindacale che porta notevoli soldi e
voti ai Democrats, si è spaccata in due, in parte sulla questione dell’inefficacia
di quel partito nel rappresentare i lavoratori. Purtroppo i probabili candidati
per le presidenziali, le Hillary Clinton, i John Kerry, rimangono fusi con l’establishment,
cultori delle ‘responsabilità globali’ del Paese; che rimane attanagliato in una
crisi di rappresentanza.