
Secondo la legge dovevano essere una su quattro. Invece sono solo una su dieci
e in certe province non ci sono proprio. Il numero delle candidate donne alle
prossime elezioni parlamentari e provinciali afgane del 18 settembre è molto inferiore
rispetto alle previsioni: solo 582 candidate su un totale di 5.800, vale a dire
appunto circa il dieci per cento. Se le candidate all’elezione della
Wolesi Jirga, la camera bassa, sono 328 su 2707, quelle per i Consigli Provinciali sono solo
247 su 3025, cioè meno dell’otto per cento. Percentuali ancor minori si registrano
nelle province sotto controllo talebano del sud e dell’est dell’Afghanistan. Colpa
delle minacce, delle intimidazioni e dei condizionamenti di una tradizione maschilista
dura a morire, soprattutto nelle zone rurali del Paese. Un recente
rapporto di Human Rights Watch denuncia il clima di paura in cui le donne afgane stanno vivendo questa vigilia
elettorale.
Shukria Barakzai, detta Dawi, è una delle candidate alla Wolesi Jirga, oltre che fondatrice nel 2002 del primo giornale afgano per donne e precedentemente,
sotto il regime talebano, ideatrice di una scuola clandestina per bambine.
Il giornale femminile We News di Kabul l’ha intervistata.
La scuola femminile clandestina. “Ero andata dal medico quel giorno di maggio del 1999. Mentre tornavo a casa
i talebani mi assalirono. Tentai di spiegare che ero malata, ma non ascoltarono,
e mi colpirono con lo
shalock, la frusta di gomma usata dalla polizia morale talebana per punire velocemente
i civili, principalmente le donne, con una fustigazione sulle gambe e sul dorso”.
Dawi fu battuta perché si trovava all’esterno della propria casa. Quel giorno
vi tornò determinata a sfidare la nuova oppressione che era caduta sul suo popolo.
“Pensai che avrei aperto una scuola clandestina per le bambine arruolando come
insegnanti tutte le mie amiche che avevano un’istruzione. Anche io divenni un’insegnante.
Ho amato molto quel lavoro perché capii subito quanto avevamo bisogno di assicurare
un’istruzione alle bambine. Ne avevamo bisogno forse più che del cibo”.
In circa tre anni Dawi e le sue amiche volontarie, sostenute dalle proprie famiglie,
hanno insegnato a centinaia di ragazze di tutte le età. “Le bambine arrivavano
una per volta”, racconta. “Mai in gruppi, altrimenti avrebbero potuto essere prese
e punite dai talebani. Nascondevano i libri e la cancelleria negli indumenti intimi,
sotto i burqa. Alcune erano così giovani che non capivano perché dovevano nascondere
tutto. Abbiamo dovuto spiegarglielo noi”.
La scuola segreta funzionò. Molte delle studenti di Dawi sono oggi al liceo o
all’università, oppure già lavorano come impiegate e giornaliste. “L’altro giorno
ero all’Università di Kabul e i professori mi hanno detto che erano sorpresi dal
fatto che molte ragazze avessero frequentato solo
‘scuole domestiche’. Erano impressionati dal livello di istruzione delle studentesse
della nostra scuola”.
La condizione femminile è ancora grave. Ora nessuna legge impedisce alle bambine di avere un’istruzione, ma altri ostacoli
permangono. “La mancanza di sicurezza – dice Dawi – rende alcuni aspetti della
vita ancora più terrificanti di quanto lo fossero sotto il regime talebano. L’Onu
ha di recente rilasciato una dichiarazione assai preoccupata per il peggioramento
delle condizioni delle donne in Afghanistan. Il paese ha uno dei più alti tassi
al mondo di mortalità correlata al parto: le statistiche Onu riportano che una
madre su nove e un bimbo su sei muoiono a causa di svariate complicazioni durante
il travaglio. Nelle zone più povere una madre deve camminare otto o nove ore per
raggiungere l’ospedale più vicino. E quando e se ci arriva, spesso scopre che
l’ospedale stesso non è attrezzato per aiutarla. Alle donne sposate, anche se
sono giovanissime, non viene permesso di frequentare scuole assieme alle ragazze
nubili. Ci sono oltre un milione di donne sposate che chiedono istruzione e formazione,
ma ben poco dei fondi destinati all’istruzione delle donne vengono indirizzati
verso questa richiesta. Ci sono solo due piccole scuole, a Kabul, con due classi
ciascuna, che servono circa 500 donne. Niente. Eppure gli Usa le indicano e dicono:
'Guardate cos’abbiamo fatto, come abbiamo aiutato le donne afgane' ”.
Lo specchio delle donne. Oggi la trentatreenne Dawi , nata e cresciuta a Kabul, oggi madre d tre figlie,
dice che i suoi sforzi per contribuire alla ricostruzione dell'Afghanistan sono
solo all’inizio. Pochi mesi dopo la scomparsa dei talebani da Kabul, aveva già
dato vita al giornale
Aina-E-Zan (‘Lo specchio delle donne’), un settimanale pubblicato nelle due lingue nazionali
del paese, Pashtu e Dari. Era il primo giornale femminile afgano. Per questo Dawi
è stata insignita a maggio del premio giornalistico dell’Organizzazione Mondiale
della Stampa. Lo ‘Specchio delle donne’ ha una tiratura di tremila copie e informa
le donne a proposito dei loro diritti rispetto alle leggi dello Stato e all’Islam.
Pare che anche gli uomini apprezzino la pubblicazione.
“Un giorno una coppia, marito e moglie, sono venuti nel mio ufficio per dirmi
che, grazie a me, la loro unione era più forte. Lui voleva divorziare, ma aveva
letto un articolo sul mio giornale che spiegava come l’Islam non permetta ai mariti
di maltrattare le mogli: anche se un marito
pensa che la moglie abbia sbagliato ne deve discutere con lei, e gentilmente.
Quest’uomo fece così: cominciò a parlare con sua moglie e parlando insieme riuscirono
a risolvere i loro problemi”.
Guardando al futuro, Dawi ha le idee chiare: “Le cose che servono alle donne,
le cose importanti, sono l’istruzione, la democrazia e la libertà. Senza la partecipazione
delle donne, il processo democratico sarebbe come un essere umano senza occhi”.
Rasha Elass
We News, Kabul