stampa
invia
Un momento storico.
Quattro insediamenti in
Cisgiordania e 21 nella Striscia di Gaza sono stati per sempre
restituiti alla
sovranità del futuro stato palestinese. La società israeliana ha
vissuto giorni
drammatici, con l'opinione pubblica divisa di fronte alle immagini di
ebrei che
sgomberano, anche con l'uso della forza, altri ebrei. “Le opzioni
possibili
adesso, cioè un miglioramento della situazione o un peggioramento della
stessa,
si ripropongono identiche all'interno della stessa società israeliana:
ci sono
quelli che vedono il disimpegno come un passo verso la pace e quelli,
per lo
più della destra più radicale, che interpretano questa decisione come
un errore
storico che potrebbe essere il preludio alla distruzione dello stesso
Israele”. Una spaccatura che si ripercuote sull'esercito israeliano e
non
poteva essere diversamente, vista la natura popolare dello stesso.
“In Israele tutti fanno parte dell'esercito, è dentro casa”, risponde
Gantz,
“proprio per questo il disimpegno rappresentava una grande prova per i
soldati: la missione sarebbe stata completata comunque, ma c'era il
rischio
che migliaia di militari, di fronte ai coloni, si rifiutassero di
obbedire in
base ai precetti morali ai quali sono stati educati. Questo poteva
spaccare
l'esercito e risultare più drammatico di un attacco da parte di un
nemico
esterno. Non è accaduto. Una prova difficile, e gli stessi
israeliani non sapevano cosa aspettarsi. Ma la prova è stata superata,
nonostante l'uso cinico che è stato fatto del ricordo dell'Olocausto”.
Un movimento al bivio. I coloni hanno rappresentato e
rappresentano ancora una parte importante della storia d'Israele. Cosa
succederà adesso a questo movimento? “Si sentono traditi – spiega il
giornalista israeliano – a prescindere dalle diverse opinioni sulle scelte dei
coloni, l'esercito di uno stato ha scacciato delle famiglie dalle loro case. E'
un passaggio difficile, per qualunque democrazia. Oggi si sentono abbandonati,
anche perchè sono stati i governi israeliani a usare l'ideologia dei coloni
come una mano dentro un guanto. E, paradossalmente, sono stati proprio Begin
con il Sinai e Sharon con Gaza, due uomini politici che hanno sostenuto le
colonie, a sgomberarli”. Sharon certo, l'eroe di guerra, uno degli architetti
della politica degli insediamenti che adesso sceglie, con tutti i rischi che
questo comporta, di diventare l'uomo della svolta storica per la Striscia di
Gaza. A livello internazionale questo ha garantito al primo ministro israeliano
l'assoluta approvazione internazionale, ma a livello interno? Sharon è più
debole o più forte? “Mentre noi parliamo Sharon è più debole all'interno del
suo partito, il Likud, ed è più forte all'interno della società israeliana. Perchè
il disimpegno è stato completato con successo. Ma non si sa cosa succederà
domani. Verranno valutati i risultati che darà questa mossa. Se verrà la pace,
Sharon uscirà estremamente rafforzato, ma se nei prossimi mesi le città del sud
d'Israele diventeranno un obiettivo di una nuova ondata terroristica la
responsabilità ricadrà su Sharon. Lui punta a essere rieletto nel 2006. Al
momento il Likud è spaccato, ed è probabile che si arrivi a una scissione. Ma
anche se non avvenisse la spaccatura, Sharon non potrebbe andare avanti a fare
concessioni. La storia d'Israele insegna che nessun primo ministro è stato mai
rieletto, neanche Ben Gurion. La sua rielezione è difficile comunque. Il futuro
politico di Sharon è nelle mani di Hamas e dell'Auotrità Palestinese: se ci
sarà tranquillità potrà, con la sua mossa vittoriosa, riprendere il controllo
del suo partito e dell'opinione pubblica. Altrimenti pagherà e sarà visto come
il responsabile di un eventuale fallimento”.
Il futuro.
Cosa accadrà adesso? Gli Stati
Uniti, pur rallegrandosi con Sharon, non hanno mai fatto mancare
riferimenti
alla Cisgiordania. “Adesso non è il momento di parlare di altre
concessioni”,
spiega Gantz, “l'opinione pubblica aspetta al varco il governo; dopo il
disimpegno bisognerà garantire il futuro delle famiglie sgomberate. E
questo
sarà un esame importante. Ma è anche vero che un segnale positivo,
rispetto
alle richieste di Washington, è stato ormai lanciato: gli insediamenti
possono
essere sgomberati. Bush è al secondo mandato, molto più libero. Hanno
incassato
il disimpegno e adesso, pur sapendo che nel 2006 si vota, saranno
comunque
molto esigenti con il governo israeliano”. In tutta questa vicenda i
Palestinesi sono rimasti sullo sfondo. Cosa accadrà adesso che, per la
prima
volta, l'ANP si trova ad amministrare un territorio? “Questo sgombero
era una
prova”, risponde il corrispondente di Ma'ariv, “tutti quelli che hanno
sostenuto l'impotenza della leadership palestinese, nei giorni degli attacchi
terroristici contro la popolazione civile israeliana, verso i gruppi armati,
hanno adesso la dimostrazione che, quando vogliono, riescono a fermare gli
attacchi. Una bella prova, verso loro stessi e verso la comunità
internazionale. Se i Palestinesi vogliono che l'Unione Europea e gli Stati Uniti
continuino a finanziarli devono capire che non si spara e si tratta allo stesso
tempo. Anche perchè non tutti i problemi dei Palestinesi sono risolti adesso,
ma ci vuole la capacità di cogliere l'occasione, come non sempre hanno fatto in
passato. Adesso devono cominciare a costruire il loro futuro. Ne hanno la
responsabilità davanti alla loro popolazione”. Christian Elia