25/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Menachem Gantz, giornalista israeliano di Ma'ariv, commenta il disimpegno
“L'unico bilancio che si può trarre dal disimpegno è che nessuno sa se siamo davanti a un passo verso la pace o addirittura se invece sarà il preludio di una escalation del conflitto armato. Ma è sicuramente un passo storico, una decisione israeliana unilaterale e molto dolorosa che dimostra il desiderio del popolo d'Israele di vivere in pace”. Così Menachem Gantz, corrispondente in Italia del quotidiano israeliano Ma'ariv, commenta il completamento del piano Sharon.
 
un momento dello sgombero - foto di simone manzoUn momento storico. Quattro insediamenti in Cisgiordania e 21 nella Striscia di Gaza sono stati per sempre restituiti alla sovranità del futuro stato palestinese. La società israeliana ha vissuto giorni drammatici, con l'opinione pubblica divisa di fronte alle immagini di ebrei che sgomberano, anche con l'uso della forza, altri ebrei. “Le opzioni possibili adesso, cioè un miglioramento della situazione o un peggioramento della stessa, si ripropongono identiche all'interno della stessa società israeliana: ci sono quelli che vedono il disimpegno come un passo verso la pace e quelli, per lo più della destra più radicale, che interpretano questa decisione come un errore storico che potrebbe essere il preludio alla distruzione dello stesso Israele”. Una spaccatura che si ripercuote sull'esercito israeliano e non poteva essere diversamente, vista la natura popolare dello stesso. “In Israele tutti fanno parte dell'esercito, è dentro casa”, risponde Gantz, “proprio per questo il disimpegno rappresentava una grande prova per i soldati: la missione sarebbe stata completata comunque, ma c'era il rischio che migliaia di militari, di fronte ai coloni, si rifiutassero di obbedire in base ai precetti morali ai quali sono stati educati. Questo poteva spaccare l'esercito e risultare più drammatico di un attacco da parte di un nemico esterno. Non è accaduto. Una prova difficile, e gli stessi israeliani non sapevano cosa aspettarsi. Ma la prova è stata superata, nonostante l'uso cinico che è stato fatto del ricordo dell'Olocausto”.
 
un momento dello sgombero - foto di simone manzoUn movimento al bivio. I coloni hanno rappresentato e rappresentano ancora una parte importante della storia d'Israele. Cosa succederà adesso a questo movimento? “Si sentono traditi – spiega il giornalista israeliano – a prescindere dalle diverse opinioni sulle scelte dei coloni, l'esercito di uno stato ha scacciato delle famiglie dalle loro case. E' un passaggio difficile, per qualunque democrazia. Oggi si sentono abbandonati, anche perchè sono stati i governi israeliani a usare l'ideologia dei coloni come una mano dentro un guanto. E, paradossalmente, sono stati proprio Begin con il Sinai e Sharon con Gaza, due uomini politici che hanno sostenuto le colonie, a sgomberarli”. Sharon certo, l'eroe di guerra, uno degli architetti della politica degli insediamenti che adesso sceglie, con tutti i rischi che questo comporta, di diventare l'uomo della svolta storica per la Striscia di Gaza. A livello internazionale questo ha garantito al primo ministro israeliano l'assoluta approvazione internazionale, ma a livello interno? Sharon è più debole o più forte? “Mentre noi parliamo Sharon è più debole all'interno del suo partito, il Likud, ed è più forte all'interno della società israeliana. Perchè il disimpegno è stato completato con successo. Ma non si sa cosa succederà domani. Verranno valutati i risultati che darà questa mossa. Se verrà la pace, Sharon uscirà estremamente rafforzato, ma se nei prossimi mesi le città del sud d'Israele diventeranno un obiettivo di una nuova ondata terroristica la responsabilità ricadrà su Sharon. Lui punta a essere rieletto nel 2006. Al momento il Likud è spaccato, ed è probabile che si arrivi a una scissione. Ma anche se non avvenisse la spaccatura, Sharon non potrebbe andare avanti a fare concessioni. La storia d'Israele insegna che nessun primo ministro è stato mai rieletto, neanche Ben Gurion. La sua rielezione è difficile comunque. Il futuro politico di Sharon è nelle mani di Hamas e dell'Auotrità Palestinese: se ci sarà tranquillità potrà, con la sua mossa vittoriosa, riprendere il controllo del suo partito e dell'opinione pubblica. Altrimenti pagherà e sarà visto come il responsabile di un eventuale fallimento”.
 
un momento dello sgombero - foto di simone manzoIl futuro. Cosa accadrà adesso? Gli Stati Uniti, pur rallegrandosi con Sharon, non hanno mai fatto mancare riferimenti alla Cisgiordania. “Adesso non è il momento di parlare di altre concessioni”, spiega Gantz, “l'opinione pubblica aspetta al varco il governo; dopo il disimpegno bisognerà garantire il futuro delle famiglie sgomberate. E questo sarà un esame importante. Ma è anche vero che un segnale positivo, rispetto alle richieste di Washington, è stato ormai lanciato: gli insediamenti possono essere sgomberati. Bush è al secondo mandato, molto più libero. Hanno incassato il disimpegno e adesso, pur sapendo che nel 2006 si vota, saranno comunque molto esigenti con il governo israeliano”. In tutta questa vicenda i Palestinesi sono rimasti sullo sfondo. Cosa accadrà adesso che, per la prima volta, l'ANP si trova ad amministrare un territorio? “Questo sgombero era una prova”, risponde il corrispondente di Ma'ariv, “tutti quelli che hanno sostenuto l'impotenza della leadership palestinese, nei giorni degli attacchi terroristici contro la popolazione civile israeliana, verso i gruppi armati, hanno adesso la dimostrazione che, quando vogliono, riescono a fermare gli attacchi. Una bella prova, verso loro stessi e verso la comunità internazionale. Se i Palestinesi vogliono che l'Unione Europea e gli Stati Uniti continuino a finanziarli devono capire che non si spara e si tratta allo stesso tempo. Anche perchè non tutti i problemi dei Palestinesi sono risolti adesso, ma ci vuole la capacità di cogliere l'occasione, come non sempre hanno fatto in passato. Adesso devono cominciare a costruire il loro futuro. Ne hanno la responsabilità davanti alla loro popolazione”. 

Christian Elia

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