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“Una mascherata di processo, una farsa”. Non va leggero Patrick Baudouin, l’avvocato
di parte civile contattato da PeaceReporter che ha difeso le famiglie dei “disparus du Beach” nel processo più discusso
e controverso nella recente storia del Congo-Brazzaville. Un processo che vedeva
imputati 15 alti ufficiali dell’esercito, accusati di aver condotto al massacro
85 profughi (ma in realtà i morti sarebbero più di 350) appena rimpatriati dalla
vicina Repubblica Democratica del Congo nel 1999. La sentenza ha condannato lo
stato a risarcire le famiglie delle vittime, ma ha assolto tutti gli imputati
dalle accuse di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ammettendo
candidamente l’impossibilità di far luce sull’identità dei colpevoli.
Il massacro di Beach. L’evento che più ha segnato gli ultimi 5 anni della storia congolese ha luogo
nel maggio del 1999 presso il “Beach”, come è chiamato il porto sul fiume Congo
della capitale Brazzaville. Un gruppo di profughi, appena rientrati dalla Repubblica
Democratica del Congo per sfuggire alla guerra civile che nel Congo-Brazzaville
oppone le forze fedeli al presidente Nguesso ai ribelli “Ninja”, viene fermato
presso il porto: secondo la ricostruzione fatta dagli avvocati di parte civile
e dalle locali associazioni dei diritti umani decine di uomini e ragazzi vengono
bloccati dall’esercito congolese, probabilmente perché sospettati di essere sostenitori
dei ribelli, e condotti in un luogo segreto. Di loro non si avrà più alcuna notizia,
fino alla scoperta dei cadaveri avvenuta grazie anche alla collaborazione di alcuni
“pentiti” tra le file dell’esercito. Tra morti e scomparsi si conteranno ben 353
vittime, nonostante i profughi fossero teoricamente protetti da un accordo siglato
tra il governo di Brazzaville e l’Unhcr (l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati).
Il processo-farsa. “Così, il processo si è rivelato ben presto una mascherata, una farsa. A cominciare
dalla scelta del Pubblico Ministero, nominato direttamente dal presidente Nguesso,
per finire con i mancati sopralluoghi nei siti dove sono stati ritrovati i cadaveri.
Senza contare la disparità del trattamento riservato a accusa e difesa: abbiamo
avuto solo 2 giorni per esporre le nostre tesi e dei 75 testimoni dell’accusa
solo 13 hanno potuto deporre, continuamente interrotti dagli interventi del presidente
di giuria e dal “fan club” dei militari che assisteva al processo, mentre alla
stampa non è stato concesso di entrare in aula. Dulcis in fundo, i militari non
sono stati neanche arrestati prima del processo, ma si sono presentati al palazzo
di giustizia in limousine scortati dalle loro guardie del corpo. Una vera e propria
farsa, dall’inizio alla fine.”
Una giustizia impossibile. Speranza vana almeno per il momento, visto che l’accusa ha già deciso di presentare
un ricorso alla Corte Suprema di Brazzaville, mentre un procedimento è in corso
anche in Francia, anche se dalla fine del 2003 è stato bloccato da una sentenza
della Corte d’Appello di Parigi. In ogni caso sembra difficile che le famiglie
delle vittime riescano a ottenere giustizia: il regime del presidente Nguesso
non può permettersi di inimicarsi i vertici delle Forze Armate. Molto meglio far
passare il tutto alla storia come il “massacro degli invisibili”. Matteo Fagotto