26/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Tutti assolti gli imputati per il massacro di 350 profughi
 
L'avvocato Patrick Baudouin, presidente della Fidh (Federazione Internazionale per i Diritti dell'Uomo)“Una mascherata di processo, una farsa”. Non va leggero Patrick Baudouin, l’avvocato di parte civile contattato da PeaceReporter che ha difeso le famiglie dei “disparus du Beach” nel processo più discusso e controverso nella recente storia del Congo-Brazzaville. Un processo che vedeva imputati 15 alti ufficiali dell’esercito, accusati di aver condotto al massacro 85 profughi (ma in realtà i morti sarebbero più di 350) appena rimpatriati dalla vicina Repubblica Democratica del Congo nel 1999. La sentenza ha condannato lo stato a risarcire le famiglie delle vittime, ma ha assolto tutti gli imputati dalle accuse di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ammettendo candidamente l’impossibilità di far luce sull’identità dei colpevoli.
 
Profughi ammassati nel porto di Beach nel 1999Il massacro di Beach. L’evento che più ha segnato gli ultimi 5 anni della storia congolese ha luogo nel maggio del 1999 presso il “Beach”, come è chiamato il porto sul fiume Congo della capitale Brazzaville. Un gruppo di profughi, appena rientrati dalla Repubblica Democratica del Congo per sfuggire alla guerra civile che nel Congo-Brazzaville oppone le forze fedeli al presidente Nguesso ai ribelli “Ninja”, viene fermato presso il porto: secondo la ricostruzione fatta dagli avvocati di parte civile e dalle locali associazioni dei diritti umani decine di uomini e ragazzi vengono bloccati dall’esercito congolese, probabilmente perché sospettati di essere sostenitori dei ribelli, e condotti in un luogo segreto. Di loro non si avrà più alcuna notizia, fino alla scoperta dei cadaveri avvenuta grazie anche alla collaborazione di alcuni “pentiti” tra le file dell’esercito. Tra morti e scomparsi si conteranno ben 353 vittime, nonostante i profughi fossero teoricamente protetti da un accordo siglato tra il governo di Brazzaville e l’Unhcr (l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati).
 
Contraddizioni congolesi. Ma analizzando la vicenda sono molte le contraddizioni che saltano all’occhio, prima fra tutte la differenza tra il numero delle vittime e quelle per le quali effettivamente si è svolto il processo, appena 85. “Purtroppo molte delle famiglie coinvolte nel massacro hanno preferito non costituirsi parte civile - risponde Baudouin - perché non hanno fiducia nella giustizia congolese, mentre altre hanno deciso di ritirarsi durante il processo per le continue intimidazioni subite”. In effetti questo scomodo processo ha creato non pochi imbarazzi alle autorità locali secondo l’avvocato francese: “E’ un processo che è stato organizzato in fretta e furia semplicemente per evitare che la faccenda passasse nelle mani della giustizia francese, ma le autorità hanno fatto in modo che non danneggiasse i vertici militari”.
 
Un'immagine del processo di BrazzavilleIl processo-farsa. “Così, il processo si è rivelato ben presto una mascherata, una farsa. A cominciare dalla scelta del Pubblico Ministero, nominato direttamente dal presidente Nguesso, per finire con i mancati sopralluoghi nei siti dove sono stati ritrovati i cadaveri. Senza contare la disparità del trattamento riservato a accusa e difesa: abbiamo avuto solo 2 giorni per esporre le nostre tesi e dei 75 testimoni dell’accusa solo 13 hanno potuto deporre, continuamente interrotti dagli interventi del presidente di giuria e dal “fan club” dei militari che assisteva al processo, mentre alla stampa non è stato concesso di entrare in aula. Dulcis in fundo, i militari non sono stati neanche arrestati prima del processo, ma si sono presentati al palazzo di giustizia in limousine scortati dalle loro guardie del corpo. Una vera e propria farsa, dall’inizio alla fine.”
 
Il risarcimento. Ma quello che più colpisce è che la corte, dopo aver scagionato tutti gli imputati, abbia condannato lo stato a pagare per ogni vittima 10 milioni di franchi Cfa (circa 18.500 dollari) perché “le autorità statali avrebbero dovuto approntare misure adeguate per la protezioni dei profughi”. Una trovata che non convince né Baudouin né le altre associazioni dei diritti umani che hanno assistito i familiari delle vittime: “Questa è l’ennesima prova di come quello che si è tenuto a Brazzaville sia stato un simulacro di processo: se c’è una colpa, ci devono essere anche dei colpevoli. La sentenza della corte è fatta apposta per dare un contentino alle famiglie senza pestare i piedi ai militari”. Non la pensano così invece le autorità congolesi, che hanno salutato la sentenza come “saggia e esemplare”, forse nella speranza di aver messo la parola fine su una vicenda scomoda per l’immagine del paese.
 
Il presidente congolese Denis Sassou NguessoUna giustizia impossibile. Speranza vana almeno per il momento, visto che l’accusa ha già deciso di presentare un ricorso alla Corte Suprema di Brazzaville, mentre un procedimento è in corso anche in Francia, anche se dalla fine del 2003 è stato bloccato da una sentenza della Corte d’Appello di Parigi. In ogni caso sembra difficile che le famiglie delle vittime riescano a ottenere giustizia: il regime del presidente Nguesso non può permettersi di inimicarsi i vertici delle Forze Armate. Molto meglio far passare il tutto alla storia come il “massacro degli invisibili”.

Matteo Fagotto

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità