29/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Bambini e donne prigionieri, l'arma del ricatto
 
Bambini. Mercoledì 10 agosto a Baji, una città a nord di Baghdad, l’esplosione di una bomba uccideva quattro soldati Usa e ne feriva sei. Ore più tardi la Tv irachena trasmetteva le immagini di un gruppo di ragazzi del posto che mostravano alle telecamere la divisa di una delle vittime. Il 16 agosto, sempre a Baji, le forze armate statunitensi arrestavano cinque bambini di età inferiore ai 10 anni. Il loro fermo, come esplicitato dai militari che circolavano per la città con megafono in mano, serviva per fare pressione sulla popolazione locale. Lo scopo dei soldati Usa era quello di spingere gli abitanti della città a denunciare o consegnare i bambini apparsi nel video incriminato.
 
Donne. Due giorni prima, il 14, il presidente iracheno Jalal Talabani chiedeva esplicitamente che le forze di sicurezza irachene rilasciassero le donne da loro detenute. Il presidente specificò che in quella circostanza non intendeva interferire con il potere giudiziario, intendeva piuttosto puntare il dito contro una serie di pratiche malsane e violazioni dei diritti di molte donne, arrestate senza accuse e detenute nelle carceri di Baghdad e Amiriyah. Evidentemente Talabani era a conoscenza del fatto che anche le forze di sicurezza irachene stanno usando l’odiosa arma del ricatto familiare. Non a caso l’indomani il quotidiano Baghdad pubblicava un editoriale di Abdul Karim al Kazraji intitolato: “Basta arrestare le donne al posto dei sospetti” in cui si condannava la pratica di tenere in ostaggio le mogli di sospetti militanti per indurli a consegnarsi. Nell’occasione Talabani ricevette una lista di nomi di detenute da Adnan al Dulaimi, il portavoce di un partito sunnita, al quale promise che avrebbe inoltrato la stessa richesta anche ai responsabili delle strutture detentive gestite dagli statunitensi.
 
Buchi neri. Un anno fa, nell’agosto del 2004, una inchiesta di Neil Mackay sul Sunday Herald portava per la prima volta alla luce il problema dei minorenni detenuti dalle forze della coalizione in Iraq. Il rapporto citava come fonti i rapporti della Croce Rossa Internazionale e un misterioso rapporto dell’Unicef, intitolato “Children in conflict with the law or with the coalition forces”, che non venne mai reso pubblico. Nell’inchiesta di Mackay appariva chiaro che già allora in sei centri di detenzione della coalizione erano trattenuti almeno 107 minorenni. Oltre questo il buio. Il rapporto dell’Unicef sosteneva che “Le informazioni circa il loro numero, la loro età, il genere e le condizioni di carcerazione sono limitate.” Ottenere cifre attendibili non è possibile per via del grande numero di strutture detentive nel Paese e perché molti dei giovani sono stati arrestati senza documenti che potessero confermarne la minore età. Un altro segnale negativo secondo l’editorialista del Sunday Herald, riguardava lo status dei detenuti minorenni, internati allo stesso titolo degli adulti e dunque soggetti a incarcerazione indefinita, senza contatti con la famiglia e senza processo.
 
Torture. Il rapporto del Sunday Herald accusava anche le forze armate britanniche di avere arrestato diversi bambini iracheni e di averli consegnati per gli interrogatori ai soldati Usa senza curarsi di garantire i loro diritti. Molta preoccupazione destava anche il fatto che i minorenni iracheni potessero essere detenuti nelle stesse strutture per adulti. Quelle, come il tragicamente noto carcere di Abu Ghraib, in cui si praticava e pratica la tortura. Suhaib Badr Addin al Baz, un reporter della Tv irachena, venne arrestato nel 2004 mentre girava un documentario e venne portato ad Abu Ghraib dove, raccontò, si trovavano certamente centinaia di bambini. Il reporter raccontò di avere assistito a diversi maltrattamenti ai danni di minori indifesi, dalle docce di acqua fredda alle botte, fino allo stupro. Diverse testimonianze sostenevano che lo scopo dei maltrattamenti sui bambini fosse prevalentemente quello di sconvolgere la mente dei loro parenti detenuti, una tecnica per ottenere confessioni, che pare sia più efficace delle torture.
Sin dal 2003 a Baghdad è attivo un centro di detenzione per minori, ma le denunce di minorenni detenuti e maltrattati in strutture per adulti sono continuate. Inoltre dalla creazione della struttura, nessuna organizzazione umanitaria ha potuto visitarla. Anche l’Unicef si è vista diverse volte respingere la richiesta di visitare i minorenni detenuti con la motivazione della scarsa sicurezza. Quando l’inchiesta di Mackay rese pubblico il problema, Amnesty International confermò di essere a conoscenza di numerose violazioni dei diritti umani contro minorenni iracheni, incarcerazioni, torture, maltrattamenti e omicidi.

Ancora incubi. Il 30 luglio di quest’anno, il Consiglio Legale dei Religiosi Islamici della provincia di al Anbar attaccava ai muri delle moschee una disposizione che vietava ai genitori di lasciare incustoditi i propri bambini. Muhammad Abu Nasr riportava la notizia in una rubrica di propaganda su www.albasrah.net , un sito web di ex baatisti dedicato alla guerriglia irachena, sostenendo che la decisione fosse conseguenza del numero crescente di “incidenti”, come maltrattamenti o molestie sessuali ai danni dei bambini delle aree rurali, specialmente da parte dei soldati Usa. Diverse volte, stando alla fonte, per entrare nelle città sunnite come Ramadi e al Qaim, i soldati Usa avrebbero usato i bambini come scudi umani per proteggersi dal fuoco dei ribelli. A sostegno della vicenda Muhammad Abu Nasr citava il Ministero per i Diritti Umani iracheno, che avrebbe confermato di essere a conoscenza di almeno 17 casi di molestie sessuali ai danni di bambini solo nel mese di giugno 2005. Sette delle vittime sarebbero bambine tra gli 8 e i 10 anni.
In quest’ultimo caso si tratta probabilmente di bassa propaganda, ma questo è il genere di notizie che circolano in certi ambienti iracheni, vicende sconvolgenti che possono fomentare la rabbia della gente e spingerla a unirsi alla cosiddetta resistenza. Storie che sono alimentate dal risentimento e si confondono con gli orrori che ogni giorno accadono realmente. Storie che potrebbero essere smentite con decisione se, almeno le forze della Coalizione, volessero mettere da parte la propaganda per operare in modo trasparente, ad esempio consentendo alle Ong l’accesso alle carceri.  

Naoki Tomasini

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