Bambini. Mercoledì
10 agosto a Baji, una città a nord di Baghdad, l’esplosione di una bomba
uccideva quattro soldati Usa e ne feriva sei. Ore più tardi la Tv irachena
trasmetteva le immagini di un gruppo di ragazzi del posto che mostravano alle
telecamere la divisa di una delle vittime. Il 16 agosto, sempre a Baji, le
forze armate statunitensi arrestavano cinque bambini di età inferiore ai 10
anni. Il loro fermo, come esplicitato dai militari che circolavano per la città
con megafono in mano, serviva per fare pressione sulla popolazione locale. Lo
scopo dei soldati Usa era quello di spingere gli abitanti della città a
denunciare o consegnare i bambini apparsi nel video incriminato.
Donne. Due giorni
prima, il 14, il presidente iracheno Jalal Talabani chiedeva esplicitamente che
le forze di sicurezza irachene rilasciassero le donne da loro detenute. Il
presidente specificò che in quella circostanza non intendeva interferire con il
potere giudiziario, intendeva piuttosto puntare il dito contro una serie di
pratiche malsane e violazioni dei diritti di molte donne, arrestate senza
accuse e detenute nelle carceri di Baghdad e Amiriyah. Evidentemente Talabani
era a conoscenza del fatto che anche le forze di sicurezza irachene stanno usando
l’odiosa arma del ricatto familiare. Non a caso l’indomani il quotidiano
Baghdad pubblicava un editoriale di Abdul Karim al Kazraji intitolato: “Basta
arrestare le donne al posto dei sospetti” in cui si condannava la pratica di
tenere in ostaggio le mogli di sospetti militanti per indurli a consegnarsi.
Nell’occasione Talabani ricevette una lista di nomi di detenute da Adnan al
Dulaimi, il portavoce di un partito sunnita, al quale promise che avrebbe
inoltrato la stessa richesta anche ai responsabili delle strutture detentive
gestite dagli statunitensi.

Buchi neri. Un
anno fa, nell’agosto del 2004, una inchiesta di Neil Mackay sul Sunday Herald
portava per la prima volta alla luce il problema dei minorenni detenuti dalle
forze della coalizione in Iraq. Il rapporto citava come fonti i rapporti della
Croce Rossa Internazionale e un misterioso rapporto dell’Unicef, intitolato
“Children in conflict with the law or with the coalition forces”, che non venne
mai reso pubblico. Nell’inchiesta di Mackay appariva chiaro che già allora in
sei centri di detenzione della coalizione erano trattenuti almeno 107
minorenni. Oltre questo il buio. Il rapporto dell’Unicef sosteneva che “Le
informazioni circa il loro numero, la loro età, il genere e le condizioni di
carcerazione sono limitate.” Ottenere cifre attendibili non è possibile per via
del grande numero di strutture detentive nel Paese e perché molti dei giovani
sono stati arrestati senza documenti che potessero confermarne la minore età.
Un altro segnale negativo secondo l’editorialista del Sunday Herald, riguardava
lo status dei detenuti minorenni, internati allo stesso titolo degli adulti e
dunque soggetti a incarcerazione indefinita, senza contatti con la famiglia e
senza processo.
Torture. Il
rapporto del Sunday Herald accusava anche le forze armate britanniche di avere
arrestato diversi bambini iracheni e di averli consegnati per gli interrogatori
ai soldati Usa senza curarsi di garantire i loro diritti. Molta preoccupazione
destava anche il fatto che i minorenni iracheni potessero essere detenuti nelle
stesse strutture per adulti. Quelle, come il tragicamente noto carcere di Abu
Ghraib, in cui si praticava e pratica la tortura. Suhaib Badr Addin al Baz, un
reporter della Tv irachena, venne arrestato nel 2004 mentre girava un
documentario e venne portato ad Abu Ghraib dove, raccontò, si trovavano
certamente centinaia di bambini. Il reporter raccontò di avere assistito a
diversi maltrattamenti ai danni di minori indifesi, dalle docce di acqua fredda
alle botte, fino allo stupro. Diverse testimonianze sostenevano che lo scopo
dei maltrattamenti sui bambini fosse prevalentemente quello di sconvolgere la
mente dei loro parenti detenuti, una tecnica per ottenere confessioni, che pare
sia più efficace delle torture.
Sin dal 2003 a Baghdad è attivo un centro di detenzione per
minori, ma le denunce di minorenni detenuti e maltrattati in strutture per
adulti sono continuate. Inoltre dalla creazione della struttura, nessuna
organizzazione umanitaria ha potuto visitarla. Anche l’Unicef si è vista
diverse volte respingere la richiesta di visitare i minorenni detenuti con la
motivazione della scarsa sicurezza. Quando l’inchiesta di Mackay rese pubblico
il problema, Amnesty International confermò di essere a conoscenza di numerose
violazioni dei diritti umani contro minorenni iracheni, incarcerazioni,
torture, maltrattamenti e omicidi.

Ancora incubi. Il
30 luglio di quest’anno, il Consiglio Legale dei Religiosi Islamici della
provincia di al Anbar attaccava ai muri delle moschee una disposizione che
vietava ai genitori di lasciare incustoditi i propri bambini. Muhammad Abu Nasr
riportava la notizia in una rubrica di propaganda su www.albasrah.net , un sito
web di ex
baatisti dedicato alla guerriglia irachena, sostenendo che la decisione fosse
conseguenza del numero crescente di “incidenti”, come maltrattamenti o molestie
sessuali ai danni dei bambini delle aree rurali, specialmente da parte dei
soldati Usa. Diverse volte, stando alla fonte, per entrare nelle città sunnite
come Ramadi e al Qaim, i soldati Usa avrebbero usato i bambini come scudi umani
per proteggersi dal fuoco dei ribelli. A sostegno della vicenda Muhammad Abu
Nasr citava il Ministero per i Diritti Umani iracheno, che avrebbe confermato
di essere a conoscenza di almeno 17 casi di molestie sessuali ai danni di
bambini solo nel mese di giugno 2005. Sette delle vittime sarebbero bambine tra
gli 8 e i 10 anni.
In quest’ultimo caso si
tratta probabilmente di bassa propaganda, ma questo è il genere di notizie che
circolano in certi ambienti iracheni, vicende sconvolgenti che possono
fomentare la rabbia della gente e spingerla a unirsi alla cosiddetta
resistenza. Storie che sono alimentate dal risentimento e si confondono con gli
orrori che ogni giorno accadono realmente. Storie che potrebbero essere
smentite con decisione se, almeno le forze della Coalizione, volessero mettere
da parte la propaganda per operare in modo trasparente, ad esempio consentendo
alle Ong l’accesso alle carceri.