25/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Nella Striscia di Gaza i soldati non sparano più sulle case
Di Amira Hass
 
Un Tank dell'IDF davanti a Khan YounisFino a cinque anni fa la casa di Abu Al Abd nel campo profughi di Khan Yunis nella Striscia di Gaza si trovava nella quattordicesima o quindicesima fila di case dal confine tra il campo e l’area industriale di Neveh Dekalim. Adesso si trova nella quinta o sesta. Tutte le altre file sono state cancellate dalla faccia della terra: alti edifici nuovi o rinnovati oppure edifici bassi quasi risalenti all’hijira (l’espulsione e la fuga degli arabi dai villaggi della Palestina nel 1948) e fatti di argilla, amianto e sottili rivestimenti. Fino a poche settimane fa era estremamente pericoloso arrampicarsi sul tetto che si affaccia “su tutta la Palestina”, come dice uno dei vicini. Fino a una settimana fa, negli ultimi cinque anni, nessuno osava rimanere sul tetto per il tempo necessario a guardare il paesaggio circostante: il mare, le aree verdi dei contadini della tribù di Muasi, le case dai tetti rossi degli insediamenti, i rivestimenti di plastica delle serre. “Ecco dov’è il loro aeroporto militare, ci ha detto Abu Al Abd, indicando il nord. “Gli elicotteri atterravano lì, poi arrivavano qui e aprivano il fuoco su di noi.”
 
Condominio crivellato a Khan YounisFino a una settimana fa – ha continuato - “salivamo, ci nascondevamo dietro a una colonna di cemento, respiravamo un po’ d’aria proveniente dal mare, a volte appendevamo velocemente un po’ di biancheria ad asciugare e poi scendevamo.” I soldati nei numerosi posti di controllo a protezione degli insediamenti di Gush Katif interpretavano qualsiasi significativa sosta sul tetto come una “osservazione” e questo a volte portava ad alcuni spari di avvertimento ed altre alla morte.
Ieri invece Abu Al Abd è rimasto a lungo sul tetto. Di sotto i bambini, figli degli stretti vicoli nati nella sabbia, hanno osato avvicinarsi al cancello che separa Khan Yunis e Neveh Dekalim anche se è stato bloccato per un mese. Negli ultimi cinque anni solo quelli che sulla carta di identità avevano come indirizzo Muasi – l’area in cui furono costruiti gli insediamenti di Gush Katif – erano autorizzati a passare. I parenti avevano bisogno di permessi speciali per fare visita, anche se i loro figli vivevano lì e non sempre riuscivano ad ottenerli. I permessi venivano richiesti anche a persone ammalate e medici; per portare le medicine bisognava pianificare e coordinare. E c’era un’età minima, anche tra i 5.000 residenti di Muasi: quelli sotto i 35 anni, o a volte 30 e perfino 25, non potevano uscire oppure non erano autorizzati a rientrare a casa. E nei numerosi giorni in cui il cancello era completamente chiuso chiunque si avvicinasse troppo, chiunque osasse accostarsi alle rovine delle case demolite dall’Israeli Defence force (IDF) a protezione di Neveh Dekalim, rischiava di diventare il bersaglio degli spari di avvertimento. L’ufficio del portavoce dell’IDF avrebbe successivamente spiegato che erano “dispiaciuti per gli spari ma che avevano agito seguendo il regolamento in mancanza di un precedente coordinamento con l’IDF.”
 
L'insediamento di Neveh DekalimIeri fortunatamente per tutto il giorno non si è sentito un solo sparo a Khan Yunis: né dai combattenti armati, che non potevano farsi vedere, né dai numerosi posti di controllo dell’IDF, alcuni dei quali erano già stati smantellati. Ieri l’atmosfera al confine del campo profughi era così tranquilla che si poteva persino immaginare di sentire il rumore dei passi a un miglio di distanza. Per cinque anni, nel nome della difesa dei residenti a Gush Katif, l’IDF ha proibito agli abitanti di Khan Yunis e Rafah di avvicinarsi alle loro spiagge e al loro mare. Wafa, la figlia di quattro anni di Ab Al Abd, non ha mai immerso nemmeno i piedi nel mare, non ha mai camminato sulla sabbia umida. “Portami al mare”, continuava a chiedere al padre senza capire come mai non potessero andarci dato che era così vicino. Il divieto rimarrà in vigore fino a quando l’ultimo soldato non avrà lasciato la Striscia di Gaza, così Wafa dovrà aspettare ancora un po’ per fare la sua prima visita al mare. Ciononostante ieri un senso di sollievo aleggiava su questa città torturata.
La strada che va dalla Striscia di Gaza meridionale a quella settentrionale era aperta, a differenza della scorsa settimana quando l’IDF la chiuse più volte di giorno per aprirla solo di notte. La vita ieri era normale vicino agli insediamenti vuoti, libera dalla paura che ha regnato negli scorsi cinque anni in cui erano frequenti gli spari provenienti dai posti di controllo dell’IDF. 
 
“Siamo felici”, ha detto Abdallah che lavorava in uno degli insediamenti fino a una settimana fa. Il suo amico ha aggiunto “Felici ma preoccupati”. Preoccupati per l’incertezza. Una persona spera che arrivino tempi migliori e questo non ci è stato affatto promesso.”
 

Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Israele - Palestina
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