
Fino a cinque anni fa la casa di Abu Al Abd nel campo profughi di Khan Yunis
nella Striscia di Gaza si trovava nella quattordicesima o quindicesima fila di
case dal confine tra il campo e l’area industriale di Neveh Dekalim. Adesso si
trova nella quinta o sesta. Tutte le altre file sono state cancellate dalla faccia
della terra: alti edifici nuovi o rinnovati oppure edifici bassi quasi risalenti
all’hijira (l’espulsione e la fuga degli arabi dai villaggi della Palestina nel
1948) e fatti di argilla, amianto e sottili rivestimenti. Fino a poche settimane
fa era estremamente pericoloso arrampicarsi sul tetto che si affaccia “su tutta
la Palestina”, come dice uno dei vicini. Fino a una settimana fa, negli ultimi
cinque anni, nessuno osava rimanere sul tetto per il tempo necessario a guardare
il paesaggio circostante: il mare, le aree verdi dei contadini della tribù di
Muasi, le case dai tetti rossi degli insediamenti, i rivestimenti di plastica
delle serre. “Ecco dov’è il loro aeroporto militare, ci ha detto Abu Al Abd, indicando
il nord. “Gli elicotteri atterravano lì, poi arrivavano qui e aprivano il fuoco
su di noi.”

Fino a una settimana fa – ha continuato - “salivamo, ci nascondevamo dietro a
una colonna di cemento, respiravamo un po’ d’aria proveniente dal mare, a volte
appendevamo velocemente un po’ di biancheria ad asciugare e poi scendevamo.” I
soldati nei numerosi posti di controllo a protezione degli insediamenti di Gush
Katif interpretavano qualsiasi significativa sosta sul tetto come una “osservazione”
e questo a volte portava ad alcuni spari di avvertimento ed altre alla morte.
Ieri invece Abu Al Abd è rimasto a lungo sul tetto. Di sotto i bambini, figli
degli stretti vicoli nati nella sabbia, hanno osato avvicinarsi al cancello che
separa Khan Yunis e Neveh Dekalim anche se è stato bloccato per un mese. Negli
ultimi cinque anni solo quelli che sulla carta di identità avevano come indirizzo
Muasi – l’area in cui furono costruiti gli insediamenti di Gush Katif – erano
autorizzati a passare. I parenti avevano bisogno di permessi speciali per fare
visita, anche se i loro figli vivevano lì e non sempre riuscivano ad ottenerli.
I permessi venivano richiesti anche a persone ammalate e medici; per portare le
medicine bisognava pianificare e coordinare. E c’era un’età minima, anche tra
i 5.000 residenti di Muasi: quelli sotto i 35 anni, o a volte 30 e perfino 25,
non potevano uscire oppure non erano autorizzati a rientrare a casa. E nei numerosi
giorni in cui il cancello era completamente chiuso chiunque si avvicinasse troppo,
chiunque osasse accostarsi alle rovine delle case demolite dall’Israeli Defence
force (IDF) a protezione di Neveh Dekalim, rischiava di diventare il bersaglio
degli spari di avvertimento. L’ufficio del portavoce dell’IDF avrebbe successivamente
spiegato che erano “dispiaciuti per gli spari ma che avevano agito seguendo il
regolamento in mancanza di un precedente coordinamento con l’IDF.”

Ieri fortunatamente per tutto il giorno non si è sentito un solo sparo a Khan
Yunis: né dai combattenti armati, che non potevano farsi vedere, né dai numerosi
posti di controllo dell’IDF, alcuni dei quali erano già stati smantellati. Ieri
l’atmosfera al confine del campo profughi era così tranquilla che si poteva persino
immaginare di sentire il rumore dei passi a un miglio di distanza. Per cinque
anni, nel nome della difesa dei residenti a Gush Katif, l’IDF ha proibito agli
abitanti di Khan Yunis e Rafah di avvicinarsi alle loro spiagge e al loro mare.
Wafa, la figlia di quattro anni di Ab Al Abd, non ha mai immerso nemmeno i piedi
nel mare, non ha mai camminato sulla sabbia umida. “Portami al mare”, continuava
a chiedere al padre senza capire come mai non potessero andarci dato che era così
vicino. Il divieto rimarrà in vigore fino a quando l’ultimo soldato non avrà lasciato
la Striscia di Gaza, così Wafa dovrà aspettare ancora un po’ per fare la sua prima
visita al mare. Ciononostante ieri un senso di sollievo aleggiava su questa città
torturata.
La strada che va dalla Striscia di Gaza meridionale a quella settentrionale era
aperta, a differenza della scorsa settimana quando l’IDF la chiuse più volte di
giorno per aprirla solo di notte. La vita ieri era normale vicino agli insediamenti
vuoti, libera dalla paura che ha regnato negli scorsi cinque anni in cui erano
frequenti gli spari provenienti dai posti di controllo dell’IDF.
“Siamo felici”, ha detto Abdallah che lavorava in uno degli insediamenti fino
a una settimana fa. Il suo amico ha aggiunto “Felici ma preoccupati”. Preoccupati
per l’incertezza. Una persona spera che arrivino tempi migliori e questo non ci
è stato affatto promesso.”