19/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Lucia Bellaspiga, Ancora edizioni, 2005
Scritto per noi da
Gianluca Ursini 
 
 
Il 29 marzo 2003 un uomo moriva da solo in un reparto dell’ospedale di Bangkok, Thailandia. Era un medico ed era stato ricoverato in una stanza apposita, in isolamento. Nemmeno sua moglie, accorsa al capezzale dell’uomo in fin di vita da un altro Paese, era riuscita a stare al suo fianco nelle sue ultime 48 ore di vita; quell’uomo si chiamava Carlo Urbani e stava per diventare la prima vittima italiana della Sars, la sindrome da insufficienza respiratoria che solo nei sei mesi successivi alla prima manifestazione, contagiò quasi 8.500 persone, con più di 800 morti.
 
Sempre al capezzale dei malati. Era un medico, e per ironia della sorte era stato anche il primo esperto a diagnosticare a un malato questo virus fino a quel momento sconosciuto, un uomo d’affari di Hong Kong ricoverato nell’Ospedale francese di Hanoi, città dove Urbani era responsabile per la regione del Pacifico Occidentale per conto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Non sarebbe stato suo compito andare in un ospedale, ma quando i colleghi lo chiamarono a causa della sua esperienza in malattie infettive, non si tirò indietro: era un medico nato “per stare in corsia, in mezzo ai pazienti, non dietro una scrivania”, come amava ripetere agli amici nelle lettere.  Specializzato in ‘Malattie infettive’, aveva dedicato tutta la sua carriera allo studio delle patologie parassitarie che uccidono milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo e che sarebbero curabili con medicine dal bassissimo costo. Da dieci anni era consulente della ‘Oms’ per queste patologie ed aveva svolto diverse missioni per combattere malattie rare come la schistosomiasi, della quale era diventato un grande esperto; una malattia che colpisce gli apparati digerenti dei bambini di parecchi Paesi del Sud Est asiatico, portando alla morte per la rottura delle varici esofagee. La sua attività di operatore umanitario lo aveva fatto lavorare anche per ‘Medici senza frontiere’, tanto da arrivare a presiederne la sezione italiana nel 1999, ruolo nel quale farà parte della delegazione che nel novembre ’99 ritirerà a Oslo il premio Nobel per la Pace, conferito alla Ong francese. Dal 2000 si era trasferito in Indocina per conto della ‘Oms’, rinunciando alla carica di primario del reparto di ‘Malattie infettive’ nell’ospedale di Macerata.
 
Senza buonismo retorico. La giornalista Lucia Bellaspiga ha raccolto la storia di Carlo Urbani in un libro omonimo (‘Carlo Urbani. Il primo medico contro la Sars’) edito per i tipi di ‘Ancora’(174 pagine, 12 euro), con testimonianze di di chi è cresciuto al suo fianco e di chi lo ha conosciuto dal vivo nel corso degli anni della sua carriera professionale. Con scrupolo da cronista puntigliosa, Bellaspiga ha ricostruito gli anni dell’impegno umanitario del medico marchigiano, regalandoci un ritratto alieno da ogni retorica buonista, ma che rende il giusto merito alla personalità di chi rinuncia alla propria incolumità pur di non lasciare che una malattia sconosciuta venga isolata. Le ultime settimane di vita del dottore vengono ricostruite come un romanzo ricco di suspence, che suscitano l’interesse del lettore mentre la vicenda si dipana: dalla decisione di isolare i reparti dell’ospedale in cui era stato ricoverato il primo paziente, alle riunioni con il Governo vietnamita che Urbani cerca di convincere a varare un piano di emergenza nonostante gli svantaggi commerciali che ne verrebbero, ai sintomi della malattia che si manifestano in chi per primo la ha diagnosticata, fino alla estrema unzione impartita al cattolicissimo medico da un vescovo cattolico della curia thailandese. Un mese dopo la morte dell’unica vittima italiana, il Vietnam può affermare, primo Paese al mondo, di aver superato il rischio epidemia di Sars.
 
Così come era vissuto. In molte credenze orientali c’è il convincimento che la morte sia la naturale conseguenza della vita che uno ha vissuto. La maniera in cui la malattia ha consumato un uomo forte di 47 anni esemplifica il suo spirito di sacrificio, che lo portava fin da giovane specializzando ad organizzare spedizioni in Africa con i suoi colleghi nei mesi delle vacanze estive, per portare medicinali e cure alle popolazioni più isolate di Paesi come la Mauritania, da lui visitata più volte. 
 
Con Le sue parole. Anche gli anni dell’impegno a‘Medécin sans Frontiéres’, che hanno segnato il lancio in grande stile di questa organizzazione umanitaria nel nostro Paese, con Urbani in prima fila nel denunciare il sistema perverso della ricerca farmaceutica e la scarsa attenzione delle grandi aziende per le sofferenze dei malati poveri. “Negli ultimi venti anni la ricerca ha sfornato 1.300 nuove molecole, ma solo 11 sono attive contro le malattie tropicali – sosteneva parlando del suo settore di specializzazione – solo lo 0,03 percento della ricerca farmaceutica è indirizzata verso le cinque principali cause di morte nel mondo”. Disse quando era da poco presidente di Msf Italia: “Il 90 percento del denaro investito in ricerca sui farmaci è per malattie che colpiscono il 10 percento della popolazione mondiale. Un paradosso su tutti: ogni anno le aziende farmaceutiche dedicano gran parte di fondi a  patologie come obesità o impotenza, mentre malaria e tubercolosi, che da sole uccidono 5 milioni di persone l’anno nei Paesi in via di sviluppo, non attirano alcun finanziamento”. Il suo impegno è riflesso nel suo resoconto di una missione in Cambogia per conto della Oms, a combattere la schistosomiasi, che fa ingrossare le pance ai bimbi prima di ucciderli: “Girando nelle case, palafitte di legno o di bambù per i più poveri, incontriamo altri bambini, quelli che non hanno abbastanza forza per andare a schiamazzare al fiume. Sono seduti con lo sguardo più triste degli altri e la pancia ancor più grossa. L’ospedale più vicino è a due ore di piroga e poi bisognerebbe pagare le medicine, ma quassù soldi non ce ne sono. Non è facile avvicinare le persone, tutti sono diffidenti e un po’ spaventati. La strategia del terrore – dei khmer rossi di Pol Pot che uccisero due dei sette milioni di cambogiani – fa ancora sentire il suo alito; in questi villaggi è facile morire anche per molto meno: basta una diarrea o una polmonite”. Ai funerali di Urbani, nel suo paesino natale di Castelplanio, tremila anime, se ne radunano molte di più, tra di loro personalità importanti come il Segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan; tutta Italia aveva imparato a conoscerlo dopo la sua morte, che aveva richiamato l’attenzione dei media internazionali, facendo conoscere ai suoi concittadini un uomo che non ci aveva mai tenuto a stare in prima fila. Non conoscerlo adesso, non sfruttare l’occasione di apprendere dal suo esempio, sarebbe come perderlo un’altra volta.

 

Categoria: Bambini, Donne, Salute
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