24/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La Confederazione degli indigeni e le associazioni popolari in difesa dei diritti degli ecuadoriani
Manifestazione popolare nelle strade di Quito“A partire da oggi, la Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador, le Assemblee popolari, le organizzazioni sociali e le corporazioni iniziano una serie di mobilitazioni progressive per esigere dal governo la recessione del contratto con la compagnia Oxy. Per questo dalle 17 di questo pomeriggio piantoneremo l’edificio del ministero dell’Energia”. Questa dichiarazione, fatta dai leader delle associazioni che sostengono lo sciopero indetto nelle province amazzoniche ecuadoriane, ricche di petrolio e quindi invase dalle multinazionali, è arrivata lunedì, a suggello di una giornata di trattative con gli esponenti dell’esecutivo e delle imprese del petrolio.
 
Dalle parole ai fatti. L’intento è inequivocabile. Come anche la determinazione ad andare fino in fondo. L’Ecuador è un Paese ad alta componente indigena e la Conaie ne è la voce, unica e indiscussa. Se la Confederazione indios, dunque, si schiera per la linea dura, linea dura sarà. E lo sciopero, i blocchi, le manifestazioni, certo non si placheranno fino a che Palacio e le multinazionali non concretizzeranno nero su bianco quanto loro chiedono: la compagnia statale Petroecuador dovrà gestire la maggior parte del greggio estratto dal ricco sottosuolo amazzonico e investirne i proventi in infrastrutture, in politiche sociali e in campagne ecologiche di risanamento dell’ambiente. Per arrivare a ciò il governo dovrà rivedere, uno ad uno, i singoli contratti stretti con la miriade di imprese straniere ammonticchiata nella regione e in particolare dovrà usare il pugno duro con la Occidental, la Oxy appunto. Quest’ultima gode, infatti, di un trattamento particolare grazie a un contratto ormai scaduto, che non tiene assolutamente conto degli interessi ecuadoriani.
 
Manifestazione nelle strade di Quito"Le risorse dell'Ecuador sono degli ecuadoriani". “La nostra lotta sta preparando le condizioni affinché la Petroecuador ottenga il diritto di sfruttare la zona attualmente in mano alla Oxy, incorporando alla produzione nazionale i 112mila barili al giorno che la Occidental produce usufruendo di un contratto illegale – spiegano dalla Conaie -. Si tratta infatti di un accordo reiteratamente imposto dal Procuratore generale dello Stato e dagli altri alti funzionari della Petroecuador e legalmente non valido.
Esigiamo anche che siano rivisti tutti i contratti petroliferi con le svariate multinazionali che hanno visto nel nostro Paese un eden da sfruttare. Lo stato ecuadoriano ha il diritto di ricevere almeno l’85 per cento dei benefici derivati dal suo greggio. Questa lotta è una faccenda di sovranità e di rispetto delle leggi statali. Ratifichiamo dunque l’appoggio attivo alle giuste richieste delle province Orellana e Subumbios, che in questa lotta rappresentano l’intero Ecuador".
"Rifiutiamo la brutale repressione da parte del regime dittatoriale contro i fratelli amazzonici - precisano - ed esigiamo la rinuncia immediata del ministro degli Interni e dell’Ordine pubblico, Maurizio Ganadara”.
 
La volontà popolare. Le manifestazioni di resistenza popolare, sia urbana che rurale, in Ecuador hanno già determinato la caduta di tre governi dal 1997 al 20 aprile di quest’anno, quando Gutierrez è dovuto fuggire in Brasile ed è stato sostituito dal suo vice, l’attuale presidente Palacio. “Si tratta di episodi che non possono essere considerati semplici rivolte ormai quietate e rientrate. Sono parte integrante del processo di resistenza degli indigeni dell’Ecuador, che stanno cercando di costruire un nuovo paese sovrano, di cui l’autodeterminazione dei popoli sia parte integrante, che sia privo del sistema partitico tradizionale, che sia fondato su una democrazia reale e che tenga conto delle necessità reali del popolo”, concludono.
 
Hugo Chavez, presidente del VenezuelaQuadro internazionale. Intanto, la produzione petrolifera bloccata dagli scioperanti sta riprendendo, ma ci vorranno mesi prima che si raggiunga la normale produzione media. Il ministro dell’Energia parla di novembre, ma dipenderà molto da come reagiranno i singoli pozzi. La crisi dell’Ecuador ha comunque influenzato l'intero mercato internazionale. Venerdì scorso il prezzo del petrolio a New York ha subito un rialzo di oltre due dollari al barile.
 
L'accordo ci sarà? In aiuto dell’Ecuador è arrivato, intato, il vicino di casa Hugo Chavez che si è offerto di fornire la quantità di greggio necessaria a far rispettare all’Ecuador gli impegni presi. E senza nessun costo.
La situazione resta in sospeso, dunque, almeno fino all’eventuale accordo che i rappresentanti popolari stanno discutendo con delegati del governo e delle multinazionali. Sempre se questo accordo mai arriverà. Le associazioni indigene e i movimenti sociali di varia estrazione non accetteranno nessun compromesso, anzi, i più radicali parlano addirittura di una lotta senza tregua fino alla nazionalizzazione del petrolio. Nella giornata di ieri, infatti, l'accalorato incontro ai vertici ha prodotto un documento di accordi preliminari, che per l'80 per cento viene in contro alle rivendicazioni degli scioperanti. Dopo un primo summit tra leader sindacali, rappresentanti delle amministrazioni comunali, prefetti e delegati del governo, che ha lasciato fuori i signori del petrolio in modo da stilare velocemente una lista di rivendicazioni precise, la discussione ha portato i primi frutti. Le multinazionali dovrebbero intanto impegnarsi a creare infrastrutture viarie nel giro di pochi mesi, investendo quindi per il popolo buona parte dei loro introiti frutto del petrolio ecuadoriano. Ma ancora tutto è sulla carta.
La giornata di ieri infatti è terminata con gli ennesimi scontri fra manifestanti ed esercito, che continua a tenere in stato d'assedio le regioni amazzoniche. Due gli scioperanti arrestati.

Stella Spinelli

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