La Confederazione degli indigeni e le associazioni popolari in difesa dei diritti degli ecuadoriani

“A partire da oggi, la
Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador, le Assemblee popolari,
le organizzazioni sociali e le corporazioni iniziano una serie di
mobilitazioni progressive per esigere dal governo la recessione del contratto
con la compagnia Oxy. Per questo dalle 17 di questo pomeriggio piantoneremo
l’edificio del ministero dell’Energia”. Questa dichiarazione, fatta dai leader
delle associazioni che sostengono
lo sciopero indetto nelle province
amazzoniche ecuadoriane, ricche di petrolio e quindi invase dalle
multinazionali, è arrivata lunedì, a suggello di una giornata di trattative con
gli esponenti dell’esecutivo e delle imprese del petrolio.
Dalle parole ai fatti. L’intento è
inequivocabile. Come anche la determinazione ad andare fino in fondo.
L’Ecuador
è un Paese ad alta componente indigena e la Conaie ne è la voce, unica
e indiscussa. Se la Confederazione indios, dunque, si schiera per la
linea dura,
linea dura sarà. E lo sciopero, i blocchi, le manifestazioni, certo non
si
placheranno fino a che Palacio e le multinazionali non concretizzeranno nero su
bianco quanto loro chiedono: la compagnia statale Petroecuador dovrà gestire la
maggior parte del greggio estratto dal ricco sottosuolo amazzonico e
investirne i proventi in infrastrutture, in politiche sociali e in
campagne ecologiche di risanamento dell’ambiente. Per arrivare a ciò il
governo
dovrà rivedere, uno ad uno, i singoli contratti stretti con la miriade di
imprese straniere ammonticchiata nella regione e in particolare dovrà usare
il pugno duro con la Occidental, la Oxy appunto. Quest’ultima gode, infatti, di
un trattamento particolare grazie a un contratto ormai scaduto, che non tiene
assolutamente conto degli interessi ecuadoriani.
"Le risorse dell'Ecuador sono degli ecuadoriani". “La nostra lotta sta
preparando le condizioni affinché la Petroecuador ottenga il
diritto di sfruttare la zona attualmente in mano alla Oxy, incorporando alla
produzione nazionale i 112mila barili al giorno che la Occidental produce
usufruendo di un contratto illegale – spiegano dalla Conaie -. Si tratta infatti
di un accordo reiteratamente imposto dal Procuratore generale dello Stato e
dagli altri alti funzionari della Petroecuador e legalmente non valido.
Esigiamo anche che siano
rivisti tutti i contratti petroliferi con le svariate multinazionali che hanno
visto nel nostro Paese un eden da sfruttare. Lo stato ecuadoriano ha il diritto
di ricevere almeno l’85 per cento dei benefici derivati dal suo greggio. Questa
lotta è una faccenda di sovranità e di rispetto delle leggi statali. Ratifichiamo
dunque l’appoggio attivo alle giuste richieste delle province Orellana e
Subumbios, che in questa lotta rappresentano l’intero Ecuador".
"Rifiutiamo la brutale
repressione da parte del regime dittatoriale contro i fratelli amazzonici - precisano
- ed
esigiamo la rinuncia immediata del ministro degli Interni e dell’Ordine
pubblico, Maurizio Ganadara”.
La volontà popolare. Le manifestazioni di
resistenza popolare, sia urbana che rurale, in Ecuador hanno già determinato la
caduta di tre governi dal 1997 al 20 aprile di quest’anno, quando Gutierrez è
dovuto fuggire in Brasile ed è stato sostituito dal suo vice, l’attuale
presidente Palacio. “Si tratta di episodi che non possono essere considerati
semplici rivolte ormai quietate e rientrate. Sono parte integrante del processo
di resistenza degli indigeni dell’Ecuador, che stanno cercando di costruire un
nuovo paese sovrano, di cui l’autodeterminazione dei
popoli sia parte integrante, che sia privo del sistema partitico tradizionale,
che sia
fondato su una democrazia reale e che tenga conto delle necessità reali del
popolo”, concludono.
Quadro internazionale. Intanto, la produzione
petrolifera bloccata dagli scioperanti sta riprendendo, ma ci vorranno
mesi prima che si raggiunga la normale produzione media. Il ministro
dell’Energia parla di novembre, ma dipenderà molto da come reagiranno
i singoli pozzi. La crisi dell’Ecuador ha comunque influenzato l'intero mercato
internazionale. Venerdì scorso il prezzo del petrolio a New York ha subito un
rialzo di oltre due dollari al barile.
L'accordo ci sarà? In aiuto dell’Ecuador è arrivato, intato, il vicino di casa Hugo Chavez che
si è offerto di fornire
la quantità di greggio necessaria a far
rispettare all’Ecuador gli impegni presi. E senza nessun costo.
La
situazione
resta in sospeso, dunque, almeno fino all’eventuale accordo che i
rappresentanti
popolari stanno discutendo con delegati del governo e delle
multinazionali. Sempre se
questo accordo mai arriverà. Le associazioni indigene e i movimenti
sociali di
varia estrazione non accetteranno nessun compromesso, anzi, i più
radicali parlano
addirittura di una lotta senza tregua fino alla nazionalizzazione del
petrolio. Nella giornata di ieri, infatti, l'accalorato incontro ai
vertici ha prodotto un documento di accordi preliminari, che per l'80
per cento viene in contro alle rivendicazioni degli scioperanti. Dopo
un
primo summit tra leader sindacali, rappresentanti delle amministrazioni
comunali, prefetti e delegati del governo, che ha lasciato fuori i
signori del petrolio in modo da stilare velocemente una lista di
rivendicazioni precise, la discussione ha portato i primi
frutti. Le multinazionali dovrebbero intanto impegnarsi a creare
infrastrutture
viarie nel giro di pochi mesi, investendo quindi per il popolo buona
parte dei loro introiti frutto del petrolio ecuadoriano. Ma ancora
tutto è sulla carta.
La
giornata di ieri infatti è terminata con gli ennesimi scontri fra
manifestanti ed esercito, che continua a tenere in stato d'assedio le
regioni amazzoniche. Due gli scioperanti arrestati.