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Pulizia etnica. “In molti villaggi a maggioranza
sciita si sono verificati degli episodi gravissimi. Le milizie armate di
terroristi che sconvolgono il Paese hanno intimato a diversi residenti,
minacciandoli di morte, di abbandonare la loro casa. Una vera e propria pulizia
etnica”. Questo il contenuto di un'intervista rilasciata ieri dal maggiore-generale
Kais al-Mamury, capo della polizia del governatorato di Babilonia al quotidiano
al-Mutamer, vicino alla Coalizione. “Le violenze più gravi sono avvenute
a Yussufiya, Latifiya, Daiyra e Jurf al-Sakhr – ha raccontato il funzionario -
in quest'ultimo villaggio cinque famiglie, che si erano rifiutate di
abbandonare la loro abitazione, sono state sterminate senza pietà”. Secondo
al-Mamury, “le case abbandonate vengono spesso utilizzate come rifugio dai
terroristi o come centri di detenzione per gli ostaggi. Ma lo scopo principale
resta quello di sgomberare gli sciiti”.
Violenza indiscriminata. Nessun riscontro delle affermazioni
del comandante al-Mamury è stato possibile, ma un dato incontrovertibile c'è:
la popolazione civile irachena sta pagando un prezzo immenso a questa guerra.
Secondo le ultime stime indipendenti sarebbero già più di 26mila le vittime
civili dal marzo del 2003. Un numero impressionante che si è generato
dall'unione di più fattori: ai cosiddetti 'effetti collaterali' dell'operazione
Enduring Freedom (basta in proposito ricordare solo il
bombardamento
indiscriminato di Falluja o le vittime innocenti ai check-point Usa) si
aggiungono le migliaia di vittime della guerriglia irachena. Cittadini
in coda
per un posto di lavoro, bambini che si sono avvicinati ai militari
stranieri
per una caramella proprio quando questi venivano fatti oggetto di un
attacco,
semplici
passanti spazzati via da uomini o auto bomba. Vite distrutte dalla
furia cieca
di questa guerra. Per tacere delle migliaia di agenti della polizia o
militari
del nuovo esercito iracheno. Una vera mattanza, sulla pelle dei civili.
Paralisi politica. Si
continua a morire quindi in Iraq, ma questo non riesce a far superare le
differenze che dividono i politici iracheni attorno alla Costituzione. Ieri,
quando nessuno ci sperava più, la commissione redattrice è riuscita a
consegnare un testo all’Assemblea costituente irachena che ha chiesto e
ottenuto tre giorni di tempo per analizzarlo. Da subito è emerso l’aspetto
principale del documento: l’alleanza tra curdi e sciiti diventa ogni giorno più
solida, a scapito dei sunniti. Un autorevole esponente della delegazione
sunnita ha sottolineato come, insistendo su questa linea, “la guerra civile
diventa sempre più probabile. Uno dei pochi argomenti per evitare la deriva
fondamentalista è che anche i sunniti partecipino alla distribuzione dei
proventi della vendita del petrolio”. L’ossatura dell’Iraq del futuro esce ben
delineata dalla bozza presentata all’Assemblea. Il Paese del futuro sarà
repubblicano, federale, parlamentare e democratico. La legge islamica sarà la
norma fondamentale, ma larga discrezione sull’applicazione locale sarà lasciata
ai dirigenti federali. Contenti i curdi che hanno ottenuto quel federalismo
forte che gli permette di mantenere i proventi del petrolio della loro regione
e le milizie curde peshmerga. Contenti
gli sciiti che hanno visto riconosciuto il primato della sharia (diritto coranico) tra le fonti del diritto e il controllo federale
dei pozzi di petrolio dell’Iraq meridionale. Gli unici tagliati fuori sono i
sunniti, ai quali non resta che la parte centrale dell’Iraq, povera di risorse
(il
controllo della città di Kirkuk, ricca di oro nero e contesa da curdi e
sunniti, è stata rimandata al 2007) e, al momento, ancora sotto il controllo
delle milizie della guerriglia. Come sanno bene i cittadini di Yussufiya,
Latifiya, Daiyra e Jurf al-Sakhr.Christian Elia