Fino al primo febbraio scorso il sistema dei media nepalesi aveva compiuto notevoli
progressi ed era uno dei più variegati in Asia, ma il colpo di mano del re Gyanendra,
che in un sol giorno ha licenziato il governo e sospeso tutti i diritti fondamentali,
l’ha minato alle fondamenta. I mezzi di comunicazione sono stati direttamente
colpiti dallo stato d’emergenza (tolto poi il 29 aprile) e dalla censura a ogni
forma di espressione. Lo dimostra un
rapporto pubblicato ieri e realizzato a più mani dalla “Missione internazionale per la
libertà di stampa e d’espressione in Nepal”, a cui hanno preso parte le principali
organizzazioni internazionali per i diritti dei giornalisti.
Mezzi di democrazia. In Nepal negli ultimi sette mesi gli attacchi agli operatori dei mezzi di comunicazione
e in generale ai dissidenti politici sono aumentati di giorni in giorno, interrompendo
un ciclo per certi aspetti virtuoso: “Negli ultimi quindici anni – si legge nel
rapporto – i media hanno giocato un ruolo essenziale nella promozione della pace,
della democrazia, dello sviluppo e del buon governo. Ma dalla proclamazione dello
stato d’emergenza e anche dopo la sua interruzione in aprile la situazione della
libertà di stampa e d’espressione continua a peggiorare”.
Centinaia in piazza. A poco sono serviti gli sforzi della comunità dei media, di studenti e oppositori
politici che in tutto il Paese hanno dato vita a manifestazioni pacifiche per
il ripristino dei diritti fondamentali. Il nuovo governo proclamato dal re e composto
da una decina di suoi fedelissimi ha ordinato la repressione di ogni dimostrazione
e l’arresto di decine di persone. Fino all’aprile scorso i giornalisti detenuti
erano undici. Oggi è difficile dire quanti manifestanti siano ancora dietro le
sbarre per non aver rispettato i divieti del sovrano.
Guerra e incertezza. Ultimamente nel regno himalayano si è inasprito anche il conflitto tra l’Esercito
reale nepalese e i guerriglieri maoisti che dal 1983 combattono per rovesciare
la monarchia e instaurare una repubblica comunista. Quasi ogni giorno ci sono
vittime sui due fronti e anche fra i civili. Entrambe le parti, inoltre, non vedono
di buon occhio chi tenta di raccontare la guerra. Il rapporto denuncia: “I professionisti
dei media e i difensori della libertà d’espressione sono continuamente oggetto
di esecuzioni, aggressioni, intimidazioni, trasferimenti forzati sia da parte
del governo che dei maoisti. E continuano anche a essere licenziati o imprigionati
per aver espresso liberamente le loro opinioni”.
Violazione delle leggi. Gli abusi sono compiuti nella totale impunità e in violazione delle stesse leggi
nepalesi e dei trattati internazionali a cui il Paese ha aderito. La Costituzione,
entrata in vigore nel 1990, è basata sulle norme e gli standard internazionali
e prevede la restaurazione delle libertà civili e dei diritti fondamentali con
la fine dello stato d’emergenza. Ma il nuovo Esecutivo ha introdotto la possibilità
di modificare la legislazione attuale in direzioni preoccupanti. Dopo il primo
febbraio membri dell’esercito hanno piantonato le redazioni e controllato le emissioni
parola per parola. La censura è stata quindi applicata in ogni sua forma, diretta
e indiretta.

Radio imbavagliate e campagne isolate. Le restrizioni più gravi sono state applicate alle radio nepalesi che in Asia
meridionale erano state tra le prime a comparire. Tutte le emittenti radiofoniche
d’informazione hanno dovuto interrompere le attività con conseguenze economiche
e sociali devastanti: perdite economiche, disoccupazione per un gran numero di
giornalisti, mancanza di accesso a un’informazione libera per gran parte della
popolazione.
La situazione più critica è fuori dalla valle della capitale Kathmandu, nelle
campagne, dove si consumano gli scontri tra soldati e guerriglieri e gli operatori
dei media sono più esposti a maltrattamenti e rischi per la loro incolumità. Capita
spesso che i giornalisti locali debbano modificare gli articoli o non possano
pubblicarli per le pressioni ricevute da entrambe le parti in conflitto. Senza
contare l’azione intimidatoria dei cosiddetti “gruppi di vigilanza”: nuove milizie
popolari assoldate dal governo tra gli abitanti dei villaggi e indottrinate per
fare la guardia a chi si oppone al regime o simpatizza coi ribelli. Intanto negli
ultimi sei anni decine di giornalisti sono stati uccisi e minacciati di morte.
Mentre fra l’aprile 2004 e l’aprile 2005 almeno 51 sono stati arrestati e torturati
in carcere.