Un rapporto australiano denuncia la silenziosa e progressiva eliminazione degli indigeni in Papua Ovest
scritto per noi da
Gianluca Ursini
Ricordiamoci di Yustinus Murib. Giustiziato nella giungla attorno il suo villaggio,
Kiyawage, il 5 novembre 2003, con una decina di suoi compagni del movimento ‘Omp’
(Organizzazione per la Papuasia autonoma) dalle truppe speciali ‘Kopassus’ mandate
da Giacarta per reprimere con ferocia i movimenti indipendentisti. O ricordiamoci
di semplici studenti come Jonny Karunggu, un ragazzo 18enne ucciso dalla polizia mentre
era sotto arresto, dopo una incursione nei dormitori universitari in cui dormiva;
uno studente di economia all’università di Jayapura, non un guerrigliero delle
foreste come Murib. Ricordiamoci anche di gente semplice come Darid Ramar, morto
a 45 anni, anche lui in una caserma di polizia indonesiana, per aver manifestato
nel novembre 2002 a Manokwari, la seconda città della provincia di Jiryan Java
(dizione ufficiale per Papua ovest); Ramar e i suoi compagni chiedevano soltanto
il diritto a vedere sventolare la propria bandiera, la ‘Stella del mattino’ bianca
in campo blu, con striscie blu e bianche. Diritto proibito 42 anni or sono dal
presidente indonesiano Suharto, così come venne vietato ai papuani di cantare
il loro inno, non appena questa disgraziata provincia, metà occidentale dell'isola
di Papua, venne inglobata nella federazione di Giacarta nel 1962, un anno dopo
aver ottenuto l’indipendenza dal dominio olandese. Le Nazioni Unite avallarono
una concessione gradita agli Stati Uniti, che avevano allora nel regime indonesiano
un alleato fondamentale nella lotta alla diffusione del marxismo nel Sud Est asiatico.

Nel 1969, su pressione Onu, venne indetto un referendum per decidere tra indipendenza
o integrazione nella nazione a maggioranza musulmana più popolosa al mondo, 220
milioni di abitanti, di cui 170 musulmani. Su 816mila residenti censiti, venne
concesso il diritto di voto a 1026; il referendum venne definito ‘Atto di Libera
scelta’. Al momento i nativi papuani, divisi tra 250 tribù, per altrettante lingue,
formano uno degli ecosistemi a maggiore diversità antropologica sul pianeta, chissà
per quanto ancora; abitano un'isola ricca di risorse, dal legno delle foreste
ai gas naturali, che fanno gola a molte corporation. Lecompagnie 'Rio Tinto',
britannica, e 'Freeport McMoRan', statunitense, hanno la concessione per la 'Grasberg',
la più grande miniera di rame ed oro sul pianeta. La varietà di legno che viene
tagliata sull'isola, il
merbau, è molto apprezzata per l'arredamento in Cina, dove viene pagata anche 210 dollari
al metro cubo; ai papuani viene pagato 10 dollari al metro cubo dalle società
malesi, coreane e cinesi che lo tagliano. La ong ambientalista locale '
Telapak' ha pubblicato lo scorso febbraio un rapporto in cui dimostrava l'esistenza
di diverse zone in cui il taglio viene praticato illegalmente. Sette funzionari
governativi hanno testimoniato sull'esistenza di un traffico di contrabbando,
coperto dai militari indonesiani, per l'esportazione del legname tagliato illecitamente
. Ma i benefici di queste risorse andranno ai nativi solo finchè saranno loro
la maggioranza sull’isola. Giacarta ha spinto per una politica di libera immigrazione,
e mentre la popolazione dall’annessione indonesiana è triplicata a due milioni
200mila persone, sono almeno 800mila gli emigrati dalla altre isole, di religione
musulmana, in una provincia che dal 1855 vede convivere cristianesimo e animismo.
Apartheid da arcipelago. Diversi gruppi di difesa dei diritti umani sostengono che in Papua è in corso
da decenni una sorte di strisciante genocidio, o come minimo “qualcosa di molto
simile all’apartheid sudafricano”, come sostiene un rapporto pubblicato la scorsa
settimana dal ‘Centro per la Pace e la risoluzione dei conflitti’ dell’Università
di Sydney in Australia. Il Centro monitora le situazioni di grave tensione nell’area
del Pacifico, e poche volte ha dovuto lanciare un appello accorato come nel caso
degli indigeni papuani. Le voci dei movimenti indipendentisti sulle discriminazioni
a favore degli immigrati musulmani giavanesi o del Sulawesi sono state documentate nel
dettaglio; a partire dalle limitazioni al movimento, con l’obbligo per gli indigeni di
ottenere un ‘
surat jalan’, permesso di viaggio, per tornare ai villaggi della propria famiglia. Da più
parti si denunciano la facilità con cui viene concesso lavoro nel terziario e
nel commercio agli immigrati giavanesi, mentre gli aborigeni devono attendere
anni per ottenere occupazione nelle grandi città. “Non esistono leggi federali
che proteggano i diritti della gente di Papua, niente che assicuri il nostro futuro
– si sfoga il parlamentare autonomista Simon Morin – agli emigrati arrivati sull’isola
negli anni ’70 è stata assegnata la terra migliore, mentre gli indigeni dovevano
ritirarsi ancora più in alto nelle montagne. Lo stesso è avvenuto con il lavoro:
operai specializzati venivano inviati da altre province, ottenendo le mansioni
più ambite. Per i papuani non c'è nessuna istruzione specializzata per migliorare
il proprio lavoro. Adesso esiste una proposta di legge per limitare l’immigrazione
e lasciare che i papuani si conquistino i loro lavori”.
Hiv, strumento genocida. Un altro nemico sta decimando la popolazione autoctona: l’Hiv si sta diffondendo
nella regione a ritmi da Paese subsahariano, con quote di infettati seconde solo
alla capitale Giacarta; 818 casi diagnosticati nel 2002, di cui 293 di
Aids conclamata, ma già alla fine dell’anno passato il numero era passato a 1.749,
di cui 592 nella città di Timika e 657 in quella di Merauke. Lì vicino, nelle
cittadine di Atsy e Assue, si sta organizzando una vera industria del ‘
Gaharu’ (prostituzione) con arrivo massiccio di prostitute dalle province centrali.
La gran parte di loro sono sieropositive, e la scarsa propensione all’uso del
preservativo sta diffondendo così l’Hiv a livelli record, sostiene il rapporto
australiano ‘
Genocidio in Papua Ovest?’. Le associazioni patriottiche sostengono che siano i militari a gestire il
traffico
Gaharu, insinuando che si stiano deliberatamente facendo arrivare 'lucciole' sieropositive
per diffondere il virus tra i locali.
Uccisi senza spiegazioni. Ma le colpe maggiori vengono attribuite alle truppe governative speciali, i
Kopassus, accusati di provocare le tribù locali per causare scontri con l’esercito.
Il ripresentarsi periodico di scontri induce Giacarta ad aumentare la presenza
miltiare sull’isola, sulla quale vige dall’annessione la Legge Marziale: arresti
e fermi vengono effettuati senza bisogno di giustificazioni. Come conseguenza,
dal prossimo settembre altre 15mila truppe dei reparti ‘
Kostrad’verranno inviate a Papua, già la più militarizzata delle isole indonesiane.
I
Kopassus hanno intrapreso aperte campagne militari nell’area di Kiyawage nel 2003 e nella
regione di Puncak Jaya nel 2004; quest'anno stanno operando a Tolikara, vicino
il confine. Nel maggio scorso la chiesa Battista di Papua ha pubblicato un rapporto
che ha accertato ripetute violazioni; il 17 agosto 2004 le truppe speciali hanno
messo a soqquadro il villaggio di Monia nel Tinginnambut; il 17 settembre hanno
ucciso il reverendo Elisa Tabuni, di 40 anni, trovato ucciso in chiesa con i polsi
ammanettati in posizione di preghiera. Nella stessa postura è stato trovato il
figlio Weties, scappato ai
Kopassus dopo aver assistito all’esecuzione del padre. Il 7 ottobre è stato fermato per
strada e ucciso un insegnate, Kius Wenda, mentre il 13 ottobre a cadere a un posto
di blocco sono stati sei civili ignoti. In quella settimana i Kopassus hanno bruciato
sei scuole nei villaggi di Wonaluk, Yarumungun, Donodo, Yamo, Pagarugom e Ambitmbit.

Nello stesso periodo i miliziani hanno anche bruciato le abitazioni di 371 famiglie
indigene. A fine 2004 si contavano 6.393 papuani rifugiati nella giungle per sfuggire
alle forze speciali. A Monia, diverse abitanti del villaggio, in cui vigeva un
coprifuoco, hanno denunciato lo stupro da parte dei militari. Nel febbraio scorso
sono stati distrutti i villaggi di Panaga, Bolobor e Wunin, con le capanne date
alle fiamme. Difficile credere che stiano aiutando gli indigeni. “Per me c’è poco
da dire: sono forze di occupazione. E prima se ne vanno dal mio Paese, meglio
sarà”, è il commento stringato di Tom Beanal, leader del movimento indipendentista
‘
Dewan Awat’. Il Presidente federale Susilo Bambamg Yodoyhono era andato al potere quasi
due anni fa promettendo maggiore autonomia, ma sembra difficile che a riportare
i proventi delle risorse locali alle popolazioni autoctone siano le canne dei
fucili.