
I danni ambientali provocati dalla mancata eliminazione delle scorie tossiche
da parte delle industrie sono un problema che si sta affacciando in Cina con sempre
maggiore gravità. Sabato scorso un centinaio di abitanti della città di Meishan,
nella provincia orientale della Zhejiang, ha manifestato in piazza per chiedere
la chiusura della ''Tian Neng Battery Factory'', accusata di gettare i suoi rifiuti
tossici nel fiume cittadino da cui proviene tutta l'acqua potabile della zona.
Le proteste sono state soffocate con la forza dalla polizia, che ha provocato
dai 60 ai 70 feriti tra i manifestanti e ha poi effettuato delle spedizioni punitive
colpendo indiscriminatamente chiunque si trovasse a passare per strada. Secondo
gli abitanti di Meishan un gran numero di bambini ha assorbito massicce quantità
di piombo a causa della vicina fabbrica, ma le autorità cinesi addette alla sicurezza
per il momento mirano più a spegnere i focolai di protesta piuttosto che occuparsi
della salute dei loro cittadini.
La discarica del Tibet. La situazione più grave dal punto di vista ambientale sembra essere quella del
Tibet. Tra impianti nucleari, basi missilistiche e miniere di uranio, l’altipiano
tibetano da almeno trent’anni costituisce il principale terreno di sperimentazione
nucleare della Repubblica Popolare, con il sostanziale silenzio della comunità
internazionale. Il 19 agosto scorso l’associazione
Human Rights in China ha reso noto con un comunicato su internet la vicenda di Sun Xiaodi, 50 anni,
un ex minatore scomparso dopo aver denunciato l’inquinamento causato dal giacimento
di uranio in cui lavorava. La miniera numero 792 è situata nei pressi del distretto
di Thewo, nella Prefettura autonoma di Gannan, a sud ovest della provincia di
Gansu, in quello che è noto come il più grande deposito di uranio del Tibet. Sun
Xiaodi cominciò a riferire al “Dipartimento sul nucleare” cinese del mancato rispetto
delle norme all’interno della miniera a partire dal 1988, ma invece di ottenere
una risposta ufficiale delle autorità fu sottoposto per anni a diverse forme di
ritorsione. La sua casa divenne oggetto di sorveglianza costante e persino le
sue telefonate vennero controllate. Nel 1994 Sun venne licenziato e fu costretto
a vivere con un sussidio di poco superiore a 100 yuan al mese. Anche sua moglie
e sua figlia subirono continui trattamenti discriminatori e vessazioni, fino al
presunto rapimento dell’uomo nell’aprile 2005.
Segreti di stato. Il 28 aprile, Sun stava andando a Pechino per consegnare una petizione contro
i responsabili della miniera numero 792 quando venne intervistato da un giornalista
della Afp, una nota agenzia di stampa francese. Sun sfruttò subito quest’opportunità
per riferire al mondo i motivi della sua battaglia. Parlò delle gravi carenze
in termini di sicurezza della miniera di uranio numero 792. Parlò del materiale
radioattivo che veniva ogni giorno scaricato abusivamente nelle acque del distretto
di Thewo. Parlò della raccolta firme che lui stesso aveva tenacemente portato
avanti per 16 anni, dal 1989, nell’interesse delle oltre 2 mila persone che avevano
fatto affidamento su quella miniera per la loro vita. Così quel giorno la piccola
voce di Sun Xiadi divenne la voce di tutti loro. Dopo l’intervista, Sun si diresse
verso l’ufficio governativo che si occupa della gestione delle petizioni, ma non
lo raggiunse mai. Arrivato nei pressi del parco Taoranting, alcuni uomini in abiti
civili lo infilarono a forza in un’autovettura e lo portarono via. Molta gente
era presente durante l’accaduto così la voce circolò in fretta nell’ufficio delle
petizioni, ma le ragioni del presunto sequestro non furono mai chiarite. Il giorno
dopo, a Pechino, alcuni poliziotti in borghese si introdussero nella casa di un
amico di Sun e lo condussero all’ufficio del Dipartimento Statale per la Sicurezza,
ripetendogli insistentemente che Sun era un “criminale ricercato” e che aveva
commesso “un reato molto grave legato a segreti di stato”. Il 20 giugno la stessa
persona, amica di Sun, fu richiamata al Dipartimento, dove gli venne detto che
Sun era stato preso e riportato a Gansu. Queste sono le uniche informazioni concesse
ad amici e famigliari di Sun sul suo arresto, da aprile ad oggi.
La libertà delle scorie. Per quanto piccola, la voce di Sun diceva verità scomode. Non stupisce che la
si volesse spegnere. L’inquinamento dovuto alle scorie nucleari non è un problema
della sola provincia di Gansu, ma interessa tutto il Tibet e rischia di ripercuotersi
su tutta l’Asia del sud e del sud-est. Il Tibet è infatti la principale risorsa
idrica di paesi come il Pakistan, l’India, il Bangladesh, la Birmania, la Tailandia,
la Cambogia, il Laos, il Buthan, il Vietnam e la stessa Cina. La quale, senza
ritegno, continua a spargere le proprie scorie nucleari nelle acque del pacifico
altipiano tibetano. Nella miniera di Thewo l’acqua velenosa viene tuttora raccolta
in una struttura di pietra a 40 metri di altezza prima di essere rilasciata nel
fiume locale da cui attingono sia gli animali sia le persone, tenute scrupolosamente
all’oscuro dei rischi. Ma i rischi sono presenti e ben visibili: il tasso di mortalità
del bestiame a Thewo è insolitamente alto. La flora e la fauna locale hanno subito
un drastico ridimensionamento rispetto a prima degli anni ’80, quando l’impianto
non c’era ancora. I residenti vicini all’impianto soffrono di un’alta incidenza
di leucemie, morti infantili, aborti spontanei e malformazioni. Secondo il personale
medico locale quasi metà dei decessi nella zona sono dovuti a forme cancerogene,
ma le casistiche dei pazienti vengono di solito alterate in nome della “sicurezza
dello stato”. Evidentemente, la libertà di scaricare le scorie nel Gatsu ha un
peso ben più alto dei diritti dei suoi abitanti. I quali, tuttavia, non smettono
di fare sentire la propria voce. La figlia di Sun, alla quale le autorità pechinesi
hanno sempre risposto di non sapere dove si trovasse suo padre, ha recentemente
lanciato un appello affinché la verità venga a galla e suo padre venga liberato
al più presto. “Mio padre è la persona su cui mia madre ed io poniamo tutte le
nostre speranze”, scrive Sun Haiyan, in una lettera diffusa da Human Rights in
China. “Mi appello urgentemente ai responsabili affinché liberino incondizionatamente
mio padre, e condanno le loro attività terroristiche. Ridatemi mio padre. Ridategli
la sua libertà.”