22/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Sun Xiaodi denuncia la contaminazione in una miniera di uranio. Il giorno dopo scompare
Scritto per noi da
Davide Scagni 
 
 
Miniera di uranio in CinaI danni ambientali provocati dalla mancata eliminazione delle scorie tossiche da parte delle industrie sono un problema che si sta affacciando in Cina con sempre maggiore gravità. Sabato scorso un centinaio di abitanti della città di Meishan, nella provincia orientale della Zhejiang, ha manifestato in piazza per chiedere la chiusura della ''Tian Neng Battery Factory'', accusata di gettare i suoi rifiuti tossici nel fiume cittadino da cui proviene tutta l'acqua potabile della zona. Le proteste sono state soffocate con la forza dalla polizia, che ha provocato dai 60 ai 70 feriti tra i manifestanti e ha poi effettuato delle spedizioni punitive colpendo indiscriminatamente chiunque si trovasse a passare per strada. Secondo gli abitanti di Meishan un gran numero di bambini ha assorbito massicce quantità di piombo a causa della vicina fabbrica, ma le autorità cinesi addette alla sicurezza per il momento mirano più a spegnere i focolai di protesta piuttosto che occuparsi della salute dei loro cittadini.

La protesta soffocata nel sangueLa discarica del Tibet. La situazione più grave dal punto di vista ambientale sembra essere quella del Tibet. Tra impianti nucleari, basi missilistiche e miniere di uranio, l’altipiano tibetano da almeno trent’anni costituisce il principale terreno di sperimentazione nucleare della Repubblica Popolare, con il sostanziale silenzio della comunità internazionale. Il 19 agosto scorso l’associazione Human Rights in China ha reso noto con un comunicato su internet la vicenda di Sun Xiaodi, 50 anni, un ex minatore scomparso dopo aver denunciato l’inquinamento causato dal giacimento di uranio in cui lavorava. La miniera numero 792 è situata nei pressi del distretto di Thewo, nella Prefettura autonoma di Gannan, a sud ovest della provincia di Gansu, in quello che è noto come il più grande deposito di uranio del Tibet. Sun Xiaodi cominciò a riferire al “Dipartimento sul nucleare” cinese del mancato rispetto delle norme all’interno della miniera a partire dal 1988, ma invece di ottenere una risposta ufficiale delle autorità fu sottoposto per anni a diverse forme di ritorsione. La sua casa divenne oggetto di sorveglianza costante e persino le sue telefonate vennero controllate. Nel 1994 Sun venne licenziato e fu costretto a vivere con un sussidio di poco superiore a 100 yuan al mese. Anche sua moglie e sua figlia subirono continui trattamenti discriminatori e vessazioni, fino al presunto rapimento dell’uomo nell’aprile 2005.

Un minatore cineseSegreti di stato. Il 28 aprile, Sun stava andando a Pechino per consegnare una petizione contro i responsabili della miniera numero 792 quando venne intervistato da un giornalista della Afp, una nota agenzia di stampa francese. Sun sfruttò subito quest’opportunità per riferire al mondo i motivi della sua battaglia. Parlò delle gravi carenze in termini di sicurezza della miniera di uranio numero 792. Parlò del materiale radioattivo che veniva ogni giorno scaricato abusivamente nelle acque del distretto di Thewo. Parlò della raccolta firme che lui stesso aveva tenacemente portato avanti per 16 anni, dal 1989, nell’interesse delle oltre 2 mila persone che avevano fatto affidamento su quella miniera per la loro vita. Così quel giorno la piccola voce di Sun Xiadi divenne la voce di tutti loro. Dopo l’intervista, Sun si diresse verso l’ufficio governativo che si occupa della gestione delle petizioni, ma non lo raggiunse mai. Arrivato nei pressi del parco Taoranting, alcuni uomini in abiti civili lo infilarono a forza in un’autovettura e lo portarono via. Molta gente era presente durante l’accaduto così la voce circolò in fretta nell’ufficio delle petizioni, ma le ragioni del presunto sequestro non furono mai chiarite. Il giorno dopo, a Pechino, alcuni poliziotti in borghese si introdussero nella casa di un amico di Sun e lo condussero all’ufficio del Dipartimento Statale per la Sicurezza, ripetendogli insistentemente che Sun era un “criminale ricercato” e che aveva commesso “un reato molto grave legato a segreti di stato”. Il 20 giugno la stessa persona, amica di Sun, fu richiamata al Dipartimento, dove gli venne detto che Sun era stato preso e riportato a Gansu. Queste sono le uniche informazioni concesse ad amici e famigliari di Sun sul suo arresto, da aprile ad oggi.

La polizia reprime i manifestantiLa libertà delle scorie. Per quanto piccola, la voce di Sun diceva verità scomode. Non stupisce che la si volesse spegnere. L’inquinamento dovuto alle scorie nucleari non è un problema della sola provincia di Gansu, ma interessa tutto il Tibet e rischia di ripercuotersi su tutta l’Asia del sud e del sud-est. Il Tibet è infatti la principale risorsa idrica di paesi come il Pakistan, l’India, il Bangladesh, la Birmania, la Tailandia, la Cambogia, il Laos, il Buthan, il Vietnam e la stessa Cina. La quale,  senza ritegno, continua a spargere le proprie scorie nucleari nelle acque del pacifico altipiano tibetano. Nella miniera di Thewo l’acqua velenosa viene tuttora raccolta in una struttura di pietra a 40 metri di altezza prima di essere rilasciata nel fiume locale da cui attingono sia gli animali sia le persone, tenute scrupolosamente all’oscuro dei rischi. Ma i rischi sono presenti e ben visibili: il tasso di mortalità del bestiame a Thewo è insolitamente alto. La flora e la fauna locale hanno subito un drastico ridimensionamento rispetto a prima degli anni ’80, quando l’impianto non c’era ancora. I residenti vicini all’impianto soffrono di un’alta incidenza di leucemie, morti infantili, aborti spontanei e malformazioni. Secondo il personale medico locale quasi metà dei decessi nella zona sono dovuti a forme cancerogene, ma le casistiche dei pazienti vengono di solito alterate in nome della “sicurezza dello stato”. Evidentemente, la libertà di scaricare le scorie nel Gatsu ha un peso ben più alto dei diritti dei suoi abitanti. I quali, tuttavia, non smettono di fare sentire la propria voce. La figlia di Sun, alla quale le autorità pechinesi hanno sempre risposto di non sapere dove si trovasse suo padre, ha recentemente lanciato un appello affinché la verità venga a galla e suo padre venga liberato al più presto. “Mio padre è la persona su cui mia madre ed io poniamo tutte le nostre speranze”, scrive Sun Haiyan, in una lettera diffusa da Human Rights in China. “Mi appello urgentemente ai responsabili affinché liberino incondizionatamente mio padre, e condanno le loro attività terroristiche. Ridatemi mio padre. Ridategli la sua libertà.”
Categoria: Diritti, Risorse, Salute
Luogo: Cina