"Se dobbiamo chiamare le cose con
il loro nome, allora la questione curda non riguarda solo una parte
del paese ma tutta la nazione. İn quanto Primo Ministro é
prima di tutto un mio problema".
Questo e' stato il
passaggio piu significativo del discorso che il Primo Ministro
Erdogan ha tenuto a Diyarbakir lo scorso venerdi in occasione di una
cerimonia per la consegna di un lotto di case popolari. Parole nette
e coraggiose con le quali Erdogan ha abbandonato la prudenza del
passato per riconoscere apertamente l'esistenza di un problema curdo.
La visita di venerdì scorso, in passato rimandata due
volte, con il crescere della violenza delle ultime settimane aveva
assunto un significato molto particolare. Ad aumentare le aspettative
aveva poi contribuito la decisione del Primo Ministro di incontrare,
mercoledi 11 agosto ad Ankara, una rappresentanza del gruppo di
intellettuali che lo scorso 15 giugno aveva lanciato un appello per
la cessazioni delle azioni militari. Nell'incontro durato più
di tre ore Erdogan aveva ascoltato con molta attenzione le richieste
che insistevano fondamentalmente su tre punti: la necessità di
non fare marcia indietro nel processo di democratizzazione, il
bisogno di un articolato piano di intervento socio-economico per il
Sud-Est del paese e l'urgenza di un gesto simbolico da parte del
potere politico di riconoscimento e riconcialiazione con la
popolazione curda. L'incontro di Ankara aveva avuto come primo
effetto quello di abbassare la tensione a Diyarbakir, facendo
rientrare i propositi di contestazione. Anche il PKK aveva ordinato
ai suoi militanti di astenersi da ogni inziativa.

Nel suo
discorso, tenutosi tra imponenti misure di sicurezza e dominato da un
caldo torrido, Erdogan dopo aver "chiamato le cose con il loro
nome" ha ammesso poi gli errori commessi dallo stato in passato
ed ha sottolineato la necessità di riconoscere e di fare i
conti con questi errori. Erdogan ha ricordato la disponibilità
a ascoltare tutti, a lavorare per rimediare alla discriminazione di
cui è stata vittima la regione, all'interno della cornice
rappresentata dalla repubblica e dalla bandiera nazionale ed a
condizione che non si faccia ricorso alla violenza. İl Primo
Ministro ha poi sottolineato come "non permetteremo che si
facciamo passi indietro sul tema della democratizzazione del paese".
İnfine un appello alle madri di Diyarbakir alle quali, dopo aver
illustrato gli sforzi del suo governo in tema di investimenti nella
sanità e nell'istruzione nel Sud Est, ha chiesto di non
permettere che i loro figli " cadano nella tentazione della
violenza".
Niente più dell'emozione che si poteva
cogliere nella voce del sindaco Baydemir (DEHAP, Partito Democratico
del Popolo) impegnato a rispondere alle domande dei giornalisti al
termine del discorso di Erdogan, poteva meglio testimoniare quanto
queste parole fossero attese a Diyarbakir. İn un'intervista concessa
l'indomani al quotidiano Milliyet Baydemir ha poi dichiarato che le
parole di Erdogan "hanno aumentato le mie speranze" ed ha
definito molto positivo l'appello al dialogo e soprattutto il
riconoscimento dell'esistenza della questione curda. Consapevole del
rischi assunti da Erdogan, Baydemir gli ha dato la sua disponibilità
ad appoggiare inziative mirate ad arrestare la spirale di violenza
evidenziando come dopo il passo compiuto dal Primo Ministro sia
necessario che anche il PKK faccia lo stesso "Le azioni armate
si devono interrompere".
Non solo soddisfazione e
disponibilità nelle reazioni di Baydemir ma anche una certa
dose di prudenza e preoccupazione " Queste parole avranno un
seguito? İn passato altri politici hanno usato le stesse parole che
però poi non hanno avuto un seguito".
Sulla
stessa lunghezza d'onda, tra soddisfazione e prudenza, gran parte
delle altre reazioni raccolte nel paese. İ principali quotidiani –
"Erdogan ha detto questione curda"(Cumhurriyet), "Questa
volta ha detto questione curda" (Milliyet), "L'unica
soluzione per la questione curda e' la democrazia"(Sabah) -
intellettuali ed esponenti della società civile hanno
sottolineato l'importanza del riconoscimento dell'esistenza di un
problema curdo, apprezzato ed elogiato le garanzie sulla strada della
democrazia e l'impegno personale di Erdogan.
Nessuno però
ha dimenticato come in passato altri uomini politici avessero fatto
aperture rimaste poi senza seguito: nel 1991 il Presidente della
Repubblica Demirel aveva detto di "riconoscere la realtà
curda". Successivamente il Primo Ministro Mesut Yılmaz aveva
dichiarato che "la strada verso l'Europa passa da Diyarbakir"
ma le cose poi sono andate in modo diverso. E' quello che è
stato ricordato da Mehdi Perincek, rappresentante locale
dell'Associazione dei Diritti Umani (İHD). Lo scrittore Enver Sezgin
ha messo poi l'accento sulle difficoltà che attendono Erdogan
"Erdogan ha dato un messaggio importante ma è necessario
passare alla pratica. Le forze conservatrici all'interno dello Stato
opporranno resistenza. İl governo deve dimostrare la propria
determinazione passando all'azione con un programma dettagliato".
Anche Gencay Gursoy, portavoce della delegazione che ha incontrato il
Primo Ministro ad Ankara, ha ricordato la necessità che si
facciano passi concreti e che le promesse non rimangano solo parole.
Nelle sue dichiarazioni Gursoy ha ribadito anche la necessità
che il PKK deponga le armi senza condizioni.
Con il discorso
di venerdi Erdogan ha mostrato di essere intenzionato a assumersi il
coraggio per quell'azione politica reclamata da piu' parti nelle
ultime settimane. Ora Erdogan si trova in mezzo ad un guado, di
fronte alla possibilita' che "le sue parole passino alla storia
oppure rimangano sulla carta" come ha scritto Murat Yetkin di
Radikal. Per portare a compimento questa traversata storica però
la presenza ed il sostegno di altri compagni di viaggio appaiono
condizioni irrinunciabili.