22/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Abbandonato da tutti, Ould Taya termina la sua parabola politica nell'indifferenza generale
Non gli è bastata neanche la stretta amicizia con Israele e Usa per tornare al potere: Maaouya Ould Taya, il presidente mauritano rovesciato con un colpo di stato lo scorso 3 agosto, vive il proprio esilio dimenticato dalla comunità internazionale e dal suo popolo, che in 21 anni di regime ha esaurito tutto il credito politico concesso all’ormai deposto presidente. Storia di un tirannicidio incruento che per la Mauritania potrà avere solo risvolti positivi.
 
L'ex-presidente mauritano Ould TayaUn golpe annunciato. Salito al potere nel dicembre del 1984 proprio grazie a un colpo di stato, negli ultimi anni Ould Taya è sopravvissuto a ben tre tentativi di golpe orchestrati dalle Forze Armate con il sostegno di buona parte dell’opposizione politica. Ma nulla ha potuto il presidente, né tantomeno i suoi consiglieri per la sicurezza israeliani, di fronte all’ennesimo progetto per scalzarlo dal potere organizzato dai suoi fedelissimi, tra i pochi rimastigli vicini dopo il sanguinoso tentativo di golpe dell’estate 2003. Isolatosi progressivamente dal suo entourage e senza ormai alcun sostegno da parte della società mauritana, Taya è stato rovesciato nel modo meno cruento possibile, durante un viaggio all’estero per assistere ai funerali del defunto re saudita Fahd.
 
Un uomo solo al potere. I 21 anni di potere indiscusso e di pugno di ferro nei confronti dell’opposizione hanno lasciato il segno. Famoso per la sua strenua opposizione agli islamici e per le sue disinvolte piroette diplomatiche, Taya ha pagato a caro prezzo la sua amicizia con gli Usa cominciata con la prima Guerra del Golfo e il riconoscimento diplomatico di Israele, avvenuto nel 1999, che ha causato non pochi problemi nei rapporti tra la Mauritania e gli altri paesi del Maghreb. Non è un caso che nessuno dei paesi vicini abbia speso una parola in favore di Taya e che la Lega Araba abbia mantenuto un prudente silenzio.
 
Ould Taya con il presidente francese ChiracIl voltafaccia Usa. Ma ben più grave del silenzio degli alleati arabi si è rivelato il voltafaccia di Usa e Israele, sui quali Taya aveva tanto investito. Lungi dall’essere riconoscenti all’ex-tiranno di Nouachkott, Washington e Tel Aviv hanno immediatamente instaurato buoni rapporti con la nuova giunta militare che dovrebbe traghettare il paese verso le elezioni presidenziali del 2006. E’ bastato promettere che la politica estera mauritana per quanto riguarda le concessioni petrolifere e il riconoscimento a Israele non cambierà per far felici Bush e Sharon e per guadagnarsi la fiducia di due stati chiave per il futuro del paese.
 
Il dietrofront dell’Unione Africana. L’ultima speranza per Taya di tornare al potere si basava sull’Unione Africana e sulla sua recente politica di “tolleranza zero” nei confronti dei colpi di stato nel continente. Una piaga secondo l’Ua, che macchia in maniera indelebile l’immagine dell’Africa all’estero e che l’organizzazione è determinata a estirpare, come dimostrato nei mesi scorsi con l’affare togolese. Ma suo malgrado Taya ha dovuto constatare che anche l’Ua nelle sue valutazioni usa due pesi e due misure: giunta nei primi giorni di agosto a Nouachkott, una delegazione dell’Ua guidata dal Ministro degli Esteri nigeriano Oluyemi Adeniji non si è potuta esimere da confermare la sospensione della Mauritania fino a quando non si terranno le prossime elezioni. Ma l’Ua ha anche preso atto del “deciso sostegno popolare alla nuova giunta”, segno inequivocabile del poco credito goduto da Taya in patria.
 
Islamici e dissidenti. In effetti nei giorni immediatamente susseguenti al golpe tutti i partiti politici, compreso quello socialista dell’ex-presidente, hanno appoggiato il cambio della guardia al potere, senza contare l’aperto sostegno dato alla nuova giunta dagli islamici (21 dei quali sono immediatamente usciti di prigione) e dai circa 65.000 profughi mauritani fuggiti dal paese in seguito agli scontri tribali del 1989 e che da allora non si fanno remore nel condannare il regime di Taya, per il quale chiedono addirittura l’estradizione e un processo per crimini contro l’umanità.
 
L’esilio dorato. In questo quadro per lui desolante, Taya ha conservato ben pochi amici: il presidente del Niger Mamadou Tandja e quello del Gambia Yahya Jammeh, in passato sostenuti finanziariamente dal regime di Taya. Legami che permetteranno all’ex signore della Mauritania di condurre un’esistenza tranquilla in un esilio dorato e di riflettere sui numerosi errori politici che gli hanno valso il non invidiabile primato di essere stato il presidente meno amato di tutta l’Africa.
 

Matteo Fagotto

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