Abbandonato da tutti, Ould Taya termina la sua parabola politica nell'indifferenza generale
Non gli è bastata neanche la stretta amicizia con Israele e Usa per
tornare al potere: Maaouya Ould Taya, il presidente mauritano rovesciato con un
colpo di stato lo scorso 3 agosto, vive il proprio esilio dimenticato dalla
comunità internazionale e dal suo popolo, che in 21 anni di regime ha esaurito
tutto il credito politico concesso all’ormai deposto presidente. Storia di un
tirannicidio incruento che per la Mauritania potrà avere solo risvolti
positivi.
Un golpe annunciato. Salito al potere nel dicembre del 1984 proprio
grazie a un colpo di stato, negli ultimi anni Ould Taya è sopravvissuto a ben
tre tentativi di golpe orchestrati dalle Forze Armate con il sostegno di buona
parte dell’opposizione politica. Ma nulla ha potuto il presidente, né tantomeno
i suoi consiglieri per la sicurezza israeliani, di fronte all’ennesimo progetto
per scalzarlo dal potere organizzato dai suoi fedelissimi, tra i pochi
rimastigli vicini dopo il sanguinoso tentativo di golpe dell’estate 2003.
Isolatosi progressivamente dal suo entourage e senza ormai alcun sostegno da
parte della società mauritana, Taya è stato rovesciato nel modo meno cruento
possibile, durante un viaggio all’estero per assistere ai funerali del defunto
re saudita Fahd.
Un uomo solo al potere. I 21 anni di potere indiscusso e di pugno
di ferro nei confronti dell’opposizione hanno lasciato il segno. Famoso per la
sua strenua opposizione agli islamici e per le sue disinvolte piroette
diplomatiche, Taya ha pagato a caro prezzo la sua amicizia con gli Usa
cominciata con la prima Guerra del Golfo e il riconoscimento diplomatico di
Israele, avvenuto nel 1999, che ha causato non pochi problemi nei rapporti tra
la Mauritania e gli altri paesi del Maghreb. Non è un caso che nessuno dei
paesi vicini abbia speso una parola in favore di Taya e che la Lega Araba abbia
mantenuto un prudente silenzio.
Il voltafaccia Usa. Ma ben più grave del silenzio degli alleati
arabi si è rivelato il voltafaccia di Usa e Israele, sui quali Taya aveva tanto
investito. Lungi dall’essere riconoscenti all’ex-tiranno di Nouachkott,
Washington e Tel Aviv hanno immediatamente instaurato buoni rapporti con la
nuova giunta militare che dovrebbe traghettare il paese verso le elezioni
presidenziali del 2006. E’ bastato promettere che la politica estera mauritana
per quanto riguarda le concessioni petrolifere e il riconoscimento a Israele
non cambierà per far felici Bush e Sharon e per guadagnarsi la fiducia di due
stati chiave per il futuro del paese.
Il dietrofront dell’Unione Africana. L’ultima speranza per Taya di
tornare al potere si basava sull’Unione Africana e sulla sua recente politica
di “tolleranza zero” nei confronti dei colpi di stato nel continente. Una piaga
secondo l’Ua, che macchia in maniera indelebile l’immagine dell’Africa
all’estero e che l’organizzazione è determinata a estirpare, come dimostrato
nei mesi scorsi con l’affare togolese. Ma suo malgrado Taya ha dovuto
constatare che anche l’Ua nelle sue valutazioni usa due pesi e due misure:
giunta nei primi giorni di agosto a Nouachkott, una delegazione dell’Ua guidata
dal Ministro degli Esteri nigeriano Oluyemi Adeniji non si è potuta esimere da
confermare la sospensione della Mauritania fino a quando non si terranno le
prossime elezioni. Ma l’Ua ha anche preso atto del “deciso sostegno popolare
alla nuova giunta”, segno inequivocabile del poco credito goduto da Taya in
patria.
Islamici e dissidenti. In effetti nei giorni immediatamente susseguenti
al golpe tutti i partiti politici, compreso quello socialista
dell’ex-presidente, hanno appoggiato il cambio della guardia al potere, senza
contare l’aperto sostegno dato alla nuova giunta dagli islamici (21 dei quali
sono immediatamente usciti di prigione) e dai circa 65.000 profughi mauritani
fuggiti dal paese in seguito agli scontri tribali del 1989 e che da allora non
si fanno remore nel condannare il regime di Taya, per il quale chiedono
addirittura l’estradizione e un processo per crimini contro l’umanità.
L’esilio dorato. In questo quadro per lui desolante, Taya ha
conservato ben pochi amici: il presidente del Niger Mamadou Tandja e quello del
Gambia Yahya Jammeh, in passato sostenuti finanziariamente dal regime di Taya.
Legami che permetteranno all’ex signore della Mauritania di condurre
un’esistenza tranquilla in un esilio dorato e di riflettere sui numerosi errori
politici che gli hanno valso il non invidiabile primato di essere stato il
presidente meno amato di tutta l’Africa.