19/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il ritiro da Gaza. Viaggio nelle divisioni della società israeliana

  Abbraccio tra un colonnello e un colono a Morag
Disimpegno e Road Map. “Il lavoro dei media deve essere quello di preparare per il giorno dopo -sostiene Amnon Dankner, giornalista di Maariv- il disimpegno non sarà la fine della storia, non cancella gli imperativi alla responsabilità nazionale, all’amore verso l’unità di Israele.” “Il processo con cui il disimpegno è stato deciso –concede Dankner- non è stato perfettamete democratico, ma questo non significa che i risultati siano nulli o privi di valore”.
 
Per quanto il disimpegno sia stato una scelta unilaterale, i suoi esiti futuri dipenderanno, oltre che dalla società israeliana tutta, anche dai palestinesi e dalle potenze mondiali. “Ogni volta che i palestinesi si lamentano per l’ampliamento dell’occupazione israeliana in Cisgiordania –dichiara Ghassan Khatib, ministro per la pianificazione dell’A.P.- si sentono rispondere che l’argomento verrà affrontato dopo il ritiro da Gaza. La posizione della comunità internazionale -rappresentata dai membri del quartetto- sul disimpegno, si basa sull’assunzione che tale piano segni l’inizio della realizzazine del piano di pace noto come Road Map. Il piano di ritiro ha guadagnato sostegno internazionale grazie proprio a questo tipo di ottimismo, ma i segnali che giungono da Israele sono di segno opposto. Nei mesi precedenti Sharon è stato acuto nell’assicurare agli israeliani che il ritiro da Gaza non sarà seguito da altri in Cisgiordania.”
“La combinazione dell’accellerato programma di colonizzazione e la conslusione del muro di separazione –conclude Khatib- produrranno quello che si è già iniziato a chiamare lo stato murato palestnese. In quello stato, compreso nel muro e nei confini della Striscia di Gaza, Israele confinerà la grande maggioranza dei palestinesi, mentre il resto della Cisgiordania, circa la metà, servirà ad accomodare l’espansione delle colonie”.
 
Produzione delle bandiere di Hamas Altrettanto pessimista, ma in senso contrario, è stato Moshe Arens, ex ambasciatore di Israele negli Usa, secondo cui un disimpegno è una cosa negativa “prima di tutto perché incoraggerà il terrorismo. I palestinesi non nasconodono la loro gioia e la convinzione che sia un risultato diretto del loro uso del terrore”. Anche per Yossi Alpher, ex direttore del Centro per Studi Strategici di Jaffa “Qualsiasi cosa accada dopo, un processo di pace non è probabile.” Ci sono numerose variabili: ”Non si sa se Abu Mazen riuscirà a mantenere il ruolo dell’A.P. a Gaza, se ci sarà il caos o un governo di Hamas. Non sappiamo se i palestinesi continueranno a sparare i razzi Qassam nè come arriverà Hamas alle elezioni legislative del gennaio 2006. Dal lato israeliano non sappiamo se Sharon riuscirà a mantenersi a capo del Likud ed eventualmente quale tipo di coalizione potrà formare”. “Il successo di questa drammatica e complessa rimozione di ottomila coloni –ammonisce Alpher- ci darà una indicazione di quanto difficile sarà rimuovere almeno cinquantamila coloni dalla Cisgiordania. Il che è il minimo indispensabile per fare spazio a uno stato arabo e palestinese che permetta a Israele di rimanere uno stato ebraico e democratico.”
  Soldati e coloni a Neve Dekalim
Fuori dal coro. Il lato del disimpegno che sembra destinato ad occupare maggiormente  l’attenzione dei media è quello emotivo più che quello politico, come se Israele stesse affrontando uno psicodramma collettivo piuttosto che una delicata manovra politica. Lia, sul suo blog dal Cairo non può fare a meno di notare come “La capacità di Israele di vendere i propri prodotti politici è oggettivamente superiore a quella di qualsiasi altro stato del pianeta.” Lia vuole a ricordare “che circa 7000 individui occupavano illegalmente il 20% di un territorio in cui vivono stipati 1.400.000 persone a cui quel territorio appartiene. Queste 7000 persone, il cui spiacevole identikit meriterebbe un articolo a parte, hanno potuto impunemente svolgere la loro funzione di occupanti [..] incentivate, coperte e finanziate da Israele. Adesso gli si chiede (se non andranno a colonizzare illegalmente altrove) di spostarsi pochi km più a nord, in una delle riserve naturali più belle del Paese. In cambio del sacrificio ogni famiglia riceverà un risarcimento tra i 200 e i 400 mila dollari più sgravi fiscali. Lo spostamento dei 7000 individui non diminuisce di una virgola il controllo militare, economico e politico che Israele mantiene, da potenza occupante, su Gaza e sui suoi abitanti.[..] E mentre si indennizzano i coloni la Knesset ha appena votato un provvedimento che mette Israele al riparo dal risarcire i palestinesi dei Territori Occupati per le morti e le distruzioni di cui è responsabile il suo Esercito.”
 

Naoki Tomasini

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