Il ritiro da Gaza. Viaggio nelle divisioni della società israeliana
L’ultima campagna elettorale, nel 2003, era centrata sul
tema della presenza israeliana a Gaza, con i labouristi a sostenere l’idea del
ritiro e Sharon contrario. Oggi molti ruoli sono rovesciati, Sharon si trova
contro gli stessi coloni che lo consideravano una guida e deve portare sulle
spalle la responsabilità del piano di disimpegno. Il premier ha difeso il suo
progetto e i soldati che lo stanno realizzando dicendo “Sono fiero della nostra
nazione, che ha un esercito e una polizia capaci di condurre la loro missione
con cura e sensibilità. È stata una mia decisione –ha dichiarato rivolto agli
oppositori- dunque insultate me, maleditemi e feritemi”.
Fratture I. Al di
la dei disordini, fino a oggi contenuti, i rischi maggiori paventati da
politici e giornalisti sono le conseguenze che il disimpegno produrrà in seno
alla società israeliana. “La consegueza peggiore del ritiro da Gaza –ha spiegato
Moshe Arens, ex ambasciatore
di Israele negli Usa- sarà una spaccatura interna alla società
israeliana. I coloni e i loro sostenitori non sono una mioranza tascurabile e
sono considerati una parte importante della società. L’IDF è sempre stato un
elemento di coesione, ma ora obbliga i soldati ad affrontare altri cittadini
israeliani.” Il rischio è condiviso anche da Ze’ev Sciff, giornalista di
Haaretz, secondo cui “Nelle scorse settimane è parso chiaro che una parte del
pubblico israeliano, che comprende molti dei coloni e dei loro sostenitori
estremisti, sia sul crinale della ribellione contro lo stato.” Secondo il giornalista,
parte della responsabilità sarebbe dell’esercito israeliano, che come provato
dal rapporto Sasson sulle colonie illegali,
ha perso il controllo di quanto accadeva nei territori. ”Nei fatti –continua il
giornalista- sono stati creati due stati ebraici, e nel secondo tutto accadeva
sotto copertura senza che nessuno dovesse fornire resoconti. Da una parte lo
stato di Israele, dall’altra quello dei coloni, un secondo stato ebraico retto
per lo più dai rabbini estremisti.” Anche Sciff però ammette che l’evacuazione
dei coloni sia un’esperienza traumatica: “Solo ieri quelle persone erano
considerate pionieri ed eroi.”

Fratture II. A una recente conferenza su media e disimpegno,
il giornalista Amos Schocken accusava
le destre di non aver notato la disonestà di Sharon in tutti gli anni in cui ha
costruito le colonie, per svegliarsi solo ora che ha preso la direzione
opposta. “Protestate per i giovani di 14 anni messi in prigione (per essersi
opposti al disimpegno), ma dove eravate quando questo accadeva ai 14enni
arabi?”
La
divisione tra ortodossi e secolari, dopo che il disimpegno sarà terminato,
minaccia di riflettersi anche all’interno degli ambienti più religiosi. Otniel
Schneller, ex segretario generale del
Consiglio delle Comunità Ebraiche, ha sottolineato che il disimpegno sta
mettendo in luce l’esistenza di due linee conflittuali anche all’interno del movimento
religioso: “Il disimpegno ha obbligato la comunità a scegliere tra l’influenza
degli ultra ortodossi, che vedono lo stato come una entità puramente
strumentale, e la visione sionista, per cui l’importanza dello stato sta
nell’essere espressione della sovranità nazionale ebraica.” Anche il rabbino
Yuval Sherlow, ha dichiarato che il movimento dei coloni dovrà
riprendersi da uno chock dopo il fallimento nel mantenere gli insediamenti e ha
previsto che i rabbini “dovranno modificare il contenuto dei loro discorsi e
accettare il fatto che non possono ottenere tutto quello che considerano
giusto.”