19/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il ritiro da Gaza. Viaggio nelle divisioni della società israeliana
  Ufficiale consola una colona a Elei Sinai
L’ultima campagna elettorale, nel 2003, era centrata sul tema della presenza israeliana a Gaza, con i labouristi a sostenere l’idea del ritiro e Sharon contrario. Oggi molti ruoli sono rovesciati, Sharon si trova contro gli stessi coloni che lo consideravano una guida e deve portare sulle spalle la responsabilità del piano di disimpegno. Il premier ha difeso il suo progetto e i soldati che lo stanno realizzando dicendo “Sono fiero della nostra nazione, che ha un esercito e una polizia capaci di condurre la loro missione con cura e sensibilità. È stata una mia decisione –ha dichiarato rivolto agli oppositori- dunque insultate me, maleditemi e feritemi”.
 
Consegna degli ordini di sfratto a Nisanit Fratture I. Al di la dei disordini, fino a oggi contenuti, i rischi maggiori paventati da politici e giornalisti sono le conseguenze che il disimpegno produrrà in seno alla società israeliana. “La consegueza peggiore del ritiro da Gaza –ha spiegato Moshe Arens, ex ambasciatore di Israele negli Usa- sarà una spaccatura interna alla società israeliana. I coloni e i loro sostenitori non sono una mioranza tascurabile e sono considerati una parte importante della società. L’IDF è sempre stato un elemento di coesione, ma ora obbliga i soldati ad affrontare altri cittadini israeliani.” Il rischio è condiviso anche da Ze’ev Sciff, giornalista di Haaretz, secondo cui “Nelle scorse settimane è parso chiaro che una parte del pubblico israeliano, che comprende molti dei coloni e dei loro sostenitori estremisti, sia sul crinale della ribellione contro lo stato.” Secondo il giornalista, parte della responsabilità sarebbe dell’esercito israeliano, che come provato dal rapporto Sasson sulle colonie illegali, ha perso il controllo di quanto accadeva nei territori. ”Nei fatti –continua il giornalista- sono stati creati due stati ebraici, e nel secondo tutto accadeva sotto copertura senza che nessuno dovesse fornire resoconti. Da una parte lo stato di Israele, dall’altra quello dei coloni, un secondo stato ebraico retto per lo più dai rabbini estremisti.” Anche Sciff però ammette che l’evacuazione dei coloni sia un’esperienza traumatica: “Solo ieri quelle persone erano considerate pionieri ed eroi.”
  Barricate a Neve Dekalim
Fratture II. A una recente conferenza su media e disimpegno, il giornalista Amos Schocken accusava le destre di non aver notato la disonestà di Sharon in tutti gli anni in cui ha costruito le colonie, per svegliarsi solo ora che ha preso la direzione opposta. “Protestate per i giovani di 14 anni messi in prigione (per essersi opposti al disimpegno), ma dove eravate quando questo accadeva ai 14enni arabi?”
La divisione tra ortodossi e secolari, dopo che il disimpegno sarà terminato, minaccia di riflettersi anche all’interno degli ambienti più religiosi. Otniel Schneller, ex segretario generale del Consiglio delle Comunità Ebraiche, ha sottolineato che il disimpegno sta mettendo in luce l’esistenza di due linee conflittuali anche all’interno del movimento religioso: “Il disimpegno ha obbligato la comunità a scegliere tra l’influenza degli ultra ortodossi, che vedono lo stato come una entità puramente strumentale, e la visione sionista, per cui l’importanza dello stato sta nell’essere espressione della sovranità nazionale ebraica.” Anche il rabbino Yuval Sherlow, ha dichiarato che il movimento dei coloni dovrà riprendersi da uno chock dopo il fallimento nel mantenere gli insediamenti e ha previsto che i rabbini “dovranno modificare il contenuto dei loro discorsi e accettare il fatto che non possono ottenere tutto quello che considerano giusto.”
Continua... 
 

Naoki Tomasini

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