I crimini del Vietnam in un documentario. Ancora tabù
scritto per noi da
Matteo Colombi

Nell’agosto del 1970 i Vietnam Veterans Against the War (
Vvaw), organizzazione di reduci della guerra in Indocina contrari al militarismo
americano, contattò altre organizzazioni pacifiste, l’ex-berretto verde Mark Lane,
e l’attrice Jane Fonda, con l’obiettivo di organizzare un tribunale popolare sui
crimini di guerra americani in Viet Nam. L’idea era di filmare lo svolgersi di
tale inchiesta e dunque offrire un documento per la nazione intera; coinvolgendo
sia vittime vietnamite che veterani americani. Dopo anni di assenza, il filmato
sta per essere ripubblicato in formato digitale.
Il nome di tale progetto, Winter Soldier, faceva riferimento a un discorso di
Thomas Paine, intellettuale radical-democratico della rivoluzione americana, cruciale
nelle ore buie della rivoluzione, e poi marginalizzato una volta assicurata la
sconfitta britannica. E’ il richiamo a un patriottismo capace di prendere in mano
la bandiera a nome del popolo, quando i soldati del bel tempo, dell’estate, si
dileguano durante le gelide ritirate d’inverno. E’ il richiamo a una nozione anti-autoritaria
del cittadino armato; tale cittadino ha il dovere di disobbedire, di pensare e
agire come uomo libero.

Un
sito conservatore dedicato ai “veterani della guerra in Viet Nam, che servirono
con coraggio ed onore”, rammenta ai lettori che il 31 gennaio 1971 membri dei
Vvaw si incontrarono
per tre giorni per documentare i crimini a cui avevano assistito o preso parte.
Durante quei tre giorni oltre un centinaio di veterani e di civili parlarono,
pieni di pathos, di rimorso, agitati dal ricordo, descrivendo centinaia di atrocità,
tra cui stupri, incendi dolosi, tortura, omicidi e il bombardamento indiscriminato
di interi villagi con il napalm o con altre forme di munizioni, frutto degli ordini
e delle prassi informali pensate come ordinaria amministrazione della guerra.
In aprile, l’allora giovane veterano John Kerry
parlò a nome dei Vvaw dinanzi alla Commissione del Senato sulle Relazioni Estere,
accusando le forze armate degli Usa di essere responsabili di numerosi e ingenti
crimini di guerra in Viet Nam. Il sito conservatore sostiene che l’impatto fu
notevole, provocando shock e repulsione, alterando il corso della guerra stessa
e sporcando il buon nome delle forze armate (classica lamentela della destra,
che continua a considerare la ‘diserzione’ liberale come causa della sconfitta).
Il sito continua attaccando la credibilità dei Vvaw, suggerendo che erano teleguidati
da Hanoi, e che molte delle loro testimonianze sono false. I crimini di guerra,
sostengono gli editori del sito, non furono mai la politica ufficiale delle forze
armate americane.
Il sito riconosce alcuni crimini in sé, ma ancora una volta, quando documentati,
vengono ridotti a fallimenti personali, o di piccole unità. Però usare il napalm
sui villaggi era una politica americana, designare vaste zone rurali del Sud Vietnam
‘free fire zones’ fu una politica decisa agli altissimi livelli (zone a libero
fuoco ove si può e si deve sparare su ogni essere umano che si muove, per sottrarre
il sostegno popolare e convogliare i civili in zone ‘protette’ con la forza ed
il terrore).

Non servono testimonianze dirette per capire dove portino tali politiche, e a
chi siano indirizzate. Del resto i comandi americani non furono restii nel delineare
e nel lasciare ampie testimonianze a riguardo: come a Fallujah, si attacca la
popolazione civile, le infrastrutture civili, la vita quotidiana, per ‘separare’
con le belle o le brutte, i guerriglieri dal loro ‘contesto sociale’. Nella guerra
in Viet Nam, la finanza, l’industria, gli scienziati sociali furono tutti coinvolti
nel taylorismo della morte. Ma l’inchiesta Winter Soldier forse diede e dà fastidio
perché scende dal livello dell’astrazione strategica, dall’empireo delle statistiche,
alle facce umane. A livello delle vittime e dei carnefici riluttanti o entusiasti
e poi schifati di sé stessi e della propria nazione.
Forme di censura e autocensura diffuse, nate dalla reverenza della potenza e
della violenza di stato hanno soppresso la visione del documentario in America.
Secondo la Npr, National Public Radio, nel suo recente
reportage, alcuni sparuti professori hanno utilizzato il video per insegnare il periodo
storico; ma i media televisivi e coloro che determinano cosa circola nella sfera
‘pubblica’ voltarono le spalle dall’inizio. Anche se ormai la guerra era persa,
anche se ormai l’opinione pubblica le si era messa contro. L’edulcorazione deve
permanere;
dulce et decorum est pro patria mori. Visionato a Cannes, e mandato in onda su una tv tedesca, Winter Soldiers finì
per essere un’altra di quelle testimonianze soppresse a livello domestico, con
discreto successo altrove. Oggi ritorna, una eco che rimbalza dal passato eppure
sembra originare nel presente.