Stringere accordi di pace dopo settimane di trattative e ricominciare a spararsi
poche ore dopo essersi stretti la mano.
E’ il frutto dell’ultimo, malriuscito, tentativo di dialogo tra governo sudanese
e ribelli di Slam e Jem per riportare stabilità e sicurezza nella disastrata regione del Darfur, teatro
di una guerra che va avanti da quasi due anni e di un disastro umanitario che
potrebbe durare per molto tempo.
Martedì le parti avevano siglato un protocollo d’intesa nella capitale nigeriana,
il primo dall’inizio delle ostilità nel febbraio del 2003, quando i ribelli insorsero
chiedendo maggior investimenti e interessi da parte del governo nella loro regione
povera e priva di infrastrutture.
L'ennesimo smacco. I primi due tentativi erano andati a vuoto: il primo ad Addis Abeba in estate,
il secondo sempre ad Abuja. Dopo il duplice fallimento, la stretta di mano tra
il rappresentante di Khartoum, Ibrahim Mohammed Ibrahim e i delegati dei due gruppi
ribelli aveva fatto intravedere un barlume di speranza ai delegati dell’Unione
Africana, principali mediatori dei colloqui, con il presidente nigeriano Olosegun
Obasanjo in testa.
“E’ un momento storico, faremo di tutto per concretizzare gli accordi presi”,
aveva dichiarato un aggiante Ibrahim ad Abuja.
Ore dopo, a 1500 chilometri di distanza, nel campo di el Geer, vicino Nyala, in Darfur, il famoso inviato della Bbc, Fergal Keane, riportava la notizia
di un attacco da parte delle autorità sudanesi ad un centro per sfollati. Si tratta
del secondo raid nel giro di una settimana nello stesso campo.
Una dimostrazione che intenzioni e fatti non vanno nella stessa direzione. E
che la strada per una vera pacificazione costerà ancora molto tempo e molti morti.
Finora si calcola siano circa 70mila, vale a dire una media di cento al giorno.
Oltre a un milione e mezzo di sfollati e 150mila profughi rifugiatisi nel vicino
Ciad.
Quasi due anni di guerra. Dietro a forti pressioni internazionali di Nazioni Unite, Unione Africana e delle
organizzazioni non governative che hanno mobilitato i media, il governo sudanese
del presidente Omar al Bashir ha cominciato a dialogare con i ribelli del Dafur.
L’accusa mossa contro il regime di Khartoum, composto per la maggior parte da
un’elite di origine araba, è quella di finanziare le milizie mercenarie della
Janjaweed, vere protagoniste degli orrori – omicidi, stupri, rapimenti, saccheggi – che
da un anno e mezzo hanno gettato lo
scompiglio nella regione. E di cui si sarebbero macchiati anche i ribelli di
Jem e Slam.
Il governo sudanese ha sempre negato di servirsi dei miliziani, ma le innumerevoli
testimonianze e prove raccolte dai giornalisti e dagli operatori umanitari sembrano
dimostrare il contrario.
L’ultima clamorosa prova che mette Khartoum sul banco degli imputati è stata
un’intervista rilasciata dal comandante janjaweed, Musa Hilal, che ha ammesso agli inviati di alcune testate straniere di aver
ricevuto soldi e appoggi logistici dal governo di al-Bashir.
Gli accordi di Abuja potrebbero rappresentare un passo significativo, ma solo
nel momento in cui alle parole seguissero anche dei fatti concreti, come un cessate
il fuoco efficace almeno per qualche settimana o mese. Non va dimenticato che
il Sudan sta uscendo solo ora da una guerra con le regioni meridionali durata
– con alcune interruzioni – ben cinquant’anni. E i recenti avvenimenti che stanno
avendo luogo dall’altra parte del continente africano, in Costa d’Avorio, dimostrano
che anche accordi di pace che durano mesi rischiano di naufragare nel giro di
poche ore.