11/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Durano solo un giorno gli accordi di pace di Abuja per il Darfur
Stringere accordi di pace dopo settimane di trattative e ricominciare a spararsi poche ore dopo essersi stretti la mano.
E’ il frutto dell’ultimo, malriuscito, tentativo di dialogo tra governo sudanese e ribelli di Slam e Jem per riportare stabilità e sicurezza nella disastrata regione del Darfur, teatro di una guerra che va avanti da quasi due anni e di un disastro umanitario che potrebbe durare per molto tempo.
Martedì le parti avevano siglato un protocollo d’intesa nella capitale nigeriana, il primo dall’inizio delle ostilità nel febbraio del 2003, quando i ribelli insorsero chiedendo maggior investimenti e interessi da parte del governo nella loro regione povera e priva di infrastrutture.

L'ennesimo smacco. I primi due tentativi erano andati a vuoto: il primo ad Addis Abeba in estate, il secondo sempre ad Abuja. Dopo il duplice fallimento, la stretta di mano tra il rappresentante di Khartoum, Ibrahim Mohammed Ibrahim e i delegati dei due gruppi ribelli aveva fatto intravedere un barlume di speranza ai delegati dell’Unione Africana, principali mediatori dei colloqui, con il presidente nigeriano Olosegun Obasanjo in testa.
“E’ un momento storico, faremo di tutto per concretizzare gli accordi presi”, aveva dichiarato un aggiante Ibrahim ad Abuja.
Ore dopo, a 1500 chilometri di distanza, nel campo di el Geer, vicino Nyala, in Darfur, il famoso inviato della Bbc, Fergal Keane, riportava la notizia di un attacco da parte delle autorità sudanesi ad un centro per sfollati. Si tratta del secondo raid nel giro di una settimana nello stesso campo.
Una dimostrazione che intenzioni e fatti non vanno nella stessa direzione. E che la strada per una vera pacificazione costerà ancora molto tempo e molti morti. Finora si calcola siano circa 70mila, vale a dire una media di cento al giorno. Oltre a un milione e mezzo di sfollati e 150mila profughi rifugiatisi nel vicino Ciad.

Quasi due anni di guerra. Dietro a forti pressioni internazionali di Nazioni Unite, Unione Africana e delle organizzazioni non governative che hanno mobilitato i media, il governo sudanese del presidente Omar al Bashir ha cominciato a dialogare con i ribelli del Dafur. L’accusa mossa contro il regime di Khartoum, composto per la maggior parte da un’elite di origine araba, è quella di finanziare le milizie mercenarie della Janjaweed, vere protagoniste degli orrori – omicidi, stupri, rapimenti, saccheggi – che da un anno e mezzo hanno gettato lo
scompiglio nella regione. E di cui si sarebbero macchiati anche i ribelli di Jem e Slam.
  
Il governo sudanese ha sempre negato di servirsi dei miliziani, ma le innumerevoli testimonianze e prove raccolte dai giornalisti e dagli operatori umanitari sembrano dimostrare il contrario.
L’ultima clamorosa prova che mette Khartoum sul banco degli imputati è stata un’intervista rilasciata dal comandante janjaweed, Musa Hilal, che ha ammesso agli inviati di alcune testate straniere di aver ricevuto soldi e appoggi logistici dal governo di al-Bashir.
Gli accordi di Abuja potrebbero rappresentare un passo significativo, ma solo nel momento in cui alle parole seguissero anche dei fatti concreti, come un cessate il fuoco efficace almeno per qualche settimana o mese. Non va dimenticato che il Sudan sta uscendo solo ora da una guerra con le regioni meridionali durata – con alcune interruzioni – ben cinquant’anni. E i recenti avvenimenti che stanno avendo luogo dall’altra parte del continente africano, in Costa d’Avorio, dimostrano che anche accordi di pace che durano mesi rischiano di naufragare nel giro di poche ore.

Pablo Trincia

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