23/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



A Beslan i russi costruiscono nuove scuole, ma non raccontano la verità
 scritto per noi
da Gianluca Ursini
 
Tra grande sfarzo, televisioni proputiniane convocate in gran numero, giornalisti compiacenti a presentare la buona novella della settimana, sono state inaugurati mercoledì 17 i due nuovi istituti che a Beslan, repubblica caucasica dell’Ossezia del Nord, dovranno sostituire la scuola ‘Numero 1’, teatro l’anno passato di un’assedio durato tre giorni al termine del quale morirono quasi 400 persone su un migliaio di ostaggi. Un'azione terroristica compiuta da un gruppo che chiedeva la fine del massacro ceceno e in seguito rivendicata dal comandante ceceno Shamil Basaiev.
 
Vladimir Putin, a sx, e Juri Luzkov, a dxAule nuove, menzogne vecchie. Allora i guerriglieri fecero irruzione nella scuola, riempita di ordigni e armi durante i lavori di ristrutturazione estivi, all’inaugurazione dell’anno scolastico, primo giorno di settembre. Quest’anno l’inaugurazione è fissata per il 5 dello stesso mese. Il ministro degli Interni moscovita Rashid Nurgaliev ha dichiarato che le polizie regionali hanno avuto istruzione di ispezionare ogni istituto scolastico, dalle cantine ai tetti, per verificare che non vengano pianificate azioni simili.
Le scuole nuove di zecca, con computer, sistemi di sicurezza, spazi ampi e tutti i confort necessari, hanno una capienza di oltre 600 persone. Le chiavi degli edifici sono state consegnate a una contrita preside della scuola, ancora segnata dal lutto , dal sindaco di Mosca Juri Luzkov, che esibiva un sorriso d’ordinanza mentre prometteva “cinque nuove opere pubbliche nel futuro di Beslan. Abbiamo preso un impegno a migliorare la qualità delle strutture educative, e non mancheremo alla promessa”. Luzkov si è adoperato per trovare le aziende edili moscovite che hanno realizzato in tempi record, solo sette mesi, i nuovi edifici scolastici, raccogliendo alla cerimonia i complimenti del leader Osseto Taimuraz Mamsurov.
La dotazione delle nuove scuole dev’essere davvero all’avanguardia, se hanno attirato le attenzioni di alcuni ladri che hanno derubato il mese scorso materiale elettronico – tv, portatili, stereo -  per circa 400 euro di valore.
 
Putin? Niet, grazie. Ci sono comunque delle presenze istituzionali che risultano non gradite in vista dell’inaugurazione dell’anno scolastico, per il quale è prevista un’altra cerimonia di Stato in pompa magna. La presidentessa del Comitato delle Madri di Beslan, Susanna Dudijeva, ha già fatto sapere che il presidente russo Vladimir Putin è meglio che non si faccia vedere, dopo tutte le speranze frustrate di avere maggiore chiarezza su come sia andata davvero quel maledetto pomeriggio in cui le truppe di Mosca scatenarono il blitz causando negli scontri con i ribelli oltre 300 morti da ‘fuoco amico’.
“Non vogliamo vedere alla riapertura della scuola chi avrebbe dovuto, per suo compito istituzionale, salvare le vite dei nostri bambini, e ha fallito per incompetenza o irresponsabilità”, ha detto la combattiva attivista ai microfoni della radio Ekho Movski. “Avremmo voluto magari incontrare Putin in qualche altro luogo, e prima – ha chiarito nel corso dell’intervista – avremmo così tante cose delle quali parlare e  dubbi da chiarire. Ma gli abbiamo chiesto udienza parecchie volte, e non abbiamo mai ricevuto risposte. Adesso nessuno smania per vederlo a Beslan”.
Nella lista nera della Dudaieva, tra coloro che “sono venuti meno al loro dovere” figurano anche l’ex presidente osseto Aleksandr Dzasokov, il presidente Inguscio Murat Ziazikov (l’Inguscezia confina con l’Ossezia), l’ex ministro degli Interni russo Vladimir Rushailo.
 
I lanciagrante esplosive usati dagli spetsnazAncora molte domande senza risposta. Le Madri di Beslan hanno già posto parecchie domande scomode alle autorità federali russe sui criteri in base ai quali si è deciso di irrompere nella scuola di Beslan. Una strategia che aveva già causato molte morti tra gli ostaggi del teatro ‘Dubrovka’ di Mosca nel dicembre 2002.
Sono state raccolte prove, pubblicate dalla stampa russa indipendente, sull’utilizzo di almeno tre lanciafiamme di un tipo proibito dalle Convenzioni di Ginevra sugli atti di guerra, per la loro potenzialità distruttiva, i cosiddetti ‘bumblebee’. I giornalisti che hanno assistito all’irruzione degli spetznaz, ma anche gli stessi ostaggi hanno visto elicotteri da combattimento avvicinarsi e fare fuoco sull’edificio distrutto con razzi e altre armi in dotazione ai mezzi pesanti. Spariti anche gli iniziali dubbi sull'uso dei cannoni dei tank inviati sul posto dall’esercito, che spararono e come, demolendo un'intera ala della scuola. Dudaieva sostiene che secondo una indagine condotta da loro periti sarebbero stati usati sette lanciafiamme e sparati “7mila colpi da mortaio, 10 granate e 6 colpi di tank”. Gran parte delle vittime dell’incursione sono morte sotto le macerie dell’edificio principale in cui erano tenuti gli ostaggi, la vecchia palestra, che non ha retto al bombardamento massiccio.
 
L'ala della scuola distrutta a cannonate (Foto E.Piovesana)Nuove inquietanti scenari. Negli ultimi giorni stanno venendo a galla dubbi inquietanti sulle complicità di cui avrebbero goduto gli attentatori. All’unico processo in corso a carico del solo sequestratore di Beslan catturato vivo, Nurpascia Kulaiev, alcuni testimoni hanno adombrato la possibilità che gran parte dei ceceni sia scappata il giorno dell’attacco grazie a complici in attesa fuori della scuola. Inga Kharebova ha deposto dicendo di aver atteso che la figlia uscisse dalla scuola in cui era chiusa ormai da due giorni e di averla abbracciata quando questa era riuscita a scappare. “A quel punto – è il suo racconto – abbiamo visto un’auto privata con alla guida un uomo in uniforme, e siamo salite chiedendo se ci poteva dare un passaggio fin a casa. L’uomo era vestito da poliziotto, ma senza mostrine alle spalle. Quasi subito è anche salito anche un uomo vestito di nero con la barba lunga; solo a quel punto  siamo partitti. Io ho ripetuto più volte il nostro indirizzo al guidatore, ma sembrava non sentirci, come fosse un automa in trance. Quando alla fine gli ho gridato dove stessimo andando, ha risposto che non sapeva dove fosse casa mia. Siamo scappate dall’auto appena si è fermata. Allora ero ancora sotto shoc per quelle giornate, ma ora a mente fredda mi rendo conto di essermi salvata la vita per un pelo. Sono convinta che i terroristi avessero moltissimi complici là fuori ad attenderli il giorno degli scontri, e che la gran parte di loro sia riuscita a scappare”.
 
 
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