Scritto per noi da
Gianluca Ursini

Chi di noi ha mai visto ragazzi con la pelle lucente “come un frutto di guava maturo”? O ha sentito racconti di soldati che sperduti nella foresta tropicale,
si arrangiano a mangiare insalate di banane selvatiche con radici di colocasia e convolvolo, manioca giovane e foglie di peperoncino…
In Europa si è sempre sentito parlare di Vietnam dai film americani, ispirati
dalla propaganda nazionalista o magari anche molto critici con la guerra decisa
da Lyndon Johnson, ma comunque solo dal versante Usa. Il Vietcong era sempre visto
come ‘l’altro’. Nulla sapevamo dei suoi ufficiali di collegamento che attraversavano
giungle infoltite dai rampicanti, che portavano alle loro donne contesissimi foulard
fatti con stoffa di paracadute, i più pregiati, che si lavavano i denti con le
noci di betel, perché non avevano altri materiali sottomano. Nulla sapevamo di
gente usa ad appostarsi dietro le piante di ananas selvatico, perché molto più
folte.
Eroe comunista, poi dissidente. Adesso invece arriva per la prima volta tradotto in italiano il libro della
maggiore scrittrice vietnamita contemporanea, protagonista un capitano vietcong,
che viene già da dieci anni di guerra alla macchia, tra privazioni di ogni tipo,
materiali, sentimentali, sessuali, quando entra da vincitore in Hanoi. “La valle
dei sette innocenti” (243 pagine, 15 euro) è pubblicato per i tipi di ‘Edizioni
e/o’. La stessa Duong Thu Huong, primo scrittore vietnamita che si è visto tradurre
in inglese per il mercato americano un romanzo (una delle sue quattro opere: ‘
Paradise of the blind’ ‘ Il paradiso dei ciechi’) e ha partecipato per vent’anni alla resistenza

antiamericana, unica sopravvissuta con due compagni in un battaglione di quaranta
volontari. La sua opera è molto critica con la rivoluzione marxista per la quale
hanno combattuto i vietcong, ideologia che si è fatta potere, arbitrio e sopraffazione,
tanto che per i suoi scritti critici nel 1987 è stata espulsa dal partito comunista,
nonostante la sua fama di eroina di guerra. Nel 1991 per le sue idee è stata addirittura
imprigionata per sette mesi con l'accusa di avere divulgato “idee controrivoluzionarie”.
Adesso tutte le sue opere sono proibite nel suo Paese, dal quale molto spesso
le viene negato il permesso di uscire per andare a ritirare premi letterari in
altre nazioni, con il rischio che abbia a dire cose poco gradite, soprattutto
se si tratta di nazioni europee. Con il rischio che pronunci frasi come quelle
che ha messo in bocca ad alcuni personaggi dei suoi romanzi, come i due commissari
politici, intellettuali “
pallidi come grilli rimasti troppo a lungo chiusi in una scatola per fiammiferi”, che salgono sul treno affollato dai soldati che vanno al fronte per “
sperimentare come vive il popolo”; cinici delusi che possono anche affermare “
abbiamo demolito i templi e svuotato le pagode per poterci appendere il ritratto
di Marx”. Oppure fare considerazioni come “
la rivoluzione, come l’amore, fiorisce e appassisce. Ma, a differenza dell’amore,
può marcire molto più rapidamente”. E dire che l’orgoglio nazionale per aver scacciato prima i francesi e poi
gli americani nelle parole di Duong, non si nascondono certo tra le righe.
Ridotti come bestie. Ma nulla sembra poter giustificare una lotta che infligge i lutti e le degradazioni
a cui un soldato in guerra viene condannato. Come mangiare l’orango, con le zampe
dell’animale che spuntano dal paiolo del cuoco, “
uguali alle mani di un bambino”; “
discendevamo dalle scimmie; adesso le stavamo mangiando. Cercavo di fumare per
non pensare troppo”. La degradazione maggiore, dell’uomo che uccide il suo simile, della guerra
civile in cui si ammazza il proprio fratello, è riservata per la parte finale
del viaggio del soldato Quang, quando quasi tutte le illusioni che lo avevano
spinto ad arruolarsi volontario, sono ormai svanite : “
Era il 1968, l’autunno terribile dell’anno della Scimmia; sentivamo l’alito della
morte sul collo, ogni minuto, ogni ora, ogni giorno. Tutte le sere trascinavamo i cadaveri dei compagni dal campo di battaglia, da
un terreno imbevuto di sangue e disseminato di carne umana: quella della giornata
appena conclusa, insieme ai brandelli marci del giorno prima e agli avanzi putrefatti di un’intera settimana, avvolti dal sudario della nebbia.
Alcuni corpi erano intatti, altri mutilati, decapitati o senza gambe, altri ancora
avevano la pancia squarciata e gli intestini penzolanti. Il sangue dei nostri
compagni si mescolava al nostro sudore e ci impregnava i vestiti. Marciavamo,
tramortiti dalla stanchezza e dalla disperazione… volevamo vivere soltanto per
tornare a sputare fuoco sui nemici nell’arco delle ore successive, e vedere i
loro corpi crollare al suolo, il loro sangue zampillare, i loro crani sfracellarsi…Era
una sete folle
che aveva invaso tutti, senza eccezione”. Nessun film epico dei migliori registi, da Francis Ford Coppola a Oliver Stone
a Stanley Kubrik, può valere mai quanto parole così allucinate eppure così reali,
perché descritte da chi in quelle battaglie ci aveva combattuto davvero. Niente
come un racconto simile può valere per chiedersi, con le parole di Primo Levi,
“se questo è un uomo”, dopo che ha attraversato dieci anni di guerre, di uccisioni,
di corti marziali, stupri, lutti delle persone più care. Tutto quello che comporta
una guerra, anche la più meritevole d’esser combattuta e quella ispirata dalle
cause più nobili.