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Il Fronte Polisario (organizzazione per la liberazione del Sahara Occidentale)
ha annunciato ieri la scarcerazione degli ultimi quattrocento prigionieri di guerra
marocchini. Il gesto rappresenta una tappa di fondamentale importanza nel lento
ed estenuante processo di risoluzione della questione Saharawi, che si protrae
dal '91, anno in cui il cessate il fuoco decretato sotto l'egida delle Nazioni
Unite ha aperto la strada a numerosi, quanto vani, tentativi di raggiungere un
assetto definitivo per l'ex colonia spagnola. Il referendum che avrebbe dovuto
tenersi sotto la supervisione della missione Onu (Minurso), e che avrebbe chiamato
i saharawi ad esprimersi sull'autodeterminazione è da sempre osteggiato dal Marocco.
La Croce Rossa Internazionale, che da anni monitora le condizioni di salute dei
prigionieri, ha espresso "rallegramenti per la liberazione, che ha posto fine
ad una lunga detenzione". Molti dei 404 ufficiali, sottufficiali e soldati marocchini
erano detenuti nelle prigioni algerine di Tindouf da due decadi, da quando cioè
cominciò nell'ex colonia spagnola un conflitto che tra il '75 e il '91 vide fronteggiarsi
il Marocco (che aveva annesso il territorio saharawi) e l'Esercito di liberazione
popolare Saharawi, appoggiato dall'Algeria. Gli ex prigionieri saranno trasportati
stasera con due aerei messi a disposizione dal governo degli Stati Uniti nella
città marocchina di Agadir.
Un gesto difficile. "Abbiamo chiuso i conti con il passato e saldato il nostro debito", ha riferito
a PeaceReporter il portavoce del Polisario in Italia, Omar Mih, che sulla scia
di un comunicato rilasciato dalla rappresentanza europea dell'organizzazione,
ha dichiarato che la decisione "rappresenta una sollecitazione e una sfida al
Marocco per la liberazione dei 150 prigionieri di guerra Saharawi, dei quali Rabat
tuttora nega l'esistenza, e anche un tentativo di far luce sulla sorte di oltre
500 dispersi dall'inizio della guerra". Un'iniziativa che evidenzia la buona volontà
del Polisario nonostante "il Marocco - spiega Mih - continui la sua politica di
repressione e incarcerazione di cittadini saharawi. La speranza è che il gesto,
sollecitato in passato anche dalla comunità internazionale e dagli Usa, possa
contribuire a una soluzione che garantisca il diritto all'autodeterminazione del
popolo saharawi". Cosa si aspetta adesso dal Marocco? "Che ritrovi la ragione.
Ciò che noi ci aspettiamo è che Rabat rispetti la legalità internazionale, che
accetti il piano Baker e la risoluzione delle Nazioni Unite per chiudere finalmente
la questione".
La sorte di un popolo. La Minurso, la missione Onu che dal '91 vigila sul rispetto del cessate il
fuoco, deve anche organizzare il referendum per l'autonomia del Sahara Occidentale.
Quando il popolo Saharawi potrà finalmente decidere della propria sorte? "Tutto
dipende da due elementi: primo, il Marocco deve mostrare la volontà di arrivare
ad una soluzione politica pacifica, garantendo l'autodeterminazione dei Saharawi.
Secondo, la comunità internazionale, le Nazioni Unite, i Paesi che contano, devono
fare pressioni sul Marocco perché si persegua questa soluzione, in conformità
con la risoluzione Onu. Ho visto due gesti assai importanti in questo ultimo mese,
gesti che noi valutiamo positivamente: la nomina dell'italiano Francesco Bastagli
e dell'olandese Peter van Walsum rispettivamente rappresentante speciale e inviato
personale di Kofi Annan per il Sahara Occidentale. Speriamo che queste due personalità
di alto livello possano far rispettare le deliberazioni del Consiglio di Sicurezza
Onu e preparare la strada al referendum".Luca Galassi