
Il
presidente del paese sudamericano, Alfredo Palacio, a cinque giorni
dalle proteste popolari scoppiate nelle province amazzoniche di
Orellana e Sucumbíos che hanno provocato il crollo della produzione di
petrolio, ha scelto la linea dura.
E' stato di emergenza. Con un decreto urgente ha messo “la zona in sicurezza”, dispiegando
l’esercito e imponendo misure di estremo rigore: “censura preventiva dei mezzi
di comunicazione sociale
attivi nell’area”, sospensione del diritto di opinione e di espressione,
dell’inviolabilità del domicilio e della corrispondenza, divieto di transitare
liberamente, di associarsi e di riunirsi a fini politici. I soldati e
i
poliziotti dovranno in ogni modo ristabilire l’ordine e frenare i gruppi
interessati a creare il caos.
Richieste legittime. Pugno di ferro, dunque, ma lo sciopero non rientra. La maggioranza della
popolazione dell’area amazzonica continua a manifestare, appoggiata dalle autorità
locali e regionali. Da lunedì sono scesi in piazza per reclamare le opere
viarie, le infrastrutture e i posti di lavoro promessi dal governo centrale.
Per farsi ascoltare hanno deciso di bloccare strade, aeroporti e di occupare le
installazioni della Petroecuador, paralizzandone la produzione.
Petrolio in stallo. “Da 201.000 barili siamo scesi a
29.400”, ha spiegato un portavoce
dell’impresa. “Se la situazione rimane così critica – ha aggiunto il
ministro
dell’energia, Iván Rodríguez – domani avremo solamente 20000 barili,
esattamente il dieci per cento della nostra produzione abituale”.
Palacio non ci sta, fa vedere i muscoli e per giustificarsi si appella
"agli
sforzi perpetrati finora dal governo per risolvere il conflitto
sociale mediante il dialogo".
Passato turbolento. L'Equador ha appena digerito il tentato
golpe di
Gutierrez e il conseguente cambio di timoniere. E ha appena perso il proprio
ministro dell’Economia, che stava cercando di investire nel sociale il denaro
proveniente dalla vendita di petrolio e invece destinato da sempre a saldare il
debito estero.
Una scelta che è costata l’appoggio della Banca Mondiale,
che alla richiesta di un ulteriore credito da parte dell’Ecuador ha risposto un
netto no, dicendosi preoccupata per la destinazione di quei soldi. Nessuna
libertà di manovra, quindi.
Verso l'eldorado Nord. Gli ecuadoriani sono costretti ogni giorno a lottare contro la
fame, la disoccupazione, la povertà, le malattie. Tanto che sono in netto
aumento coloro che decidono di espatriare, rischiando persino la vita, pur di
raggiungere l’eldorado nord. Si calcola che solo negli Stati Uniti gli
ecuadoriani siano almeno un milione e 200mila, di cui circa il cinquanta per cento
senza
documenti. E se si calcola che in Ecuador ci vivono circa 12 milioni di persone,
la situazione appare in tutta la sua gravità. Dalla crisi finanziaria del 1999,
quando fallirono una serie di istituti di credito, l’emigrazione è in continuo
aumento e gli ultimi fatti certo non la placano. Principali destinazioni
Spagna, Italia e appunto Stati Uniti.
Storia di ordinaria disperazione. Ed era proprio nello stato a stelle e strisce che erano diretti i 120
emigranti salpati su un peschereccio da cinque persone, naufragato martedì. A
individuarli, la marina colombiana. Il naufragio è infatti avvenuto nelle acque
fra la costa ecuadoriana di Esmeraldas e quella colombiana di Nariño. Gli unici
superstiti sono due donne e sette uomini. Il resto della stipata ciurma è
disperso.
L’ennesimo disperato viaggio verso la speranza a bordo dei
cosiddetti “coyote”. La traversata, che costa dagli 8 ai 10mila dollari, ha
come destinazione i paesi centroamericani, da dove il viaggio prosegue poi a
piedi verso il Messico. Un’odissea infinita, che può durare giorni e giorni,
quando non finisce in tragedia, magari in un bagno di sangue durante la
pericolosa ‘scalata’ del ben sorvegliato muro che chiude fuori dagli Usa.