scritto per noi da
Alex Franquelli

Le mani di Mohammed non riescono a muoversi che con nervosismo e gesti convulsi.
“La forza del pensiero, delle mie braccia, del mio Credo sono la soluzione e non
il fine o il mezzo. Non c’è Islam nelle loro bombe, non c’è Dio in quei morti”,
dice questo 23enne di origine eritrea che lavora in uno dei tanti
corner shop della periferia londinese. Musulmano praticante ma molto
british, jeans e maglietta ogni giorno. Alzo il capo e faccio un cenno prendendo fiato
per cercare di dire la cosa piú ingenua ma non ne ho il tempo. Mohammed insiste:
“Guardati intorno e dimmi quanto Islam c’è nella tua vita di tutti i giorni, tra
i tuoi colleghi, i tuoi amici, i tuoi negozi o più semplicemente per la strada.
La risposta è: più di quanto tu possa mai pensare. L’integrazione ha proceduto
spedita, senza grosse interruzioni di sorta, senza cali fisiologici. Ed era tutto
troppo bello per durare”. Stavolta non so cosa rispondere ma mi viene di pensare
agli atti di discriminazione e violenza contro i musulmani aumentati in Inghilterra
del 600 per cento dal giorno del primo attacco.
Boston Gardens, zona 4 nella West London, 6 di sera. Il sole è ancora tiepido
e ora le mani di Mohammed si incrociano con quelle di altri connazionali venuti
ad incontrarlo e conoscere me. Mi parlano a loro modo del “sogno britannico”,
di come questo Paese lo sentano ormai parte integrante della loro esistenza e
delle scelte che ne condizionano il percorso. Difficile dar loro torto se pensiamo
al fatto che i primi musulmani giunsero nel Regno Unito nell’ottavo secolo pur
senza costituire una vera “comunità” organizzata. Le cose cambiarono nell’Ottocento
quando un arrivo consistente di yemeniti e soprattutto somali inaugurò la prima
moschea a Cardiff nella seconda metà del secolo. Nel 1962, allarmato dalla crescita
esponenziale della comunità islamica, il governo britannico promulgò il Commonwealth
Immigrants Act il quale, in teoria, avrebbe dovuto rendere più difficile il processo
di importazione di risorse umane dai paesi del Terzo Mondo. All’atto pratico sortì
invece l’effetto opposto spingendo le mogli degli immigrati a trasferirsi velocemente
qualche tempo prima che l’Atto venisse ratificato.

“Nell’Islam non esistono fondamentalisti”, afferma Mohammed. “Il Corano è per
definizione stessa la parola di Dio e per questo motivo non va interpretato o
dibattuto: la Bibbia al contrario è fonte di interpretazioni opposte che fanno
nascere errori, correnti, scuole di pensiero che comunque rispetto ma non posso
che condannare.” Se verso la fine del dodicesimo secolo la filosofia musulmana
era la più complessa del mondo e spiegava come Dio debba essere compreso attraverso
l’intelletto, è però vero che la maggioranza dei nuovi arrivati dal Medio Oriente
negli ultimi decenni è costituita da lavoratori privi di una qualsivoglia istruzione
i quali, loro malgrado, dovevano far pieno riferimento agli insegnamenti ortodossi
dei loro Paesi d’origine. E non sempre di trattava di vedute progressiste o libertarie.
Passano pochi minuti e nella discussione si fa largo un concetto latente, strisciante
e per questo comunque presente tra i musulmani di Londra: il sospetto. Come accadde
per gli attacchi dell’11 settembre, con le teorie cospiratorie su Israele (in
molti credono ancora che nessun ebreo sia morto al World Trade Center, in realtà
la comunità ebraica contò circa 400 vittime). “La seconda ondata di attacchi (quella
del 21 luglio che, forse per sola fortuna, non ha causato vittime) non convince
nessuno di noi. Non c’è uno straccio di prova fotografica o di altro genere. Riprendere
4 ragazzi in una stazione della metro senza nessuno intorno o un giovane su un
autobus stranamente deserto suona sospetto, il fatto che gli ordigni sarebbero
esplosi in zone (Brixton, Shepherd’s Bush e Hackney) prevalentemente abitate da
immigrati di ogni specie e soprattutto musulmani è sospetto, l’atteggiamento della
polizia è sospetto.”

Mohammed è ora più nervoso, i suoi gesti tradiscono l’emozione e la rabbia dei
suoi 23 anni (“tutti inglesi e devoti all’Arsenal”) che contengono in sé la confusione
in cui si trova la sua generazione, il non sapere da che parte guardare il proprio
futuro in quanto delusi dal presente ed oramai irrimediabilmente distanti da un
passato chiuso in un mondo ideale che non è mai esistito e mai vedrà la luce.
Non è eccessivamente tardi ma Mohammed ha fretta di tornare a casa in tempo per
la cena. Mi saluta chiedendomi se conosco una via alternativa per raggiungere
la District Line in quanto la stazione di Boston Manor è circondata dalla polizia
da un paio d’ore. La prassi è la solita: calma, pazienza e la mappa del Tube in
mano. E’ di nuovo giovedì ma il week-end sembra sempre maledettamente lontano.