12/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Nonostante il processo di pace in Congo continuano gli scontri
Bambini soldato congolesiNon c’è pace per il Kivu: la martoriata regione orientale del Congo, principale teatro della sanguinosa guerra che dal 1998 al 2003 ha provocato più di 3 milioni di vittime, a più di due anni dalla firma degli accordi di pace continua ad essere infestata da gruppi armati che si scontrano per il controllo del territorio e terrorizzano la popolazione locale. Gli ultimi scontri, avvenuti lo scorso fine settimana nei pressi di Ishasha tra milizie Mayi-Mayi e uomini del Rcd-Goma hanno provocato la morte di 6 persone e la fuga in Uganda di altre 100, suscitando nuovi interrogativi sul futuro del paese.
 
Gli scontri. Secondo quanto riportato dalla Reuters, a dare la notizia degli scontri sarebbero state le autorità militari ugandesi, che hanno accolto i civili in fuga da Ishasha assieme con circa 40 combattenti del Rcd-Goma messi in fuga dai rivali Mayi-Mayi. Nonostante il rimpatrio dei civili avvenuto lunedì scorso i recenti scontri hanno riportato all’ordine del giorno il problema del fallimento del programma di disarmo nell’est del paese, dove i gruppi armati rimanenti e i contingenti armati che si sospetta provengano dal Ruanda continuano a contendersi il controllo del territorio.
 
Una pattuglia della Monuc in azioneOperazione Falcone. PeaceReporter ha contattato padre Franco Bordignon, da 30 anni missionario nel Kivu, per discutere proprio dell’attuale situazione nella regione: “E’ difficile capire con precisione cosa stia succedendo in Kivu. Ufficialmente ci sono circa 15.000 guerriglieri ruandesi Hutu in attesa di essere rimpatriati nell’ambito della “operazione falcone” iniziata tre settimane fa e condotta dalla Monuc (la missione Onu in Congo) e dall’esercito congolese. Quello dei guerriglieri Hutu è comunque un falso problema, un pretesto creato ad hoc dal governo di Kigali per poter intervenire a piacimento nelle questioni interne congolesi e per sfruttare i giacimenti di minerali del Kivu” .
 
Il pretesto Hutu. La questione degli Hutu è stata sollevata dal governo ruandese per giustificare il suo intervento nella guerra in Congo” – prosegue padre Franco – “ma il problema è che qui nel corso della guerra non abbiamo mai visto scontri tra l’esercito ruandese e gli Hutu, anzi. Se avessero veramente voluto dar loro la caccia i Ruandesi non si sarebbero spinti per 2.500 km all’interno del territorio congolese. Buona parte degli Hutu è stata portata direttamente in Congo dai Ruandesi durante la guerra, fatta uscire dalle prigioni e portata in Kivu per saccheggiare e uccidere la popolazione civile assieme all’esercito di Kigali, e per fornire il pretesto per gli interventi successivi in Kivu. Prova ne sia il fatto che anche adesso i guerriglieri Hutu sono dotati di armi moderne e divise nuove fiammanti, segno che i finanziamenti continuano a arrivare”.
 
Un casco blu controlla le operazioni di disarmoUn disarmo incompleto. Neanche la firma degli accordi di pace di Roma, con cui i ribelli Hutu delle Fdlr (Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda) hanno rinunciato alla lotta armata convince padre Franco: “Quello di Roma per adesso rimane un accordo vuoto, visto che non è stato fatto nulla per attuarlo. Ma i problemi del Kivu non sono dati solo dalla questione degli Hutu. Ci sono i miliziani Mayi-Mayi, rimasti praticamente estranei al programma di disarmo che si sono nascosti nelle foreste e adesso attaccano civili e militari in maniera indiscriminata, senza che si capisca a cosa mirino e a chi rispondano. Tutti gli ex-gruppi ribelli che sono entrati al governo grazie agli accordi di pace controllano le proprie zone di competenza come veri e propri feudi”.
 
Le prossime elezioni. L’unica strada percorribile per il Congo è quella che porta alle prime elezioni del dopoguerra: “Da questo punto di vista la situazione è migliorata, la registrazione dei votanti si è conclusa a Kinshasa e prosegue nel resto del paese, ma il ritardo di un anno rispetto alle date previste dagli accordi di pace è stato vissuto dalla popolazione come l’ennesima prova di inefficienza di un governo che mira a rimanere al potere il più possibile perché sa che non avrebbe nessuna chance di uscire vincitore dalle elezioni. Questo ritardo dovrà essere l’ultimo, la pazienza della gente è ormai al limite”.
 

Matteo Fagotto

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