Scritto per noi da
Enza Roberta Petrillo

Ha detto bene Giuliana Sgrena durante l’incontro organizzato durante il
Festival di Locarno da Reporters Sans Frontieres: “Con Little Birds mi
aspetto di vedere ciò che ho già visto in Iraq. Le immagini a volte
possono essere più efficaci, soprattutto adesso che è impossibile fare
informazione sull’Iraq”.
Il giapponese Takeharu Waitai ha confermato le sue aspettative.
Il suo documentario, in concorso nella sezione Human Rights, è un opera
di un realismo che lascia senza fiato. Vuole raccontare l’orrore della
guerra con le immagini e ci riesce senza alcun fraintendimento.
All’apparenza nulla di nuovo. Ma mentre lo si pensa si è già smentiti.
Waitai inaugura un modo nuovo di fare video-giornalismo scegliendo di
stare da una parte, quella degli occupati, senza nascondersi.
Il suo Little Birds non ha trama. E’ un documentario nudo e crudo. I
protagonisti sono uomini, donne e bambini che da due anni semplicemente non vivono
più.
I Little Birds sono i bambini e le bambine di Baghdad.
Un lavoro di una linearità disarmante che senza alcun giro di parole racconta
il terrore che si respira in quei posti.
Vite rubate. Sullo schermo scorrono due anni di vita rubata, di
bambole e giochi saltati in aria in piena notte senza neanche avere il
tempo di accorgersene.
Little Birds vuole raccontare la dignità silente dei vinti usando una sola arma:
la videocamera.
Il resto lo descrive un mondo che nonostante tutto va avanti, perché
non andare avanti significherebbe accettare di morire di paura, di
fame, di inedia.
In 102 minuti le riprese toccano ciò che in due anni di guerra
non è stato mai raccontato del tutto, dando spazio a ragazzini come
Ahmed, quindicenne di Baghdad che durante un bombardamento piovuto dal
cielo all’improvviso ha perso un occhio, e oggi ha paura anche di
andare scuola.
Con lui parla il papà di tre bambini di 7, 5 e 2 anni, morti nell’esplosione di
una bomba a grappolo caduta nel mezzo
dell’appartamento. Un orrore straziante lenito appena da Ghufran, 5
anni, l’unica sopravvissuta dei quattro fratelli.
Nell’Iraq insanguinato e affamato Ghufran continua ad andare a scuola,
ridendo e guardando una televisone dai colori sbiaditi e le immagini
spezzettate.
Un angolo di normalità apparente, mentre fuori donne distrutte,
accasciate su macerie fumanti urlano “
It’s our country!”. Ma questo i
marines che si aggirano beffardi tra le strade di Baghdad non
sembrano averlo capito.
Waitai non si ferma neanche dinanzi a loro. Immobile sotto il tiro di
un carro armato americano, continua a filmare l’incedere della barbarie
consegnando alla memoria immagini di pagine vergognose come Abu Ghraib.
A febbraio del 2004 Waitai e la sua videocamera sono lì a raccogliere
le voci di donne che piangendo chiedono: “Perché gli occidentali
possono studiare e lavorare e noi dobbiamo essere imprigionati?”.
Domande da adulti. Loro, i little birds dell’Iraq del 2005, di domande
non ne fanno piu’. Per questo senza alcuna commozione e il realismo di
chi nella vita ha già visto tutto, dicono senza versare una lacrima:
“la nostra vita è diventata una tragedia”. Poi si girano con gli zaini
Unicef sulle spalle e camminando tra i check point e il filo spinato
vanno a scuola.
Nella Baghdad del 2005 questa è la normalità.