scritto per noi da
Mauro Furlan

Per chi non conosce la geografia di Rio de Janeiro è bene dire che la città ha
al suo centro la più grande foresta urbana del mondo (foresta da Tijuca).
In questi ultimi 30- 40 anni si sono sviluppate una quantità enorme di favelas (loro si dicono comunità perché favela è un termine dispregiativo) nelle zone marginali e specialmente lungo le pendici
delle colline della stessa foresta.
Una miriade di favelas. Nel linguaggio comune di Rio, dire
morro (collina) è diventato sinonimo di
favela. A Rio ci sono 701 favelas, dove vivono circa 1,5 milioni di abitanti e il comune
di Rio ne ha 5,5 milioni. Significa che un abitante su 5 vive in questo tipo di
situazione.
Il potere pubblico fin dall’inizio non si è interessato e ha abbandonato le
favelas guidati dalla logica di ghettizzare i neri e i poveri, seguendo la filosofia
del "che si arrangino, basta che stiano lontani". Ma cosi facendo ha permesso
che ogni comunità si organizzasse da sola. Non essendo aree dove regnava la legge sono diventate dominio progressivo di traffici illegali, specialmente della
droga.
Città di Dio. Un buon film per capire alcune cose di cui vi scrivo è il film brasiliano :
“Cidade de Deus” e se non lo avete visto andate a vederlo.
Nel film si vede in che modo si è organizzato chi vende la droga. Via via, un
po' alla volta, il commercio ha occupato progressivamente gli spazi e la guerra
fra bande per il controllo delle aree ha invaso la quotidianità.
Attualmente sono tre le fazioni (dette anche falangi) che gestiscono il narco-traffico
a Rio: Comando Vermelho (il più vecchio), Terceiro Comando, Amigos dos Amigos.
Ogni favela di Rio appartiene a uno di questi tre gruppi e chi appartiene a una favela può circolare solo nelle favelas dello stesso gruppo.
Le favelas sono come città chiuse, entra solo chi è conosciuto e chi ci abita, tutti gli
altri sono potenziali nemici o poliziotti.
Nemici per la pelle. Siccome gli appartenenti a fazioni rivali si considerano tra loro nemici mortali,
succede che quando le persone vanno in carcere (sia trafficanti che ladri comuni)
sono tutti paragonati ai trafficanti e devono decidere a quale gruppo appartengono
e andare nella area di quel gruppo. Anche chi ha commesso reati comuni e non appartiene
a fazioni criminose è obbligato dalla polizia a scegliere di identificarsi con
una fazione. Cose assurde.
Cifre non parole. Per riassumere quanto descritto basta guardare il rapporto dell'Unesco sui morti
per arma da fuoco in Brasile. Negli ultimi dieci anni queste vittime superano
il numero di quelle registrare in 23 conflitti bellici, passando al secondo posto
dopo le guerre civili di Angola e Guatemala.
In questo periodo sono morte 325.551 persone, una media di 32.555 morti per anno.
I dati fanno parte dello studio: “
Mortes Matadas por armas de fogo no Brasil 1979 – 2003”, che è stato diffuso il 27 giugno dal rappresentante UNESCO in Brasile, Jorge
Werthein e dal Presidente del Senato Federale, Renan Calheiros, al Senato, in Brasília (DF).
Questo studio ha come obiettivo di sensibilizzare la società brasiliana sull’importanza
del disarmo della popolazione e l’approvazione del referendum per restringere
il libero commercio delle armi da fuoco, che deve essere approvato in questi giorni
.
Lo studio rivela che tra il 1979 e il 2003 le armi da fuoco abbiano ucciso 550
mila persone. Il che significa 35mila vittime all’anno, 100 al giorno.
La ricerca conferma che i giovani tra i 15 e i 24 anni sono le principali vittime:
206mila. Solo nel 2003, nel 41,6% dei casi erano giovani.
Giovani, triste primato. La ricerca è stata fatta in base ai dati del sistema di informazione della mortalità
brasiliano (DATASUS del ministero della salute) e poi confrontato con dati internazionali.
E’ stato comparato anche con altre tipo di morti (incidente stradale, malattie,
ecc..). Inoltre queste morti sono state confrontate con il numero delle vittime
di 26 conflitti armati di 25 paesi del mondo in diversi periodi.
Quello che risulta impressionante è che in Brasile, anche senza esserci un conflitto
religioso, una guerra con un paese confinante o una lotta politica armata interna,
si verificano più vittime per armi da fuco rispetto a nazioni colpite da una vera
e propria guerra.
Per promuovere una cultura di pace in Brasile, dunque, si deve passare necessariamente
per la riduzione delle armi in circolazione.
Quali soluzioni? Da questa breve sintesi che vi ho presentato potere capire come la situazione
in Brasile sia veramente drammatica.
Quando in passato ho scritto che i giovani qui a Rio parlano di Iraq per descrivere
la situazione in cui vivono, non è uno scherzo o un paragone forzato.
Queste cose le abbiamo denunciate spesso, anche nella camminata per la pace che
abbiamo fatto recentemente, ma sappiamo che la realtà è complicata e i fattori
in gioco sono molti.
La soluzione, dunque, sembra impossibile.