Scritto per noi da
Simone Laudiero*
Il festival di Locarno propone, tra i film proiettati in Piazza Grande, "Zaina,
cavalière de l'Atlas" di Bourlem Guerdjou (2004). Guerdjou, dopo un film d’esordio
di carattere politico-sociale (Vivre au paradis), ha scelto di tentare l’Avventura,
un genere meno frequentato dalle piccole (e medie) produzioni come la sua joint
venture franco-marocchina. Gerdjou ha raccolto una sfida: l’avventura è tradizionalmente
una cosa da major americane, perché richiede soldi (gli americani ne hanno molti)
ed esperienza produttiva (fanno praticamente solo questo).
Nella scia delle mille e una notte. Nell’affrontare una sfida del genere la strategia, più o meno, dovrebbe essere
questa: sopperire alla mancanza di soldi ed esperienza con idee nuove e una prospettiva
interna al mondo raccontato. E non si parla di accuratezza filologica, perché
un qualsiasi regista serio è capace di fare un po’ di lavoro di documentazione,
si parla di una sensibilità riservata a chi fa parte di una cultura, sensibilità
che dovrebbe, almeno nel caso dell’avventura, essere messa al servizio del “meraviglioso”.
Che poi è quello che forse si intende a Locarno quando si fa riferimento alla
“scia delle mille e una notte”.
La scuola disneyana. Che poi l’avventura sia sempre quella, e che gli americani non l’abbiano inventata
ma solo frequentata fino alla nausea come piace a loro, questo resta vero, ma
c’è tanto che gli americani non fanno. E allora sotto con duelli, inseguimenti
e gare decisive nella migliore tradizione disneyana, ma che siano presi da una
prospettiva inaccessibile a chiunque altro. Una bella ripresa dell’Atlas o il
vademecum dell’allevatore di cavalli arabi non avrebbero stupito nessuno in “Hidalgo-Oceano
di Fuoco”. Per chi vede questo film è evidente che una prospettiva inaccessibile
Guerdjou non l’ha trovata, ma che ha semplicemente eseguito con capacità uno standard
classico dell’avventura interpretandolo con una coloritura maghrebina (qui i jallaba
fanno buona parte del lavoro). E forse non era neanche nelle sue intenzioni fare
molto di più.
Riuscirà Mustafà… Purtroppo le cose stanno anche peggio di cosi. La presenza della scuola americana
non si limita a un’ingombrante serie di scelte disneyane (scelte che fatte dalla
Disney sono infinitamente piu digeribili, va da sé). In una storia i cui personaggi
sono fermi ai rispettivi archetipi avventurosi, l’unico elemento di sviluppo è
la questione familiare irrisolta. Ma la storia di una famiglia separata, di un
coniuge che muore e dell’altro che deve assumersi le sue responsabilità, di un
padre e di una figlia in viaggio che imparano a conoscersi e rispettarsi, di un
uomo diviso tra il lavoro e i doveri paterni, questi sono tra i temi piu cari
alla cinematografia americana degli ultimi anni. Come a dire, il lavoro è franco-marocchino,
ma gli strumenti sono tutti di marca statunitense. E lo spettatore, stretto ai
braccioli della poltrona, si domanda:”Riuscirà Mustafà a vedere la partita di
baseball della figlia, o la deluderà ancora una volta per restare al maneggio
e badare ai suoi cavalli da corsa?”.
Certo, il film, in francese, è rivolto ai giovani maghrebini emigrati di seconda
generazione che non avranno niente da invidiare a nessuno in fatto di disgregazione
familiare, ma speriamo che Mustafà arrivi in tempo per vedere Zaina battere un
home-run.