L'incontro. Tardo pomeriggio a Baghdad. Mentre il sole comincia ad
allungare le ombre tra le periferie povere e tumultuose della città, tra palme
e moschee in fermento per la preghiera del tramonto, incontriamo Maki Nazzal.
Ci siamo visti due giorni prima, il 15 di luglio, lui ha guidato un convoglio
perlustrativo verso una località di campagna nei pressi di Ramadi, una delle città
della rivolta sunnita.
Maki è un cittadino di Falluja. Ha scritto un libro sulla resistenza della sua
città nella storia, passata e presente: "La composizione sociale, religiosa e
tribale rende la città particolarmente ostile ad ogni dominazione straniera. Falluja
era una roccaforte anche al tempo del colonialismo inglese. Alla periferia della
città esiste un cimitero dei caduti contro gli Inglesi del ‘900".
Scrive articoli per alcuni quotidiani di Baghdad. Ama però definirsi "operatore
umanitario", perché questo è ora il suo lavoro. Maki, per la sua conoscenza del
territorio e della sua storia, è stato un testimone attento e rigoroso della battaglia
che ha infuriato in città la scorsa primavera tra la resistenza e gli Americani
e di come la situazione sia arrivata ai giorni nostri. Più volte alla settimana
fa la spola tra Falluja e Baghdad, glielo consente la statura morale che gli è
riconosciuta.
La trattativa. Tutto comincia all’indomani della caduta del regime di Saddam. Falluja era stata
solo sfiorata dal passaggio delle truppe americane. "Quando gli Americani arrivarono
alle porte di Falluja, una delegazione di persone autorevoli della città gli andò
incontro. A loro venne promessa collaborazione, a patto che l’esercitò non entrasse
in città. Pare che in un primo momento accettarono, ma poi le cose andarono diversamente…".
In realtà gli Americani crearono una base alle porte della città e intrapresero
decine di raid di perquisizione nelle case dei cittadini: "In questo modo hanno
dimostrato di non saper trattare con la popolazione. Giovani soldati entravano
nelle case senza considerare che ciò era sentito dalla gente come un’umiliazione.
Ad un certo punto hanno cominciato ad usare una scuola come seconda base all’interno
della città, nel cuore di un quartiere residenziale, a diretto contatto con i
civili".
Pare che il comportamento dei militari entrasse in conflitto con le abitudini
locali. Persino un binocolo puntato sulla gente da uno spioncino di vedetta era
un attentato al comune senso del pudore e quindi motivo di fragorose proteste.
"E’ risaputo che la popolazione di Falluja è particolarmente religiosa. Tant’è
che fu organizzata una manifestazione pacifica contro la presenza in città dei
soldati americani. Quando dico che era pacifica non dico che fosse silenziosa.
La gente gridava forti slogans contro gli occupanti, ma non vi era ricorso alle
armi. Forse gli Americani si sono sentiti minacciati dall’ostilità della gente,
fatto sta che hanno aperto il fuoco contro i manifestanti. Quel giorno, il 28
maggio 2003, rimasero a terra 15 civili iracheni. Il giorno seguente ci fu un’altra
manifestazione di condanna delle uccisioni di civili. Anche in questa occasione
come nelle seguenti gli Americani spararono uccidendo decine di civili che manifestavano.
Tutto ciò ha aggiunto un motivo in più per osteggiare gli Americani: la vendetta".
Falluja mondo a parte. Maki punta molto su questo concetto, sfatando in buona parte la lettura di resistenza
politica data alla rivolta di Falluja: "Falluja è: religiosità, tribalità, vendetta".
Anche la presenza in città di presunti fedelissimi di Saddam non trova riscontro
nei racconti di Maki: "Molti cittadini di Falluja lavoravano nell’esercito iracheno,
ma non è certo perché nostalgici di Saddam che ora combattono gli Americani. Questi
hanno tra le loro fila uomini poco saggi. Pare che la loro dottrina militare preveda
come tassativo colpire ogni fonte di fuoco non riconosciuta, anche se questa proviene
da una festa ed è diretta in aria. E quando sono colpiti non conoscono la pietà
e reagiscono colpendo tutti, civili compresi. Succede che ad ogni civile ucciso,
che può essere un padre o un fratello o il un vicino di casa, le fila della resistenza
si ingrossano di 5-10 nuovi combattenti.
Nei mesi della scorsa primavera quando ebbero luogo gli scontri più sanguinosi
in città, Maki era volontario per il servizio cittadino di primo soccorso: "All’inizio
della battaglia si vedevano tra la gente numerosi incappucciati. Ho provato a
pensare che quella potesse essere una minaccia per la cittadinanza perché potevano
essere terroristi o banditi. Magari i famosi sequestratori e tagliatori di teste.
Non sapevo chi fossero, potevano essere miei familiari o sconosciuti, per me erano
“senza volto”. Ma poi succedeva che i cosiddetti “liberatori” sparavano contro
i civili, mentre i “terroristi” ce li portavano in ospedale e donavano il sangue".
Ma l’accusa di Maki si fa più dura: "In città è stato fatto del cecchinaggio
da parte dei soldati americani contro i civili. Tra le persone uccise in questo
modo c’erano persino donne. Ancora oggi non riesco a farmene una ragione. Hanno
preso di mira le ambulanze. Un mio collega è stato ucciso sotto i miei occhi da
un colpo sparato da un cecchino americano mentre soccorreva un ferito".
Resistenza o terrorismo? Maki è restio a dare una lettura troppo politica della resistenza sunnita: "L’obiettivo
dichiarato della resistenza è quello di costringere al ritiro le truppe occupanti.
Ma è spesso assente un programma sul dopo. Anche le numerose sigle sono spesso
isolate e non hanno la forza di guidare l’intera rivolta che è invece spontanea".
Lo scetticismo pervade Maki anche quando si parla di terrorismo: "Dagli inizi
dello scorso aprile gli Americani non entrano in città. Ed è proprio questo il
problema. Accusano la popolazione di Falluja di nascondere terroristi, eppure
se così fosse la polizia irachena che opera in città se la dovrebbe vedere molto
brutta. In realtà è tutto il contrario. Non esiste posto più sicuro in Iraq per
un poliziotto iracheno che Falluja. Guarda caso la vicina Baghdad è piena di Americani,
eppure la polizia irachena salta sulle autobomba. Perciò, che smettessero di bombardare
i civili alla ricerca di quel fantomatico Zarqawi che nessuno ha mai visto".
La verità è che Falluja è una città scomoda perché non si è piegata al progetto
americano e perciò non parteciperà alle elezioni del gennaio 2005, a meno di un
bagno di sangue che consenta agli Americani di riprendere il controllo della città.
"Non ci possono essere elezioni legittime fintanto che l’Iraq sarà occupato da
truppe straniere". Gli chiediamo per concludere se è possibile andare a Falluja:
"Ora non mi sentirei di garantire la vostra incolumità. Gli Americani hanno fatto
troppe porcherie in città e ora la gente non si fida più di nessun occidentale".
Michelangelo Severgnini