Incontro tra il giornalista israeliano Gideon Levy e il collega palestinese Bassem Eid
Scritto per noi da
Augusta De Piero
A Gemona del Friuli il LAB,
Laboratorio Internazionale della Comunicazione, ha promosso l’incontro pubblico
fra Gideon Levy e Bassem Eid sul tema: ”Teatri di guerra. Azioni di pace. Quale
futuro per il popolo palestinese e il popolo israeliano?”.
Un conflitto lungo e disperato quello israelo-palestinese che, come ha
ironicamente affermato Bassem Eid (giornalista del gruppo Phrmh, Palestinian
Human Rights Monitoring Group) ha prodotto finora almeno un effetto positivo
certo, l’amicizia che lo lega a Gideon Levy, prestigioso editorialista del
quotidiano israeliano Haaretz.
La battuta di Eid significava molto di più di quanto non esplicitamente
dicesse: infatti gli incontri di Palestinesi e Israeliani seriamente e
ragionevolmente impegnati per la pace sono possibili solo all’estero. Nella
piccola terra, in cui due popoli vivono in un conflitto infinito e fra odi
crescenti non si parla con il nemico. Chi lo fa, il termine è proposto e sottolineato
da Levy è visto come traditore.
Parlandosi, Bassem Eid e Gideon Levy sono usciti dallo schema abusato di vittima
dell’altrui violenza per farsi critici della parte propria, nell’indicarne gli
ostacoli frapposti al processo di pace. Da una parte la democrazia selettiva,
solo
per Ebrei, quella di Israele secondo Levy e dall'altra una democrazia assente,
quella
palestinese, secondo Eid, capace di determinare un vuoto che neppure la
significativa partecipazione dei Palestinesi alle elezioni politiche e
amministrative ha potuto colmare.
Lo sgombero, hanno detto, sarà davvero importante storicamente se - e solo se
- ne seguirà qualche
elemento di positività. Se - aggiunge Eid - l’Autorità Palestinese si impegnerà
realmente per assicurare sicurezza e miglioramento della situazione economica.

Secondo Levy da parte israeliana non c’è buona volontà. La totale asimmetria
della situazione non consente ottimismo: finché ci saranno occupanti e
occupati, un esercito forte e la risposta del terrore, non ci può essere
speranza di pace; la pace, se ci sarà, richiederà un processo lungo la cui
responsabilità è prima di tutto nelle mani di chi ha il potere, ma anche di chi
a quel
potere consente senza chiedersi “che cosa fanno in mio nome?”.
Levy si propone una “piccola” missione: quella di far sì che nessun Israeliano
possa dire “non sapevo”: ogni Israeliano – afferma- deve farsi consapevole di
essere “un soldato a un check point” e chi conosce quel paese sa le ignorate
tragedie della quotidianità che si consumano ai posti di blocco.
E quando non ci sono occhi che vedono le violenze, le conseguenze possono farsi
più pesanti.
Eid ricorda che, a seguito di una sua pubblica critica ad Arafat, fu arrestato
dalla polizia palestinese. Fortunatamente il suo arresto venne reso noto e le
pressioni della comunità internazionale furono tanto forti da determinarne la
scarcerazione dopo due giorni.
Infine Levy e Eid toccano anche il tema della religione. Eid è fermissimo: lo
stato palestinese deve nascere laico. Il problema non è l’islam ma l’islamismo:
chi uccide in nome dell’islam deve essere considerato solo e semplicemente un
terrorista. I soggetti in gioco sono due popoli e una terra: se la religione
diventerà un altro soggetto riconosciuto a fondamento del conflitto non sarà
più possibile nessuna delle mediazioni coraggiose, necessarie per avviare un
responsabile processo di pace.
Anche questa lucidità laica è una responsabilità che travalica la terra di
Israele/Palestina.
Nessuno può permettersi di dire “non sapevo”, in nessuna parte del mondo.