16/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Incontro tra il giornalista israeliano Gideon Levy e il collega palestinese Bassem Eid
Scritto per noi da
Augusta De Piero 
A Gemona del Friuli il LAB, Laboratorio Internazionale della Comunicazione, ha promosso l’incontro pubblico fra Gideon Levy e Bassem Eid sul tema: ”Teatri di guerra. Azioni di pace. Quale futuro per il popolo palestinese e il popolo israeliano?”.
  Bassem Eid
Un conflitto lungo e disperato quello israelo-palestinese che, come ha ironicamente affermato Bassem Eid (giornalista del gruppo Phrmh, Palestinian Human Rights Monitoring Group) ha prodotto finora almeno un effetto positivo certo, l’amicizia che lo lega a Gideon Levy, prestigioso editorialista del quotidiano israeliano Haaretz. La battuta di Eid significava molto di più di quanto non esplicitamente dicesse: infatti gli incontri di Palestinesi e Israeliani seriamente e ragionevolmente impegnati per la pace sono possibili solo all’estero. Nella piccola terra, in cui due popoli vivono in un conflitto infinito e fra odi crescenti non si parla con il nemico. Chi lo fa, il termine è proposto e sottolineato da Levy è visto come traditore.
Parlandosi, Bassem Eid e Gideon Levy  sono usciti dallo schema abusato di vittima dell’altrui violenza per farsi critici della parte propria, nell’indicarne gli ostacoli frapposti al processo di pace. Da una parte la democrazia selettiva, solo per Ebrei, quella di Israele secondo Levy e dall'altra una democrazia assente, quella palestinese, secondo Eid, capace di determinare un vuoto che neppure la significativa partecipazione dei Palestinesi alle elezioni politiche e amministrative ha potuto colmare.
Lo sgombero, hanno detto, sarà davvero importante storicamente se - e solo se - ne seguirà qualche elemento di positività. Se - aggiunge Eid - l’Autorità Palestinese si impegnerà realmente per assicurare sicurezza e miglioramento della situazione economica.

Gideon Levy Secondo Levy da parte israeliana non c’è buona volontà. La totale asimmetria della situazione non consente ottimismo: finché ci saranno occupanti e occupati, un esercito forte e la risposta del terrore, non ci può essere speranza di pace; la pace, se ci sarà, richiederà un processo lungo la cui responsabilità è prima di tutto nelle mani di chi ha il potere, ma anche di chi a quel potere consente senza chiedersi “che cosa fanno in mio nome?”.
Levy si propone una “piccola” missione: quella di far sì che nessun Israeliano possa dire “non sapevo”: ogni Israeliano – afferma- deve farsi consapevole di essere “un soldato a un check point” e chi conosce quel paese sa le ignorate tragedie della quotidianità che si consumano ai posti di blocco.
E quando non ci sono occhi che vedono le violenze, le conseguenze possono farsi più pesanti.
Eid ricorda che, a seguito di una sua pubblica critica ad Arafat, fu arrestato dalla polizia palestinese. Fortunatamente il suo arresto venne reso noto e le pressioni della comunità internazionale furono tanto forti da determinarne la scarcerazione dopo due giorni.

Infine Levy e Eid toccano anche il tema della religione. Eid è fermissimo: lo stato palestinese deve nascere laico. Il problema non è l’islam ma l’islamismo: chi uccide in nome dell’islam deve essere considerato solo e semplicemente un terrorista. I soggetti in gioco sono due popoli e una terra: se la religione diventerà un altro soggetto riconosciuto a fondamento del conflitto non sarà più possibile nessuna delle mediazioni coraggiose, necessarie per avviare un responsabile processo di pace.
Anche questa lucidità laica è una responsabilità che travalica la terra di Israele/Palestina.
Nessuno può permettersi di dire “non sapevo”, in nessuna parte del mondo.
Categoria: Politica, Media
Luogo: Israele - Palestina