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Said Abel Khaleq è uscito venerdì scorso dal Cpt di Trapani, dopo 15 giorni di
'soggiorno obbligato'. Il ministro dell'Interno gli ha concesso l'asilo politico
a seguito di una storia di ordinaria follia. Prima che il suo caso salisse agli
onori della cronaca, di lui sapevamo già tutto. Sapevamo che scriveva poesie e che
amava Venezia. Sapevamo che da 15 anni il suo permesso di soggiorno era stato
rinnovato di anno in anno, che aveva frequentato Ca' Foscari, l'università di
Venezia, e che il suo sogno era - e tutt'ora è - di aprire un bar e farlo diventare
un cenacolo d'arte e di letteratura. Conoscevamo anche la sua età, 35 anni, e
la sua nazionalità, palestinese, e chi lo frequentava abitualmente giurava che era
ormai più veneziano di un veneziano. Per godere della sua cordialità e della sua
compagnia, basta recarsi nei locali più frequentati dai giovani veneziani, in
campo Santa Margherita, al Bar Rosso, all'Imagina, o al centro culturale Spiazzi.
Di lui conoscevamo anche la voce, perché lo abbiamo chiamato nel Cpt di Trapani. Dove il
27 luglio scorso era stato deportato a causa di un passaporto ritardatario, della
miopia di un giudice e dell'assurdità della legge italiana sull'immigrazione.
Un passaporto che non arriva. La paradossale vicenda di Said Abdel Khaleq, nato a Jenin, Cisgiordania, nel
1970, comincia con la richiesta di regolarizzazione della sua posizione lavorativa.
L'istanza di emersione richiede la presentazione di un documento di identità valido.
Said, come molti palestinesi dei Territori occupati, ha un passaporto giordano.
Il documento però è scaduto. L'8 aprile del 2003 lo sportello polifunzionale della
Prefettura fissa l'appuntamento per la firma del contratto di lavoro. Said fa
presente che il suo passaporto non è più valido e che ha già fatto richiesta alla
Delegazione generale palestinese per un passaporto del suo Paese d'origine. Ottiene
una proroga dei termini fino a settembre. Ma i tempi si allungano. La Delegazione
palestinese rilascia una dichiarazione in cui si attesta che che il passaporto
non può essere rilasciato prima del settembre 2004. La Prefettura ignora tale
dichiarazione, archivia il procedimento amministrativo di regolarizzazione e,
in data 7 luglio 2005, emette decreto di espulsione dal territorio italiano. Il
27 luglio Said viene prelevato dai Carabinieri e portato in aereo al Centro di
permanenza temporanea di Trapani.
Un cavillo burocratico di troppo. "Said è assolutamente incolpevole. Si è imbattuto in un caso di ottusità da
parte delle istituzioni italiane". Contattato da PeaceReporter, l'avvocato Vincenzo Scaggiante, il primo al quale Said si è rivolto, non ha
usato mezzi termini: "Una sventura così grande è raro incontrarla - dice - abbiamo
fatto ricorso al giudice di pace perché lo slittamento dei termini non dipendeva
da lui, ma il ricorso è stato respinto senza nemmeno che il problema sia stato
affrontato: non è regolare, non ha un documento regolare, deve andarsene, è stata
la sentenza". Il nuovo legale di Said, l'avvocato Angelo Pozzan, ha presentato istanza
di appello per l'annullamento e la revoca dell'espulsione, nonché ricorso al Tar
per la richiesta dello status di rifugiato. L'asilo politico era ormai l'unica
via percorrible per Said. Se fosse stato rimpatriato, la sua vita sarebbe infatti stata
in pericolo. E' giunto in Italia nel '92 come tanti palestinesi, fuggiasco dal
suo Paese perché sospettato di attività anti-israeliane. La polizia israeliana
riteneva infatti - a torto, secondo lo stesso Said - che appartenesse al movimento
estremista 'Fatah-Consiglio rivoluzionario' (un gruppo, considerato fuorilegge
da Israele ed il cui leader Abu Nidal, è morto tre anni fa in Iraq in circostanze
misteriose). Per tale motivo Said patì un'ingiusta carcerazione, nel marzo dell'85
e nello stesso mese dell'86. Oggi, due lettere dell'Olp e di Fatah dichiarano
esplicitamente che Said Abdel Khalek "non può rientrare in Palestina". Luca Galassi