18/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La vicenda a lieto fine di Said Abdel Khaleq, chiuso in un Cpt per un documento in ritardo

Said Abdel KhaleqSaid Abel Khaleq è uscito venerdì scorso dal Cpt di Trapani, dopo 15 giorni di 'soggiorno obbligato'. Il ministro dell'Interno gli ha concesso l'asilo politico a seguito di una storia di ordinaria follia. Prima che il suo caso salisse agli onori della cronaca, di lui sapevamo già tutto. Sapevamo che scriveva poesie e che amava Venezia. Sapevamo che da 15 anni il suo permesso di soggiorno era stato rinnovato di anno in anno, che aveva frequentato Ca' Foscari, l'università di Venezia,  e che il suo sogno era - e tutt'ora è - di aprire un bar e farlo diventare un cenacolo d'arte e di letteratura. Conoscevamo anche la sua età, 35 anni, e la sua nazionalità, palestinese, e chi lo frequentava abitualmente giurava che era ormai più veneziano di un veneziano. Per godere della sua cordialità e della sua compagnia, basta recarsi nei locali più frequentati dai giovani veneziani, in campo Santa Margherita, al Bar Rosso, all'Imagina, o al centro culturale Spiazzi. Di lui conoscevamo anche la voce, perché lo abbiamo chiamato nel Cpt di Trapani. Dove il 27 luglio scorso era stato deportato a causa di un passaporto ritardatario, della miopia di un giudice e dell'assurdità della legge italiana sull'immigrazione.

Il cpt di TrapaniUn passaporto che non arriva. La paradossale vicenda di Said Abdel Khaleq, nato a Jenin, Cisgiordania, nel 1970, comincia con la richiesta di regolarizzazione della sua posizione lavorativa. L'istanza di emersione richiede la presentazione di un documento di identità valido. Said, come molti palestinesi dei Territori occupati, ha un passaporto giordano. Il documento però è scaduto. L'8 aprile del 2003 lo sportello polifunzionale della Prefettura fissa l'appuntamento per la firma del contratto di lavoro. Said fa presente che il suo passaporto non è più valido e che ha già fatto richiesta alla Delegazione generale palestinese per un passaporto del suo Paese d'origine. Ottiene una proroga dei termini fino a settembre. Ma i tempi si allungano. La Delegazione palestinese rilascia una dichiarazione in cui si attesta che che il passaporto non può essere rilasciato prima del settembre 2004. La Prefettura ignora tale dichiarazione, archivia il procedimento amministrativo di regolarizzazione e, in data 7 luglio 2005, emette decreto di espulsione dal territorio italiano. Il 27 luglio Said viene prelevato dai Carabinieri e portato in aereo al Centro di permanenza temporanea di Trapani.

Venezia, campo Santa MargheritaUn cavillo burocratico di troppo. "Said è assolutamente incolpevole. Si è imbattuto in un caso di ottusità da parte delle istituzioni italiane". Contattato da PeaceReporter, l'avvocato Vincenzo Scaggiante, il primo al quale Said si è rivolto, non ha usato mezzi termini: "Una sventura così grande è raro incontrarla - dice - abbiamo fatto ricorso al giudice di pace perché lo slittamento dei termini non dipendeva da lui, ma il ricorso è stato respinto senza nemmeno che il problema sia stato affrontato: non è regolare, non ha un documento regolare, deve andarsene, è stata la sentenza". Il nuovo legale di Said, l'avvocato Angelo Pozzan, ha presentato istanza di appello per l'annullamento e la revoca dell'espulsione, nonché ricorso al Tar per la richiesta dello status di rifugiato. L'asilo politico era ormai l'unica via percorrible per Said. Se fosse stato rimpatriato, la sua vita sarebbe infatti stata in pericolo. E' giunto in Italia nel '92 come tanti palestinesi, fuggiasco dal suo Paese perché sospettato di attività anti-israeliane. La polizia israeliana riteneva infatti - a torto, secondo lo stesso Said - che appartenesse al movimento estremista 'Fatah-Consiglio rivoluzionario' (un gruppo, considerato fuorilegge da Israele ed il cui leader Abu Nidal, è morto tre anni fa in Iraq in circostanze misteriose). Per tale motivo Said patì un'ingiusta carcerazione, nel marzo dell'85 e nello stesso mese dell'86. Oggi, due lettere dell'Olp e di Fatah dichiarano esplicitamente che Said Abdel Khalek "non può rientrare in Palestina".
 
Una convivenza difficile. "Da ragazzo ero un attivista - ci ha raccontato al telefono dal Cpt di Trapani, dove lo abbiamo chiamato prima che venisse liberato - come tanti giovani, nella mia terra occupata. Ma sono anni che non faccio più politica. Oggi amo la mia terra a mio modo, con la poesia e con la letteratura". Com'è la tua situazione nel centro di accoglienza? "Non facile. Siamo in 5-6 in una stanza, e la convivenza non è certo ideale. Poi, avendo già avuto esperienza del carcere da ragazzo, ho un'avversione psicologica per i muri, per tutti i muri. Ma non mi abbatto. Anche se la permanenza qui sta minando la mia salute (Said ha un'ulcera, e necessita di medicine due volte al giorno, ndr) io non mi abbatto. Abbiamo un'ora d'aria al giorno, ma io preferisco stare dentro a riordinare i miei appunti, a leggere, a riflettere. E se devo uscire di qui, preferisco farlo una volta per sempre".
Said Abdel Khaleq è l'ennesima vittima di una Bossi-Fini concepita per ignorare il diritto alla libertà personale, della quale, nei centri di permanenza temporanea, si viene privati fino a due mesi per reati amministrativi. Il diritto alla libertà personale è inviolabile, secondo quanto recita l'articolo 13 della Costituzione. Ma ciò che è più importante, è che Said non era né un criminale, né un terrorista, ma una persona trasparente e corretta. Una persona la cui attività si è sempre svolta alla luce del sole. Una persona di cui chiunque, e non solo a Venezia, ha sempre saputo tutto.

Luca Galassi

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