06/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Malato di cuore, non può curarsi in Italia: suo figlio è un sospetto terrorista
 scritto per noi da
Davide Scagni

Houria SahraouiBenaissa Sahraoui, 64 anni, vive a Arzew, un paese in provincia di Orano, in Algeria. Benaissa ha bisogno subito di un intervento alla valvola mitralica e di un bypass per aiutare il suo cuore malato. Le medicine non gli bastano più e neanche portarlo in ospedale servirebbe a molto - in un ospedale pubblico algerino, perlomeno. Al suo ultimo ricovero, nel dicembre scorso, i medici gli hanno dato dell’ossigeno per farlo respirare e della morfina per farlo stare buono, poi lo hanno rispedito a casa come se fosse nessuno. Sua sorella Houria vive in Italia dal 1981. Si è sposata con un cittadino italiano che lavora ad Aosta presso una società stradale, ed ora abita a Pavia con le due figlie. In quattro occasioni ha provato inutilmente a far venire dei suoi parenti in Italia, ma questa volta si tratta di una faccenda seria: vuole che Benaissa sia curato in una struttura adeguata. Ha chiesto qualche consiglio alla Regione Lombardia e ad alcuni amici, finché ha capito che il sistema più veloce per il trasferimento è chiedere un invito per motivi turistici. Come previsto dalla nuova legge italiana (la Bossi-Fini), ha firmato una richiesta di invito e ha aperto una fideiussione in banca. I suoi parenti in Algeria hanno inviato per posta all’ambasciata italiana tutto l’occorrente, il dossier di Benaissa e le fotocopie di tutti i documenti. Prassi vuole che, se i documenti sono in regola, l’ambasciata italiana chiami il richiedente per ottenere gli originali e consegnargli di persona il visto per il viaggio. Infatti questa volta tutto sembra andare bene. Suo fratello viene chiamato dopo pochi giorni.

Disegno dell'ambasciata ad AlgeriAvanti e indietro. Intorno alla metà di giugno Benaissa parte in treno da Orano fino ad Algeri con tutti i documenti originali, ma appena arrivato trova i primi problemi. All’ambasciata gli fanno sapere che il visto non è pronto, dunque deve tornare “tra quindici giorni”. Così il 28 giugno Benaissa va di nuovo in ambasciata, paga 3300 dinari (cioè oltre trecento euro: più del doppio dello stipendio medio di un lavoratore algerino) per il visto, altri 8mila dinari (ottocento euro) per l’assicurazione, e aspetta. Dopo qualche ora gli fanno sapere che il visto non si può dare perché l’invito non è autenticato dal comune ospitante, dunque Benaissa deve tornare ancora a Arzew a mani vuote. Anche sua sorella dall’Italia è stupefatta, ma non si perde d’animo: fa autenticare l’invito e immediatamente rimanda tutto in Algeria. Così, il 12 luglio scorso, Benaissa Sahraoui è ancora in viaggio, il suo terzo in meno di un mese.
Ad Algeri scopre che le procedure stanno andando bene ma il visto non è ancora pronto.  Di nuovo, gli dicono che deve tornare “tra quindici giorni”, ed è quello che fa, Benaissa: il 26 luglio si ripresenta per la quarta volta all’ambasciata, solo per sentirsi dire che la sua richiesta di soggiorno è stata rifiutata. E definitivamente. Il visto gli viene negato senza spiegazioni e senza alcun documento da esibire per motivare un eventuale ricorso al Tar. Solo il passaporto gli viene riconsegnato. Non gli restituiscono nemmeno i documenti per il viaggio e quelli della fideiussione.

Il centro di AlgeriIl sangue di nessuno. Il motivo? La famiglia non riesce a spiegarselo. Più volte hanno telefonato all’ambasciata per sentirsi rispondere che di certi argomenti "si parla solo di persona". Il problema è che ad Algeri non dicono nulla. Un’idea però, Houria Sarhaoui se l’è fatta. "È un motivo politico. Senza dubbio. Mio nipote è scomparso nel ’92, durante gli anni caldi dell’Algeria. Forse la polizia ha fatto degli accertamenti su di lui”. In quegli anni Nordin Sahraoui, il figlio di Benaissa, era uno studente universitario iscritto al Fis, il Fronte Islamico di Salvezza Nazionale. Aveva partecipato alle elezioni del suo paese e questo bastò a etichettarlo come un dirigente locale. Quando il suo partito venne messo fuorilegge, Nordin fu arrestato dalla polizia e torturato con l’accusa di terrorismo. "Io sono andato a trovarlo quando lo avevano appena rilasciato – ci dice la donna – e gli ho chiesto cos’era successo, ma lui non voleva raccontarmelo". In realtà qualcosa si lasciò sfuggire, Nordin: cavi della corrente attaccati alla testa e ai testicoli, acqua gettata addosso per costringerlo a confessare. Ma il ragazzo non aveva nulla da confessare, così fu liberato dopo pochi giorni. Nordin tornò all’università per terminare i suoi studi, e da allora è scomparso in circostanze ancora da chiarire. “Non so se Nordin ha sbagliato, ma so che in Algeria è facile sbagliare. Prima ti incriminano, poi cercano una colpa. Ma un cardiopatico di 64 anni può venire in Italia per fare il terrorista?” Ancora oggi, a Arzew, la polizia entra nella casa dei Sahraoui in cerca di prove che non ci sono. “Ma noi lo sappiamo che sono stati loro. Prima hanno fatto sparire mio nipote e ora anche i documenti per salvare mio fratello”. Forse è così, forse la colpa si trasmette fin dentro il sangue, in Algeria.
L’odissea continua, per Benaissa Sahraoui e per la sua famiglia.
Categoria: Diritti, Migranti
Luogo: Italia