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Benaissa Sahraoui, 64 anni, vive a Arzew, un paese in provincia di Orano, in
Algeria. Benaissa ha bisogno subito di un intervento alla valvola mitralica e
di un bypass per aiutare il suo cuore malato. Le medicine non gli bastano più
e neanche portarlo in ospedale servirebbe a molto - in un ospedale pubblico algerino,
perlomeno. Al suo ultimo ricovero, nel dicembre scorso, i medici gli hanno dato
dell’ossigeno per farlo respirare e della morfina per farlo stare buono, poi lo
hanno rispedito a casa come se fosse nessuno. Sua sorella Houria vive in Italia
dal 1981. Si è sposata con un cittadino italiano che lavora ad Aosta presso una
società stradale, ed ora abita a Pavia con le due figlie. In quattro occasioni
ha provato inutilmente a far venire dei suoi parenti in Italia, ma questa volta
si tratta di una faccenda seria: vuole che Benaissa sia curato in una struttura
adeguata. Ha chiesto qualche consiglio alla Regione Lombardia e ad alcuni amici,
finché ha capito che il sistema più veloce per il trasferimento è chiedere un
invito per motivi turistici. Come previsto dalla nuova legge italiana (la Bossi-Fini),
ha firmato una richiesta di invito e ha aperto una fideiussione in banca. I suoi
parenti in Algeria hanno inviato per posta all’ambasciata italiana tutto l’occorrente,
il dossier di Benaissa e le fotocopie di tutti i documenti. Prassi vuole che,
se i documenti sono in regola, l’ambasciata italiana chiami il richiedente per
ottenere gli originali e consegnargli di persona il visto per il viaggio. Infatti
questa volta tutto sembra andare bene. Suo fratello viene chiamato dopo pochi
giorni.
Avanti e indietro. Intorno alla metà di giugno Benaissa parte in treno da Orano fino ad Algeri
con tutti i documenti originali, ma appena arrivato trova i primi problemi. All’ambasciata
gli fanno sapere che il visto non è pronto, dunque deve tornare “tra quindici
giorni”. Così il 28 giugno Benaissa va di nuovo in ambasciata, paga 3300 dinari
(cioè oltre trecento euro: più del doppio dello stipendio medio di un lavoratore
algerino) per il visto, altri 8mila dinari (ottocento euro) per l’assicurazione,
e aspetta. Dopo qualche ora gli fanno sapere che il visto non si può dare perché
l’invito non è autenticato dal comune ospitante, dunque Benaissa deve tornare
ancora a Arzew a mani vuote. Anche sua sorella dall’Italia è stupefatta, ma non
si perde d’animo: fa autenticare l’invito e immediatamente rimanda tutto in Algeria.
Così, il 12 luglio scorso, Benaissa Sahraoui è ancora in viaggio, il suo terzo
in meno di un mese.
Ad Algeri scopre che le procedure stanno andando bene ma il visto non è ancora
pronto. Di nuovo, gli dicono che deve tornare “tra quindici giorni”, ed è quello
che fa, Benaissa: il 26 luglio si ripresenta per la quarta volta all’ambasciata,
solo per sentirsi dire che la sua richiesta di soggiorno è stata rifiutata. E
definitivamente. Il visto gli viene negato senza spiegazioni e senza alcun documento
da esibire per motivare un eventuale ricorso al Tar. Solo il passaporto gli viene
riconsegnato. Non gli restituiscono nemmeno i documenti per il viaggio e quelli
della fideiussione.
Il sangue di nessuno. Il motivo? La famiglia non riesce a spiegarselo. Più volte hanno telefonato
all’ambasciata per sentirsi rispondere che di certi argomenti "si parla solo di
persona". Il problema è che ad Algeri non dicono nulla. Un’idea però, Houria Sarhaoui
se l’è fatta. "È un motivo politico. Senza dubbio. Mio nipote è scomparso nel
’92, durante gli anni caldi dell’Algeria. Forse la polizia ha fatto degli accertamenti
su di lui”. In quegli anni Nordin Sahraoui, il figlio di Benaissa, era uno studente
universitario iscritto al Fis, il Fronte Islamico di Salvezza Nazionale. Aveva
partecipato alle elezioni del suo paese e questo bastò a etichettarlo come un
dirigente locale. Quando il suo partito venne messo fuorilegge, Nordin fu arrestato
dalla polizia e torturato con l’accusa di terrorismo. "Io sono andato a trovarlo
quando lo avevano appena rilasciato – ci dice la donna – e gli ho chiesto cos’era
successo, ma lui non voleva raccontarmelo". In realtà qualcosa si lasciò sfuggire,
Nordin: cavi della corrente attaccati alla testa e ai testicoli, acqua gettata
addosso per costringerlo a confessare. Ma il ragazzo non aveva nulla da confessare,
così fu liberato dopo pochi giorni. Nordin tornò all’università per terminare
i suoi studi, e da allora è scomparso in circostanze ancora da chiarire. “Non
so se Nordin ha sbagliato, ma so che in Algeria è facile sbagliare. Prima ti incriminano,
poi cercano una colpa. Ma un cardiopatico di 64 anni può venire in Italia per
fare il terrorista?” Ancora oggi, a Arzew, la polizia entra nella casa dei Sahraoui
in cerca di prove che non ci sono. “Ma noi lo sappiamo che sono stati loro. Prima
hanno fatto sparire mio nipote e ora anche i documenti per salvare mio fratello”.
Forse è così, forse la colpa si trasmette fin dentro il sangue, in Algeria.