
Cisgiordania, Howara check-point: qui ogni giorno decine di
persone attendono impotenti il loro turno per essere sottoposte ai controlli e
alle perquisizioni dei soldati dell’esercito israeliano, autorizzati a decidere
chi può entrare o uscire dalla città di Nablus.
Come in tutti i check-point del Paese, esistono due code:
una per i palestinesi, l’altra per gli ebrei o gli internazionali che
preferiscono velocizzare la prassi. Va sottolineato, quest’ultimo aspetto,
poiché a differenza di chi in queste terre ci è nato e cresciuto, coloro che
possiedono una cittadinanza straniera hanno la possibilità e il diritto di
scegliere, se lo ritengono opportuno, di fare la coda a fianco di chi possiede
il passaporto israeliano. La differenza fra le due opzioni sta nei tempi del
passaggio, nonché nel trattamento che si riceve.

“Prima di uscire dalla città devi pensarci dieci volte: i
soldati ci costringono ad attese snervanti ai check-point, lasciandoci per ore
sotto il sole cocente o in balia del freddo. E’già complesso e frustrante
muoversi all’interno della Palestina, figuriamoci andare oltre confine”, spiega
Wajdi, giovane palestinese dallo sguardo luminoso e incoraggiante. Il suo
sorriso cela magicamente ansie e timori trasmettendo un senso di sicurezza ai
bambini con cui si rapporta nelle molte attività sociali di cui si occupa.
Sensazione rara in questo contesto. “Avevo letto e sentito parlare dei
controlli prima di venire, così quando sono partita per Nablus ho messo in
conto che il passaggio al check-point di Howara sarebbe stato un momento
cruciale del viaggio: mi sono spacciata per turista perché se avessi rivelato
le mie intenzioni di volontariato a favore del popolo palestinese sarebbe stato
sicuramente più difficile entrare. Hanno dato un’occhiata veloce al mio
passaporto, e dopo avermi chiesto se sapevo di andare a Shkhame (toponimo
ebraico per Nablus), mi hanno fatto segno di proseguire”, racconta per contro
Barbara, cittadina austriaca, che aggiunge: “lì per lì non ho capito: trovandomi
in territorio arabo, sul momento non mi aspettavo un’osservazione simile, anche
perché credo che la città sia conosciuta come Nablus a livello internazionale”.

Sulla stessa lunghezza d’onda si potrebbe raccontare di
ambulanze trattenute nonostante l’urgenza di correre in ospedale, persone
costrette per ore ad attendere sotto il sole dell’estate o il freddo
dell’inverno mentre dall’altra parte le attendevano matrimoni o funerali.. ce
n’è per tutti: si perde il conto degli episodi che hanno originato la protesta
pubblica del 27 luglo ad Howara, il più trafficato canale d’ingresso in città.
“Le manifestazioni sono un fenomeno diffuso in Palestina”, spiega Carlos,
attivista spagnolo che ha spesso preso parte all’azione diretta esponendosi al
rischio in prima persona per garantire l’incolumità di cittadini palestinesi:
“il loro diritto di esprimere apertamente la propria insofferenza non verrebbe
rispettato in assenza di cittadini stranieri pronti a documentare eventuali
violazioni o disposti a fare da scudo umano nei casi più estremi”, continua. Le
espressioni collettive di malcontento in giro per il Paese si ripetono senza
tregua con cadenza settimanale, finendo spesso per passare in secondo piano di
fronte a notizie meno prevedibili. La giornata del 26 luglio peró, è destinata
a lasciare il segno nella memoria dei locali come la prima manifestazione non
violenta a Nablus, da molti definita “ultima roccaforte dell’Intifada”. Fra le
associazioni locali e non che vi hanno preso parte spiccano l’International Solidarity
Movement, rappresentato da un cordone di attivisti in prima linea, un’ampia
delegazione di volontari paramedici del Medical Relief pronti ad intervenire in
caso di emergenza e numerose associazioni locali pro-palestinesi.

“Le manifestazioni in questa zona specifica sono rare”,
spiega Estrella, ventiseienne Argentina di origine palestinese che ha scelto di
tornare da sola nella terra di suo padre lasciandosi alle spalle amici,
famiglia, fidanzato e un buon lavoro a lungo sognato. “Di solito le fanno nella
piazza centrale di Addawar, si tratta perlopiù di sit-in e, a differenza di
quanto avviene in altre zone, i soldati non intervengono in alcun modo perché
durante il giorno evitano di entrare in città”. In questo caso è stata adottata
una strategia diversa: si è voluto cercare il confronto diretto scegliendo di
marciare verso il check-point, simbolo per eccellenza dell’occupazione e della
repressione che ne deriva. Estrella non sembra del tutto soddisfatta dalla
dinamica di una protesta, caratterizzata dalla presenza di un numero di
internazionali pari, se non maggiore, a quello dei locali -apparentemente
sfiduciati dall’evoluzione della situazione socio-politica nel corso degli
anni. “La sensazione è che spesso gli internazionali finiscano per svolgere il
ruolo di scudi umani frapponendosi fra i militari e i palestinesi, come è
accaduto ieri, mentre io stessa, lungo la marcia, ho avuto modo di parlare con
donne locali che avrebbero voluto gridare in prima linea la loro rabbia”.
“Sull’altro piatto della bilancia la sicurezza degli stessi palestinesi”,
ricorda Wajdi: “è la presenza degli internazionali a permettere che eventi come
quello di ieri mattina abbiano luogo: senza di loro non avremmo potuto leggere
a gran voce il documento che avevamo redatto per sollecitare la liberazione dei
nostri connazionali ingiustamente detenuti e l’apertura della città al fine di
riconoscere e garantire la nostra libertà di movimento. Senza la presenza di
giornalisti, fotoreporter e video operatori, la folla sarebbe stata dispersa in
un baleno, e insieme ad essa ancora una volta le nostre speranze.”
Non sono mancate provocazioni in forma di atti intimidatori: “mentre da
una certa distanza dal cuore della protesta scattavo foto, sono stata
avvicinata da un uomo in borghese che voleva gli consegnassi la macchina
fotografica”, denuncia Daniela, volontaria italiana, che si è educatamente
rifiutata di obbedire lasciando credere di essere disposta a cancellare dalla
sua macchinetta digitale le foto “proibite”. “Si è trattato di un gesto
deliberatamente arrogante: nello spazio di trenta metri quadrati c’erano almeno
quaranta macchine fotografiche, giornalisti, telecamere..”. Accade spesso che
in situazioni delicate, quali la concessione del visto di ingresso per Israele,
il passaggio ai check-point o le manifestazioni pro-palestinesi, i militari
cerchino di far leva sull’inesperienza degli stranieri, che spesso non
conoscono a fondo i propri diritti. L’episodio diventa emblematico: in
circostanze simili una reazione non ponderata da parte di chi subisce l’abuso
potrebbe alimentare malumori nella massa e cambiare il volto di quella che, in
questo caso, verrà archiviata come la prima manifestazione pacifica degli
ultimi anni a Nablus, ultimo baluardo dell’Intifada.