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Sopra il cielo di Hiroshima volano migliaia di piccole gru di carta. Si danno
appuntamento ogni 6 agosto: compiono alcuni cerchi nel cielo e planano sulla città,
posandosi su un monumento dedicato a una bambina. Ricordano il 6 di agosto di
60 anni fa, il momento in cui Hiroshima fu illuminata da un gran sole. Un sole
che portò la notte per 100mila persone. Sadako Sasaki aveva due anni quando fu
proiettata fuori dalla sua stanza, a 1,7 chilometri esatti dal punto in cui 'Little
Boy', il ragazzino, lasciò intorno a sé l'inferno. Apparentemente, la figlia del
barbiere di Kusunoki-cho, il quartiere dove i Sasaki vivevano, non riportò nemmeno
un graffio. La madre, accecata dallo scoppio, l'aveva raccolta, stretta tra le
braccia, attraversato il parco di Oshiba con il cuore in gola, corso accanto alla
fabbrica di legno, accanto a dove pensava ci fosse ancora la fabbrica di legno,
e indugiato stupefatta sul ponte Misasa, dove l'aveva colta la 'pioggia nera',
l'anima di cenere della bomba che ricadeva a terra, ammantando quanto le fiamme
dell'atomo avevano risparmiato. Finalmente in salvo.
Ricomincia la vita. La guerra finì. La resa incondizionata che l'imperatore Hirohito firmò il 2
settembre 1946 costò al Giappone centinaia di migliaia di vite: il pedaggio estorto
dagli Usa in rappresaglia per Pearl Harbor e per la scellerata alleanza con Germania
e Italia. Il padre di Sadako ricostruì il negozio nel 1947 e a poco a poco la
vita tornò alla normalità. La vita tornò, a Hiroshima, e Sadako crebbe, esile
ma vigorosa, centotrentacinque centimetri per 27 chili, una tre le più agili del
suo corso, alle elementari di Nabori-cho. A 11 anni era la più veloce di tutte,
sulla pista d'erba della scuola: 50 metri in 7,5 secondi. Non perdeva mai una
gara. Neanche quando, nell'autunno del '54, arrivò stranamente sfinita e pallida
al termine della corsa. Esausta come mai si era sentita prima. Era 'Little Boy',
il ragazzino cattivo che 9 anni prima l'aveva scagliata fuori dalla finestra.
Era tornato. Furtivo e subdolo, aveva atteso che Sadako crescesse, che cominciasse
a vincere le corse sulla pista d'erba, a giocare con le compagne, a sognare sussurrando
all'orecchio di Chizuko, la sua migliore amica, il nome del bambino in fondo alla
classe, quello che le piaceva. Ma 'Little Boy' la voleva per sé.
Una sentenza senza appello. Nel novembre del 1954, un fastidioso gonfiore sul collo costrinse Sadako a
letto per alcuni giorni. A Capodanno il gonfiore si era esteso alla faccia, e
piccole macchie color porpora erano comparse sulla gamba sinistra della bambina.
Il 18 febbraio del '55 la diagnosi: leucemia. Il 21 il ricovero all'ospedale della
Croce Rossa, con appena un anno di vita da vivere, prima che i globuli bianchi
proliferassero impazziti nel suo sangue, portandole via l'ossigeno.
Fu Chizuko a regalarle l'origami: una piccola gru di carta nella quale erano
racchiuse una leggenda e una speranza. La leggenda era che chiunque avesse costruito
mille gru di carta, avrebbe compiaciuto a tal punto gli dei da poter esprimere
qualsiasi desiderio. La speranza era di arrivare a costruirli, tutti quegli origami.
Sulle ali della speranza. La storia di Sadako termina la mattina del 25 ottobre 1955. C'è chi dice che
le sue mani si fermarono dopo 644 origami. Per altri, il numero di mille fu abbondantemente
superato.
Luca Galassi